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Perché il reddito di cittadinanza non può funzionare

"Quando si parla di rilanciare il welfare, lo si fa anche stavolta all’italiana: si parte dai pensionati". Chiara Saraceno, sociologa del lavoro, spiega perché il progetto del M5s è più "un reddito di umiliazione"

3 Ottobre 2018 alle 09:53

Non è un reddito di Cittadinanza ma "d’umiliazione”, dice Saraceno

Foto LaPresse

Roma. Questione di parole, innanzitutto. “Ma quale reddito di cittadinanza? Questo semmai è un reddito di umiliazione”. E però oltre al lessico, c’è la sostanza: “Ma leggano, ma studino, questi Cinque stelle, prima di parlare di cose che non conoscono”. Chiara Saraceno, sociologa del lavoro, alle misure di sostegno alla povertà ha dedicato tempo e fatica. E dunque più che sorpresa mostra forse un po’ di delusione, nel constatare che anche i nuovi governanti ripetono antichi vizi della politica. “Sento un gran parlare di cambiamento. Ma vedo che, quando si parla di rilanciare il welfare, lo si fa anche stavolta all’italiana: si parte dai pensionati. E così dal reddito di cittadinanza si è passati, con incredibile facilità, a parlare di pensione di cittadinanza. E’ la cosa più vecchia del mondo”.

 

Non la convince, questa idea di dare una pensione minima di 780 euro agli anziani meno abbienti? “Ma dico io: ma se c’è una categoria sociale che un reddito garantito bene o male ce l’ha, è proprio quella i pensionati”. S’accalora, quasi, la Saraceno, che pure rivendica la sua età senza pudore (“Ho 76 anni”), come a specificare che parla, in parte, anche contro i proprio interessi. “E oltre alla pensione di cittadinanza, anche quota 100. E parlano pure di equità sociale. Come se non fosse scontato che sono pochissimi quelli che a 62 anni possono aver versato 38 anni di contributi dignitosi: e quasi solo uomini, e quasi solo uomini che hanno vissuto e lavorato in condizioni particolarmente agiate”. Ma per ogni lavoratore che va in pensione, c’è un giovane neo-assunto. “Chi lo dice?”. Salvini e Di Maio. “Non è così. Semmai è vero che per ogni anziano che va in pensione in anticipo ci sono due o tre giovani, coi loro contratti precari, che devono foraggiare l’Inps”.

 

Sempre che trovino lavoro. Sennò c’è il reddito di cittadinanza. “Intendiamoci: io sono molto favorevole a una misura del genere, in teoria. E speravo che i Cinque stelle si sarebbero impegnati a espandere il Rei agli altri due terzi di poveri assoluti non coperti dalla misura del precedente governo. Sarebbe stato un successo”. E invece? “E invece vedo che si stanno percorrendo vie traverse”.

 

Si riferisce al bancomat? “Anche qui, mi pare un’idea vecchia. Che non funziona. E a dimostrarlo non c’è solo la famosa social card di Tremonti. Anche più di recente, il Rei è stato anticipato dal cosiddetta Sia, un sostegno per l’inclusione attiva. Si trattava di una carta elettronica. Risultati pessimi”.

 

Perché la social card di cittadinanza non funziona? “Perché costituisce un’umiliazione per chi la deve usare. Dalle vecchie tessere annonarie fino ai modelli di questi ultimi anni, la letteratura scientifica è piena di studi che lo dimostrano: per la mamma che fa la spesa coi suoi figli, dovere esibire una carta che la identifica subito come povera è, appunto, umiliante. Tanto più se poi c’è il rischio che la commessa di turno si metta a questionare sul tipo dei prodotti acquistati: questo sì, questo no. Inaccettabile”. Si riferisce al fatto che i pagamenti saranno tutti tracciabili, e che forse i generi che non vengono considerati di prima necessità verranno esclusi dal paniere. “Questa sarebbe la negazione somma del concetto di cittadinanza, di emancipazione delle classi disagiate, di eguaglianza. Sarebbe invece una riproposizione del solito pregiudizio per cui il povero non è in grado di badare a se stesso, per cui c’è bisogno dello stato controllore e moralistico che indica paternalisticamente cosa si può e cosa non si può comprare. Per come ci si sta avvicinando, questo reddito di cittadinanza mi sembra una proposta strampalata”.

 

Un incentivo al lassismo? “Stiamo ai dati di realtà. Si potranno rinunciare fino a tre proposte di lavoro. Ma i centri per l’impiego, specie al sud, prima di trovare quattro offerte di occupazione valide, impiegano anni. E non li si riforma certo in cinque mesi”.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Ottobre 2018 - 17:05

    È, universale, ineludibile: l'idealismo, i sognatori dell'Eden dell'uguaglianza, come soluzione dei problemi della vacca vita boia quotidiana, dall'A alla Zeta, richiedono, hanno assoluta necessità di immensi, inesauribili forzieri di sterco del diavolo. Il comico è che coloro che hanno riempito e devono continuare a riempire i forzieri, sono additati come la peggior genia che Cristo stampi. Boh!

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  • eleonid

    03 Ottobre 2018 - 14:02

    Ma c'è di più. Se sono un un ingegnere, o un medico o un avvocato ecc, e vivo in un paesetto del sud ,magari sul mare o che so io in un posticino tranquillo e voglio rimanere attaccato alle mie radici territoriali e stare così sereno , cioè mi accontento. Il più vicino centro dell'impiego mi propone un lavoro da muratore ,o da stradino , in generale un lavoro manuale a cui il mio fisico o stato psicologico non mi permette di fare perché mi procurerebbe un danno alla salute . Che succede ! Dopo le tre identiche proposte, mi tolgono il reddito? La questione sarebbe ancg

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