Perché il reddito di cittadinanza non può funzionare

Valerio Valentini

"Quando si parla di rilanciare il welfare, lo si fa anche stavolta all’italiana: si parte dai pensionati". Chiara Saraceno, sociologa del lavoro, spiega perché il progetto del M5s è più "un reddito di umiliazione"

Roma. Questione di parole, innanzitutto. “Ma quale reddito di cittadinanza? Questo semmai è un reddito di umiliazione”. E però oltre al lessico, c’è la sostanza: “Ma leggano, ma studino, questi Cinque stelle, prima di parlare di cose che non conoscono”. Chiara Saraceno, sociologa del lavoro, alle misure di sostegno alla povertà ha dedicato tempo e fatica. E dunque più che sorpresa mostra forse un po’ di delusione, nel constatare che anche i nuovi governanti ripetono antichi vizi della politica. “Sento un gran parlare di cambiamento. Ma vedo che, quando si parla di rilanciare il welfare, lo si fa anche stavolta all’italiana: si parte dai pensionati. E così dal reddito di cittadinanza si è passati, con incredibile facilità, a parlare di pensione di cittadinanza. E’ la cosa più vecchia del mondo”.

 

Non la convince, questa idea di dare una pensione minima di 780 euro agli anziani meno abbienti? “Ma dico io: ma se c’è una categoria sociale che un reddito garantito bene o male ce l’ha, è proprio quella i pensionati”. S’accalora, quasi, la Saraceno, che pure rivendica la sua età senza pudore (“Ho 76 anni”), come a specificare che parla, in parte, anche contro i proprio interessi. “E oltre alla pensione di cittadinanza, anche quota 100. E parlano pure di equità sociale. Come se non fosse scontato che sono pochissimi quelli che a 62 anni possono aver versato 38 anni di contributi dignitosi: e quasi solo uomini, e quasi solo uomini che hanno vissuto e lavorato in condizioni particolarmente agiate”. Ma per ogni lavoratore che va in pensione, c’è un giovane neo-assunto. “Chi lo dice?”. Salvini e Di Maio. “Non è così. Semmai è vero che per ogni anziano che va in pensione in anticipo ci sono due o tre giovani, coi loro contratti precari, che devono foraggiare l’Inps”.

 

Sempre che trovino lavoro. Sennò c’è il reddito di cittadinanza. “Intendiamoci: io sono molto favorevole a una misura del genere, in teoria. E speravo che i Cinque stelle si sarebbero impegnati a espandere il Rei agli altri due terzi di poveri assoluti non coperti dalla misura del precedente governo. Sarebbe stato un successo”. E invece? “E invece vedo che si stanno percorrendo vie traverse”.

 

Si riferisce al bancomat? “Anche qui, mi pare un’idea vecchia. Che non funziona. E a dimostrarlo non c’è solo la famosa social card di Tremonti. Anche più di recente, il Rei è stato anticipato dal cosiddetta Sia, un sostegno per l’inclusione attiva. Si trattava di una carta elettronica. Risultati pessimi”.

 

Perché la social card di cittadinanza non funziona? “Perché costituisce un’umiliazione per chi la deve usare. Dalle vecchie tessere annonarie fino ai modelli di questi ultimi anni, la letteratura scientifica è piena di studi che lo dimostrano: per la mamma che fa la spesa coi suoi figli, dovere esibire una carta che la identifica subito come povera è, appunto, umiliante. Tanto più se poi c’è il rischio che la commessa di turno si metta a questionare sul tipo dei prodotti acquistati: questo sì, questo no. Inaccettabile”. Si riferisce al fatto che i pagamenti saranno tutti tracciabili, e che forse i generi che non vengono considerati di prima necessità verranno esclusi dal paniere. “Questa sarebbe la negazione somma del concetto di cittadinanza, di emancipazione delle classi disagiate, di eguaglianza. Sarebbe invece una riproposizione del solito pregiudizio per cui il povero non è in grado di badare a se stesso, per cui c’è bisogno dello stato controllore e moralistico che indica paternalisticamente cosa si può e cosa non si può comprare. Per come ci si sta avvicinando, questo reddito di cittadinanza mi sembra una proposta strampalata”.

 

Un incentivo al lassismo? “Stiamo ai dati di realtà. Si potranno rinunciare fino a tre proposte di lavoro. Ma i centri per l’impiego, specie al sud, prima di trovare quattro offerte di occupazione valide, impiegano anni. E non li si riforma certo in cinque mesi”.

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