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Marchionne visto da Luca Cordero di Montezemolo

L'ex numero uno di Ferrari al Foglio: “Gianluigi Gabetti diceva: voi due litigate perché siete uguali, e forse aveva ragione. Come nelle storie d’amore, si litiga perché si è troppo simili o troppo diversi”

24 Luglio 2018 alle 10:54

Marchionne visto da Luca Cordero di Montezemolo

Sergio Marchionne e Luca Cordero di Montezemolo (foto LaPresse)

Roma. “La vita è meno di un soffio”, ragiona ad alta voce Luca Cordero di Montezemolo. Mai più visti né sentiti dall’estate di quattro anni or sono, quando una cortina di ghiaccio cala, implacabile, tra il disruptor della Fiat globalizzata e l’ultimo epigono della famiglia, anzi dell’Avvocato. Sergio Marchionne è in un letto d’ospedale, in lotta tra la vita e la morte. “Da giorni sono inseguito dalla stampa italiana e straniera ma il momento esige il silenzio”, scandisce LCdM mentre il telefono non gli dà tregua, e la faccia appare come spaesata, incredula.

 

Marchionne è uno dei manager più capaci al mondo, dotato di un coraggio e di una visione fuori dal comune”. Così l’ex presidente della Ferrari ricorda l’uomo che nel settembre 2014 lo licenziò senza tanti riguardi (“ognuno è necessario ma nessuno è indispensabile”, a Cernobbio Marchionne gli preannunciava un brusco siluramento). “Fu l’apice di un aspro scontro sul destino della Ferrari”, taglia corto l’ex numero uno di Maranello che in una vita ha intrecciato più vite. “Fu Umberto Agnelli nel 2003 a parlarmi per la prima volta di questo manager italo-canadese, forte di risultati positivi alla guida di Sgs”, il colosso svizzero della certificazione di qualità, nell’orbita di Ifil, una delle due finanziarie degli Agnelli.  “Umberto m’informò che Marchionne sarebbe entrato nel cda del Lingotto; mi sembrò un’ottima idea: il mix di italiano, svizzero e canadese era in linea con il profilo di un’azienda italiana aperta alle esperienze internazionali”.

 

Con Sergio abbiamo condiviso un momento drammatico per la Fiat, in mano alle banche e a rischio tracollo. Nel 2004 la famiglia mi chiese di assumere la presidenza del gruppo, io accettai e condivisi la scelta di affidare la gestione operativa a Sergio. Tra il 2004 e il 2007 abbiamo operato in sostanziale armonia sulle grandi questioni strategiche, dall’accordo con General Motors alla crisi di Termini Imerese fino al lancio della Punto in pompa magna. Capitava che mi venisse a trovare a casa a Bologna, a volte ci ritagliavamo il tempo per una colazione in un ristorante alle porte di Torino. In un certo senso, l’ho accompagnato in una fase di ambientamento nel settore automobilistico a lui estraneo. Io attraversavo un periodo complicato perché, agli incarichi in Fiat, assommavo le presidenze di Ferrari e Confindustria”. Ben presto appare evidente che la Rivoluzione targata Marchionne mira a spazzare via gli ultimi simulacri del capitalismo familiare, il pullover nero d’ordinanza è esibito come segno distintivo a dispetto delle cravatte e dei gessati dell’establishment. Tra gli strappi con il passato c’è anche la rottura con il manager bolognese che nei ventitré anni alla guida di Maranello ha collezionato 14 titoli mondiali e 118 vittorie nei Gran premi.

 

Gianluigi Gabetti diceva: voi due litigate perché siete uguali, e forse aveva ragione. Come nelle storie d’amore, si litiga perché si è troppo simili o troppo diversi. Sergio nutriva rispetto per gli imprenditori di prima e seconda generazione, era invece allergico a certi bizantinismi e ritualismi che, francamente, non sopportavo neppure io. Egli riteneva che Confindustria fosse, non dico inutile, ma da rivisitare totalmente, io ero d’accordo con lui. Sulle relazioni con i sindacati: come si poteva dargli torto? Lo scambio salari-produttività e la contrattazione di secondo livello sono battaglie sacrosante, ancora attuali. Ha contribuito, in prima persona, a salvare il gruppo. Ha agito da one man, del resto chi comanda è solo”. Lo ripeteva anche lui. “Alla vigilia di una decisione importante, ti ritrovi esclusivamente con te stesso, e devi decidere. Sergio è sempre stato un uomo solo al comando”. Resta da chiedersi se il paese abbia compreso la lezione da lui incarnata. “In parte sì, penso per esempio al rinnovamento delle relazioni industriali. Ha agito nell’interesse dell’impresa e degli azionisti”. Lei ha preconizzato per primo il futuro americano della Ferrari nell’epoca Marchionne. Secondo alcuni, con il nuovo ceo, Michael Manley, potrebbe compiersi la cessione totale di Fca a un acquirente straniero. “Su questo non mi pronuncio”, conclude.

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