Paolo Savona. Foto LaPresse

La giusta Resistenza alla divergenza

Redazione

Un pezzo notevole d’establishment fa muro contro l’uscita dall’euro

“Mi dicono: vuoi uscire dall’euro? Potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è di essere pronti a ogni evenienza, non alla normalità ma al cigno nero”. Da Paolo Savona, che doveva essere il ministro dell’Economia e venne bloccato dal no di Sergio Mattarella per sospetti di anti europeismo, sono venute ieri parole un po’ ambigue, che magari vanno in direzione dell’Europa, ma che non hanno influito sullo spread come sarebbe accaduto se anziché agli Affari europei Savona fosse stato al Mef. Anche perché il movimentismo del ministro (che ha aggiunto che “chiederà immediatamente a Mario Draghi di chiedere per la Bce pieni poteri sul cambio”) viene alla vigilia di quattro aste di Btp. Parole molto più chiare sono venute dall’assemblea annuale dell’Abi, l’associazione delle banche, dove il confermato Antonio Patuelli sollecita “una scelta strategica dell’Italia a partecipare maggiormente all’Unione europea per non finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani”.

 

Un destino argentino dove la super-svalutazione ha falcidiato tenore di vita, risparmi e imprese. Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, il cigno nero lo intende diversamente da Savona: “Davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di dieci anni fa”. Per due motivi. Allora le banche europee erano in condizioni di contagio reciproco e sistemico; e per “le ricette di un governo che per uscire della bassa crescita ritiene di basarsi solo sul sostegno alla domanda e non anche sul controllo del debito”. Una frecciata a reddito di cittadinanza, flat tax e smantellamento della legge Fornero, tutto a deficit. All’assemblea Abi poi il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha continuato ad allinearsi ai divergenti dal sovranismo anti europeo, apparendo più allineato alla Banca d’Italia dei predecessori Giulio Tremonti e Pier Carlo Padoan. Del resto il paese non si fa incantare dai pifferai del nazional-populismo, gli italiani sono delusi dalle politiche europee ma in maggioranza vogliono l’euro. Sul Sole 24 Ore campeggia poi una lettera aperta degli economisti Lorenzo Codogno, Giampaolo Galli, Alfredo Macchiati, Mauro Maré, Stefano Micossi, Pietro Reichlin, Guido Tabellini, Vito Tanzi a difesa “del risparmio e del lavoro” protetto dalla moneta unica. E anche il gran capo di JP Morgan Jamie Dimon giudica l’Italexit “una catastrofe che faremo il possibile per scongiurare”. Certo, Alberto Bagnai e Claudio Borghi possono pensare di cavarsela con le teorie complottiste. Ma se un establishment economico finalmente consapevole e deciso si salda con gli umori di una popolazione più matura di certi suoi leader, anche il complottismo si fa difficile. “Il sogno della Brexit sta morendo”, ha scritto Boris Johnson nel dimettersi dal Foreign Office. E se la Brexit muore inguaiando il Regno Unito, figuriamoci un’Italexit.

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