Jamie Dimon (foto LaPresse)

Un giro in bus per l'America con il banchiere più potente del mondo

Ugo Bertone

Jamie Dimon scopre che per capire gli Stati Uniti (e forse conquistarli) è meglio una birra con un cassiere che un mega resort

Milano. Altro che grandi alberghi ai Caraibi. O feste da “Mille e una notte”, come quella offerta da Google ai miliardari radunati al Verdura Resort di Sciacca. Jamie Dimon di JP Morgan, il banchiere più potente del mondo, quest’anno ha scelto vacanze controcorrente: in viaggio tra la West Coast e le Montagne Rocciose sopra un bus, come migliaia di giovanotti con un sacco a pelo o commessi di Wal-Mart in trasferta. Per carità, Dimon non ha proprio viaggiato su un Greyhound, il mezzo più economico per attraversare gli Stati Uniti.

 

Ma sul suo pullman ha preso posto, tappa dopo tappa, una strana comitiva: i suoi luogotenenti, tra cui Dimon sceglierà probabilmente il suo successore, una schiera di dipendenti comuni e, ancor più numerosa, una rappresentanza di clienti, compresi quelli che non di rado rischiano di finire in rosso prima della fine del mese. Un piccolo ritratto dell’America che di solito sfugge al radar dei potenti. “Perché l’ho fatto? – ha detto il banchiere – Volevo farmi un’idea della vita di tutti i giorni, al di fuori dei cliché più comuni. Fare un giro tra le stazioni, gli uffici che deliberano i mutui e sentire i problemi dei cassieri e della gente normale”. Per far questo, in genere, si incaricano società specializzate, si fanno sondaggi e si esaminano i risultati i appositi riunioni . “Le riunioni il più delle volte servono solo a perder tempo”, aveva però tuonato Dimon nella sua ultima lettera agli azionisti, il documento più letto dall’America del business dopo il consigli di Warren Buffet. “Ci vuole qualcos’altro, per capire come va l’America non c’è niente di meglio che fermarsi in un bar ed offrire una birra ad un cliente”, aveva promesso per l’occasione, ed è stato di parola. “Credo di esserci riuscito – ha detto – Anche perché quello che aveva da imparare qualcosa da quel viaggio ero io”. “Una cosa senz’altro l’ho capita. Bisogna stare molto attenti a sopprimere i ruoli più semplici, come quello del cassiere”. Mica perché un robot non possa fare le cose meglio e a minor costo. “Il problema è che un posto da cassiere offre alla gente la possibilità di cominciare dal basso una carriera come ormai è sempre più difficile per chi proviene da una famiglia a basso reddito”. Attenti, avverte Dimon, a cancellare le ultime tracce del sogno americano. Insomma, qualcosa di diverso dalla tradizione del banchiere filantropo, semmai un banchiere politico, che molti vorrebbero candidato alla Casa Bianca per contrastare Donald Trump (che accarezzò l’idea di affidargli il ministero del Tesoro).

 

Ma è molto difficile che un banchiere possa raccogliere i consensi popolari: è ancora troppo viva la memoria della stagione dei subprime e degli sfratti per immaginare la nomina di un banchiere, per giunta feroce critico delle misure introdotte da Barack Obama a tutela del risparmio (e che Trump sta eliminando). E’ lecito nutrire dubbi sulla capacità di ascolto di un banchiere abituato a comandare e a impartire ordini piuttosto che a dare retta alle esigenze di chi deve pagare il mutuo. “Uno come Dimon – commenta Gillian Tett del Financial Times – mette a tacere anche il presidente. Non me lo vedo star zitto e ascoltare”. Ma sotto la grinta del banchiere, si cela la psicologia dell’attore. Cacciato da Sandy Weill, padre padrone di Citigroup negli anni del boom per essersi opposto al genero del boss, Dimon, prima di rientrare nel grande giro delle banche, si concesse un anno alla Columbia University per studiare (e poi interpretare) il re Lear, la tragedia shakespeariana che è anche un grande trattato sulla gratitudine e il fascino malvagio dell’adulazione: guardati dall’ammirazione servile e dai doni del potere. Meglio una birra e un selfie sulle Montagne Rocciose con un suddito, pardon, un cassiere di San Diego.

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