Giovanni Martinelli "Memento mori", 1635 

il libro

"Niente paura" di Julian Barnes discute di morte in allegria (e trova uno spiraglio tra i pistacchi)

Marco Archetti

Questo che è più di un romanzo racconta le morti vicine e lontane, e le illumina da ogni prospettiva, scovando tutte le morti di cui è sempre piena la vita

Chi ha paura della tavola limone? Il compositore Sibelius no, anzi, ci si accomodava volentieri insieme a pittori, medici, avvocati e amici. Accadeva negli anni Venti, al ristorante Kämp di Helsinki. Gli invitati erano non soltanto autorizzati, bensì incoraggiati  a parlare di morte – curiosità circa gli abbinamenti enogastronomici: qual è il menu perfetto per un funerale immaginato? Un rosso giovane e l’arrosto, o un rosato sapido e la zuppa?

 

Tornando a noi: delle tavole limone e di altri reperti autobiografici racconta lo scrittore Julian Barnes nel suo recentissimo libro limone “Niente paura” (Einaudi, pp. 246, euro 19,50), recentissimo almeno per il lettore italiano. In realtà uscì nel 2008 e si ignora il motivo di tanta attesa, dato che l’opera, una delle sue migliori, una di quelle per cui provare gratitudine, è scritta con la Montblanc intinta nella più colta e amabile arte del racconto e della divagazione. L’elenco delle tavole limone – spoiler definitivo: è, appunto, il simbolo cinese della morte – non si ferma a Sibelius: è noto che Flaubert, Turgenev, Edmond de Goncourt, Daudet e Zola, insomma, l’accolita parigina delle cene Magny, si ritrovassero per discutere di morte in allegria. “La temevano, ma non la evitavano”, scrive Barnes.

 

Restando a Parigi, si deve a Charles Du Bos, traduttore di Edith Wharton, la paternità di una felicissima espressione citata da Barnes a trampolino per le sue riflessioni: “Le réveil mortel”, ossia il cruciale momento in cui si prende consapevolezza della propria finitudine. Il risveglio alla morte, appunto. E se ogni risveglio ha le sue ossessioni, i tanatofobi sono una categoria perfino buffa, capace di categorizzarle secondo dettagliati criteri di base (nove, fa sapere Barnes) che vanno da “senso di depressione per gran parte della giornata a senso di Nullità, fino a Pensieri di morte ricorrenti e ricorrente Disposizione suicida” – maiuscole tutte dell’autore, che assegna la palma d’oro al suo amico G., “finito all’ospedale per aver fatto l’en plein: nove su nove”, aggiungendo: “La storia me l’ha raccontata senza alcuna traccia di competizione (per quel che mi riguarda ho smesso da tempo di essere competitivo con lui) nonostante un vago senso di oscuro trionfo”. Il torneo limone e i suoi podi.

 

Del resto ogni tanatofobo “ha bisogno del conforto di un caso più grave del proprio”, o di uno spiraglio tra i pistacchi: successe a Rachmaninov, uno che non era sicuro nemmeno di dove fosse nato e che, forse per questo, era ossessionato da dove sarebbe andato a Finire, il compositore che più di ogni altro introdusse il Dies irae nella propria opera, uno dei più noti assillati dal Limite Estremo (perfino su Wikipedia campeggia la sua frase: “Una vita intera non basta alla musica”), uno che al cinema, durante la proiezione di “Frankestein”, alla scena del cimitero si alzò e se la diede a gambe. Be’, un giorno, nel 1915, andò a trovare la poetessa Marietta Shaginyan. Si fece fare le carte per sapere quanto gli restasse da vivere e poi intavolò una vivace chiacchierata con la figlia. “Aveva a portata di mano”, racconta Barnes, “una ciotola di pistacchi salati. Ne prese una manciata, parlò di morte. Si avvicinò con la sedia per servirsene un’altra manciata, riprese a parlare di morte. All’improvviso si interruppe e scoppiò a ridere: ‘Incredibile – esultò – i pistacchi hanno spazzato via la paura!’”.

 

Anche Šostakovich non era da meno. Diceva che di tutte le emozioni, la paura della morte era la più intensa. “Ogni tanto mi capita di pensare che non ci siano sentimenti più profondi”. Poi – racconta con ammirazione Julian Barnes, in un intreccio sempre più stretto di riflessione saggistica, memorialistica intellettuale e affari propri – c’erano quelli come Tristan Bernard, drammaturgo, che era solito fermare carri funebri come si ferma un taxi, chiedendo: “Libero?”.

 

Manuale per l’uso di una e molte idee della morte, storia di una famiglia, bricolage amatoriale di parentele intellettuali, collezione di oggetti barnesiani raccontati dalla vita alla morte – la storia del pouf dei genitori non bisogna perdersela – questo che è più di un romanzo racconta le morti vicine e lontane, quelle che ci appartengono e quelle che ci sfuggono, e i corsi, i percorsi e i decorsi di quasi tutto, dalle convinzioni alle cose. E illumina la morte da ogni prospettiva, scovando tutte le morti di cui è sempre piena la vita. Perché il Finito ci rammenta  sé di continuo, i lipidi e le proteine si disintegrano appena formati (nota la storiella, risalente al V secolo, del tizio che si rifiutava di pagare un debito in quanto sosteneva di non essere cellularmente la stessa persona che l’aveva contratto) e ogni molecola intorno alle sinapsi è rimpiazzata di ora in ora – quindi il cervello che avevamo un anno fa si è già ricostruito mille volte, sebbene si stenterebbe a crederlo considerando la coriacea persistenza nell’idiozia di certuni.

  

Anziché limitarsi ai ricordi, tutti mutevoli, tutti inventati, Barnes ci racconta, con gravità squisita, le dimenticanze. Non crede in Dio ma gli manca (suo fratello trova questo pensiero patetico) e ci accompagna dentro sé stesso a visitare tutti gli artisti, scrittori e musicisti che risiedono in lui, riformulando il passato e ipotizzando il destino, fino “all’ultimo paio di occhi che mi leggerà”, fino a scrivere: “Chissà se possiamo dire addio a noi stessi prima del momento fatale”. Ma si muore come si muore. E nemmeno Montaigne morì come aveva sognato, piantando cavoli.

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