Abramovich porta a Londra Cechov e con lui il racconto di una Russia stanca

Micol Flammini

Se il declino del putinismo passasse per un oligarca a teatro

Roma. E’ un genio sottovalutato e trascurato, Anton Cechov. In Italia viene lasciato a se stesso, spesso appeso a quella lunga fila di nome-patronimico-cognome che, se per un russo della fine dell’Ottocento era un modo cortese ma usuale di chiamare l’altra persona, per un italiano del Ventunesimo secolo è soltanto un elemento di distrazione. Anton Cechov è un artista tragico e comico, di cui spesso è stato colto soltanto il lato comico, rappresentato senza sorrisi storti e stridor di denti. A questo tic hanno ceduto anche i russi da molti anni, in realtà nemmeno Stanislavski sapeva bene cosa farne di lui, e spesso lo scrittore viene rappresentato come un grande classico, i suoi personaggi vengono spogliati della loro forza ed esposti sui palchi quasi fossero opere museali. Il problema che si pone con un autore come Cechov è uno: sarà commedia o sarà tragedia? Deve far ridere o piangere? Tutte e due insieme, Cechov deve mostrare, deve dire e non esiste autore migliore di lui per descrivere cosa sia la Russia oggi. La compagnia del teatro Pushkin di Mosca lo ha capito e ha messo in scena “Il giardino dei ciliegi” con una rappresentazione dolorosa, una denuncia ironica che tira Cechov fuori dalla teca dei ninnoli nazionali. Il mercante Lopakhin è un maniaco sessuale, Ljubov’ Ranevskaja se ne va in giro con un cappio al collo, i personaggi soffrono tra una trasfusione di sangue e l’altra. Sul palco la compagnia Pushkin ha portato una società angosciata e nevrotica, un ritratto in movimento della Russia di oggi, sempre più povera, colpita dalle sanzioni internazionali e che non crede più nelle certezze nazionalistiche e nel putinismo. 

  

La fortuna ha voluto che tra il pubblico, ad assistere all’opera, ci fosse Roman Abramovich, l’oligarca russo proprietario del Chelsea, che ha deciso di portare la compagnia a Londra per farla esibire al Barbican. Abramovich è uno dei ricchissimi russi, gli oligarchi, una categoria diversa dai semplici imprenditori, diversa dagli uomini di affari, nata dal vuoto ideologico dell’inizio degli anni Novanta in una Russia tutta da ricostruire. Era uno di quei giovani ambiziosi che si prese tutto il prendibile, di coloro sui quali Emmanuel Carrère nel suo romanzo “Limonov” scrisse: “Non erano disonesti per vocazione, erano soltanto cresciuti in un mondo in cui era vietato fare affari, ma loro avevano un vero talento e da un giorno all’altro si erano sentiti dire: ‘Fatevi sotto’”. E loro si sono fatti sotto. Roman Abramovich però è un animale solitario, internazionale, distante da quei dinosauri che parlano poco e male le lingue straniere pur avendo ville negli Stati Uniti. Prima di diventare oligarca in piena Perestrojka, vendeva le prime bambole di plastica, poi si specializzò nel petrolio, acquistò una quota di Sibneft, poi di Aeroflot ed entrò a far parte del colosso dell’alluminio Rusal. Vendette tutto e comprò, reinvestì nel gruppo Evraz, altra compagnia specializzata nell’acciaio e infine nel Chelsea. Si è trasferito a Londra, ma dopo il caso Skripal, l’ex spia russa avvelenata a Salisbury, anche lui, come tanti altri russi, si è ritrovato senza residenza britannica. Ha però potuto ottenere quella israeliana, è di origini ebraiche, ma per questioni di affari continua a passare lunghi periodi in Gran Bretagna. Lì ha deciso di portare la compagnia Pushkin e Cechov. Abramovich con il Cremlino è in buoni rapporti, va spesso in Russia ma tiene il suo denaro lontano da Vladimir Putin. Si è sempre interessato poco di politica, ma c’è chi dice che il putinismo, se mai finirà, finirà proprio per mano degli oligarchi. E’ una teoria un po’ azzardata, dal momento che i miliardari russi e Putin sono l’uno il sostegno dell’altro, ma in qualche modo, prima o poi, l’èra del presidente dovrà pur finire e la rivoluzione potrebbe arrivare dall’esterno, magari dal teatro, oppure sì, da un oligarca dal profilo internazionale come quello di Roman Abramovich.

 

Seduto sulle poltrone del teatro Pushkin di Mosca, e vedendo quella rappresentazione così tragica e comica, insomma à la Cechov, della società russa, deve aver pensato che forse valeva la pena di esportare il talento del regista, Vladimir Mirzoev, quello della compagnia e perché no, anche l’immagine di una Russia così sconvolta. Con la cultura si fa politica, si costruiscono legami, si lanciano messaggi. Anton Cechov, che morì poco dopo aver scritto “Il giardino dei ciliegi”, lo sapeva e Abramovich senza dubbio non lo ignora.

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