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In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

I due vicepremier, come al solito, hanno commentato la vicenda senza tener conto del quadro giuridico

27 Luglio 2019 alle 06:12

In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

Foto LaPresse

Dopo l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai “lavori forzati in carcere finché campa”, il secondo che “se dovessero essere persone non italiane (…) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui”. Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo.

 

L’auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio. Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per esempio, moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello stato nel quale il reato è commesso e quello dello stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per esempio, fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati. Uno dei paesi con cui l’Italia ha queste intese è l’Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall’autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali. Il tutto deve poi fare i conti con la Cedu, la Corte europea per i diritti dell’uomo, che spesso sanziona gli stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo stato X, cui l’Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all’interno di X di istituti di pena con standard accettabili. Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici).

 

Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il “fine pena mai”: perfino la condanna all’ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere – anche in parte – ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione. Dall’altro considera – con qualche ragione – il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: “Il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato”, spiega l’art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.

 

Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l’omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell’Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza. Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l’assassino del brigadiere Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Per il furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria. Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l’arresto in flagranza.

 

Un’azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un’intesa con l’autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l’efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.

Alfredo Mantovano

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Commenti all'articolo

  • gheron

    27 Luglio 2019 - 18:06

    Duemila anni fa Roma risolveva molti dei suoi problemi decapitando e riempendo di croci le strade consolari. E da noi mastro Titta è andato in pensione giusto l'altro ieri dopo una lunga vita al servizio dei papi. Non c'è modo di conoscere il numero, certamente enorme, delle condanne ingiuste. Vi hanno posto rimedio il nonno di Alessandro e tantissimi altri fino a Marco, Emma e collaterali, spendendo ogni loro energia per il recupero, diciamo così, delle pecorelle smarrite. Pare, però, che "quel " rimedio sia peggiore del male...

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