Il feretro del carabiniere Mario Cerciello Rega (foto LaPresse)

No, non si può sequestrare il dolore

Adriano Sofri

Il carabiniere, la politica e quella folle pretesa di appropriarsi di un lutto

Ho ascoltato il ricordo di Mario Cerciello Rega pronunciato al funerale dal comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri. Colpiva non per l’efficacia retorica, che poteva esser data per scontata, ma per un’affabilità quasi antica, appropriata a Somma Vesuviana e alla sua chiesa, alla maglia del Napoli, all’evocazione dell’orfano Giovanni Pascoli e della Piccozza – “piangendo sì, forse, ma piano” – alle qualità dell’ucciso, rese anche loro come antiche da un’attualità che le rinnega. Un uomo buono col suo prossimo, figurarsi. Nistri, persona di cultura aggiornata e di temperamento sicuro, ha forse voluto rimettere assieme, almeno in un giorno, un’ora, i connotati di un paese a pezzi, e darne il merito, rispetto e riconoscenza, al vicebrigadiere caduto. Ha evocato e scongiurato la dodicesima pugnalata. Aveva addosso il disastro del fermato ammanettato e bendato, e non ha esitato, questa volta, a deplorarlo né a ribadire, nella stessa chiesa, come vadano trattati i fermati in caserma, qualunque crimine ce li abbia portati. 

 

Dunque non è di questo episodio, una vera disgrazia, del resto nient’affatto sorprendente, che vorrei soprattutto dire, ma di un punto più sfuggente e delicato.

Nell’ubriachezza molesta permanente che incitò alle invettive contro “i nordafricani” (chirurgicamente trattate qui da Giuliano Ferrara) o ai proclami sui lavori forzati e le galere in cui marcire e le irrisioni, che cosa volete che sia, sulle foto bendate, ciò che più disgusta non è il pregiudizio razzista e la derisione del diritto e dei diritti: a questo, starei per dire, ci siamo abituati, benché non abbiamo nessuna intenzione di abituarci, mai. E’ invece la pretesa di appropriarsi del dolore e dell’indignazione per un uomo ammazzato in quel modo. Cosa loro. Le frettolose correzioni dei primi ottusi e fanatici commenti – cancellazioni, le correzioni si segnalano, se ne chiede scusa – non hanno cambiato in niente l’appropriazione indebita: il bravo carabiniere ammazzato è cosa loro. Loro il dolore, lo scandalo, la denuncia, il fiancheggiamento. Loro la vedova, la madre, i figli, quando ci fossero. Loro l’Arma, tutte le armi. Loro la demagogia sui quattro soldi di stipendio, la promessa su fondi e assunzioni, il decreto sicurezza bis che mescola pene rincarate per i reati che coinvolgano le forze dell’ordine con la persecuzione di volontari che vanno per mare a soccorrere naufraghi piuttosto che a Lourdes ad accompagnare malati – o in ambedue. Vogliono sequestrare il dolore, tutt’al più lottizzarlo secondo un manuale Cencelli del lutto, escludere ed esecrare gli altri. Naturalmente, la cattiva retorica permette di rivendicare comunque tutta l’Italia unita nel cordoglio. Tutta l’Italia, loro, e il resto, i cattivi, cioè gli efferati buoni, quelli del mare, di Lourdes, della Guardia costiera prima d’essere sequestrata, dei carabinieri cui telefonare in caso di bisogno, perfino quando si spaccia in piazza Mastai.

 

Hanno avuto un colpo di sfortuna, gli antibuonisti. Se fossero stati davvero “due nordafricani” (o, più in breve, “due africani”) sarebbe intervenuto il sillogismo inesorabile: due africani accoltellano a morte un carabiniere, voi difendete i nordafricani, voi accoltellate i carabinieri. Ma non hanno rinunciato comunque. L’altro piccolo colpo di sfortuna sta nella foto: immaginate un maghrebino o un nigeriano ammanettato e bendato sulla sedia della caserma. La foto avrebbe fatto scalpore? L’Egitto, o la Nigeria, avrebbe gridato allo scandalo, ventilato invalidità processuali?

 

Poscritto, niente di più, su manette e benda. Non si deve fare, si fa, chissà quante volte, in ogni genere di luogo chiuso. Nelle prigioni, specialmente. Gli altri luoghi chiusi sono arrischiati ormai, ci sono i telefoni che fotografano. La mutazione è tale da rendere difficile capire se la fotografia sia stata fatta e soprattutto diffusa per farsene belli, o per denunciare la vergogna. I carabinieri che si intravvedono nella foto non trovano evidentemente innaturale la situazione. Se ne può immaginare una quantità di spiegazioni: la più triste è un’indifferenza. Mortificare uno sciagurato, uno che viene da quell’angolo di strada insanguinato, è uno sfizio pressoché naturale. Fargli paura, anche, almeno per cinque minuti, se tanti siano stati. Il giovane, manette sulla schiena e capo chino, è una mosca cieca che si chiede, per cinque minuti, che cosa stanno per fare di lui. E’ un po’ come puntargli una pistola scarica e sparare – lui non sa che è scarica. Il carabiniere, o i carabinieri, che hanno giocato così si sentiranno ora giocati essi stessi dall’enormità delle conseguenze: addirittura la minaccia di invalidare il processo. Disgraziati anche loro. Succede. A un’insegnante è venuta una frase, sembrava irresistibilmente brutale, chissà quanti like: un momento dopo, voce dal sen fuggita, le aveva rovinato la vita. Un giorno, a Sarajevo, dei giovani dell’età dei due scellerati californiani aprirono il fuoco. Quando li interrogarono, dissero: “Io ho sparato, non avrei mai immaginato di scatenare la guerra mondiale”.

 

Fa impressione, che Giovanni Salvi, il procuratore generale romano, abbia dovuto dichiarare che quando i due accusati sono comparsi davanti alle magistrate per essere interrogati erano a occhi aperti e mani sciolte, e assistiti dagli avvocati, e verbalizzati. E non torturati.

C’è la solita questione del contesto. Arrivò Cesare Battisti a Ciampino. Salvini e Bonafede si sporgevano a gara alle telecamere – Bonafede non aveva ancora misurato il calibro rispettivo. Battisti, la sfinita docilità di un estirpato, stette in posa davanti a fotografi e camere in una stanza adibita all’uso: e due alla volta, gli agenti penitenziari e gli agenti speciali gli si misero ai lati per le fotografie. Non si era mai visto. Non si era mai immaginato di vederlo. Era l’esordio del governo del cambiamento. Era l’esordio del contesto.

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