Un uomo depone dei fiori nel luogo dove è stato ucciso il carabiniere Mario Cerciello Rega (foto LaPresse)

La fine del dibattito pubblico

Claudio Cerasa

I funerali del carabiniere, la politica del veleno. Basta con i coltelli, grazie

In politica, come si sa, c’è veleno e veleno e tutto sta nel capire quali sono le dosi massime che un paese può permettersi di assumere. Per diversi mesi, in molti hanno pensato che il veleno del populismo potesse avere sul tessuto del nostro paese un effetto simile a quello teorizzato da Mitridate VI, il leggendario Re del Ponto che vivendo nel terrore di essere avvelenato per diversi anni scelse di assumere piccole quantità di veleni per diventare immune a possibili avvelenamenti. Ci piacerebbe poter dire che il mitridatismo sia oggi l’espressione giusta per inquadrare l’effetto avuto dal veleno populista sul tessuto vitale del nostro paese.

 

Ma a giudicare da una serie di episodi verificatisi a seguito della morte di Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso a Roma nella notte di giovedì con undici coltellate, si può iniziare a sospettare che il veleno dell’estremismo sia entrato in circolo nelle nostre arterie provocando non un sentimento di rigetto ma un effetto emulazione. L’emulazione non ha a che fare con la generazione di violenza ma con un effetto diretto generato dalla volontà di utilizzare la tecnica dello scalpo di fronte a ogni caso di cronaca capace di colpire almeno per un istante l’attenzione dell’elettore.

 

Succede così di vedere alcuni importanti partiti italiani – avete capito quali – giocare con la xenofobia riportando in fretta e furia la notizia di alcuni uomini di colore accusati di aver ucciso il carabiniere. Succede così che l’account Twitter di un importante partito italiano, avete capito quale, scelga – chiedendosi retoricamente se si tratti o no di una “foto choc” – di postare la foto di un americano in manette sospettato di omicidio e bendato mentre viene interrogato. Succede così che un importante partito italiano, avete capito quale, cerchi di trasformare i propri nemici politici in complici occulti dell’assassino di un carabiniere. Succede così che alcuni politici, potete immaginare quali, cerchino di creare un collegamento tra la difesa dello stato di diritto e la difesa di un omicida.

 

La propensione naturale a inquinare il confronto politico azionando il ventilatore del letame nella speranza di mostrare al proprio elettorato un fallo di reazione degli avversari non è solo un ingrediente tipico del più becero populismo (se divido, sono diverso dagli altri; se non divido, sono uguale a tutti altri) ma è anche una caratteristica tipica di un dibattito pubblico disabituato a tenere sotto controllo ogni freno inibitorio. “Nel libro terzo della Guerra del Peloponneso – ha ricordato Mark Thompson nel suo magnifico saggio sulla ‘Fine del dibattito pubblico’ dedicato a un’America trumpiana non così diversa dall’Italia sovranista – Tucidide sostiene che un fattore importante del declino di Atene da democrazia disfunzionale fino a tirannide e anarchia passando attraverso la demagogia fu una particolare mutazione nel linguaggio, quando cioè la gente cominciò a definire le cose in modo casuale, senza ordine, facendo perdere alle parole il loro vero e accettato significato”.

 

Ieri su Twitter un bravo professore di nome Fabio Sabatini ha giustamente ricordato che scatenare gli istinti peggiori della gente produce sempre danni anche quando la si aizza contro chi merita disprezzo e che la barbarie comunicativa produce altra barbarie creando un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Arrivare a trasformare la morte di un carabiniere in un tassello di una campagna elettorale infinita è un pezzo di questa barbarie. E come ha saggiamente suggerito ieri pomeriggio ai funerali di Mario Cerciello Rega il comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri, forse è arrivato il momento di smetterla e di posare i coltelli, grazie.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.