Non moriremo di rabbia

Paola Peduzzi

Oltre l’indignazione e la rissa, c’è un mondo che va a caccia di un antidoto alla polarizzazione politica e culturale. Qualche tattica per scavalcare il cancello, ricordandoci di portare il cuore e di fare rumore

Questo proprio non me l’aspettavo, ha scritto su Twitter Ross Douthat, editorialista conservatore del New York Times. Citava un tweet di Barack Obama, ex presidente liberal degli Stati Uniti, che aveva segnalato un articolo di Douthat come “must read” di una domenica di luglio. Lo stupore compiaciuto dell’editorialista – questo proprio non me l’aspettavo – è la sintesi di quel che ci accade in questa stagione, immersi come siamo nell’incapacità di comunicare, dialogare, confrontarci: se tu, che sei dall’altra parte di questo cancello retorico e ideologico che abbiamo costruito, ti confronti con me, io mi stupisco. Ci stiamo rassegnando a questa separazione: non abbiamo più niente da dirci. Anzi, visto che non ci capiamo e che il dialogo è un lusso del passato di cui impariamo velocemente a fare a meno, se ti avvicini c’è pure il rischio che mi metto a ringhiare, a insultare, a cacciarti via. Mai come in questo periodo capita di concludere lunghe e articolate chiacchierate con commentatori, esperti, consiglieri, analisti, gente che studia e interpreta il mondo che, alla domanda “e quindi che si fa?” con questa polarizzazione, rispondono, un po’ scherzando e un po’ no: una rissa, laddove non arriva la possibilità di una convergenza di idee, resta lo spazio per un cazzotto.

 

La de-polarizzazione completa non esiste, ma riaprire il confronto si può: “Questa è una storia che devi assolutamente sentire”

Ecco quindi lo stupore: risulta sorprendente che uno dell’altro partito, dell’altra visione del mondo, indichi quello che io scrivo, penso, racconto, rappresento degno di segnalazione. L’articolo di Douthat che Obama ha evidenziato parlava proprio di questo: del dialogo, del superare il cancello del “non sono d’accordo” per vedere che cosa c’è là dietro. Lo stupore può prendere tante forme, ma non può esistere senza la curiosità di scavalcare quel cancello: la curiosità, a volte, è anche senso civico. Magdalena Adamowicz, la moglie di Pawel, il sindaco liberale di Danzica ucciso a cinquantatré anni sul palco di un evento di beneficenza da un uomo che accusava lui e il suo partito di avergli rovinato la vita, dice: “Se rispondiamo all’odio con altro odio, non facciamo che alimentare il circolo vizioso. Un giorno toccheremo il fondo, l’inferno, e poi cosa facciamo, ci uccidiamo l’un l’altro tutti quanti?”. Magdalena gira per l’Europa con la sua spilletta d’ordinanza, “Imagine there’s no hate”, cerca di creare un’alleanza trasversale contro l’odio, un modo per saltare di là dal cancello, senza restare impigliati nelle punte. Benvenuti nel mondo dei dialoganti: non moriremo di rabbia. 

 

In termini politici, la risposta è sospesa: contro i rabbiosi, bisogna essere più rabbiosi o al contrario più dialoganti? I populisti li batti con una dose più massiccia – e di segno politicamente inverso, ammesso che poi non si ritrovino tutti nello stesso punto, quello in cui gli estremi si uniscono – o costruendo una grande tenda moderata e centrista? Non si sa, ma i dialoganti cercano di costruire un argine alla rabbia, perché è evidente che, se mai qualcuno un giorno sarà eletto per tirar giù questo cancello, non basteranno le ruspe: ci vorrà una controrivoluzione culturale, e il percorso inverso della rabbia, quel calmiamoci tutti che proviamo a ripeterci nei giorni in cui non siamo occupati nella rissa, pare parecchio accidentato.

 

Douthat è un intellettuale conservatore moderato, scrive sul New York Times: non ci vuole un grande slancio di curiosità per andare a vedere che cosa dice e propone. Più difficile è quando ti si presentano storie, interpretazioni, commenti, slogan che risultano, fin da subito, alieni: il mondo di là, l’altro polo, non abbiamo niente da dirci. In questo caso prendersi la briga di superare il cancello rischia di essere non soltanto una perdita di tempo, ma anche una miccia ulteriore per lo scontro, la rabbia, la rissa. Così ci ritroviamo spesso a fissare questo cancello – che si fa sempre più alto e appuntito – con in mano le nostre contraddizioni: torno a casa, mi chiudo dentro: non abbiamo niente da dirci, se ti avvicini ti picchio; oppure mi piazzo qui davanti e urlo, sbraito, m’indigno, non sono solo a gridare ogni giorno “ora basta, è inaccettabile”, qualcuno dall’altra parte si affaccerà e chiederà: non è che mi fate uscire?; oppure scavalco, entro.

 

Magdalena, la moglie del sindaco di Danzica ucciso, sta creando un movimento trasversale in Europa per uscire dal “circolo dell’odio”

Douthat dice: entriamo. Parte da una storia complicata e collaterale che si presta a una lettura diversa a seconda che tu sia di destra o di sinistra (anche queste sono categorie che si prestano a infinite interpretazioni, ma proviamo a farla semplice) e poi sposta la sua attenzione a quello che lui considera il “cuore della polarizzazione”, che spesso “non riguarda un disaccordo rispetto ai fatti, ma se questa o quella storia siano in qualche modo rappresentative”, cioè raccontino qualcosa di più grande sulle persone coinvolte e su di noi. Questo significa che uscire dalla polarizzazione comporta uno sforzo che “in fondo riguarda più l’immaginazione che l’informazione e non è una cosa che ottieni semplicemente conoscendo meglio le informazioni su x o y o z”. La de-polarizzazione completa non è data, restano valori e idee diversi su cui non è possibile – e nemmeno naturale – creare una sintesi condivisa, ma “nulla può mitigare la polarizzazione – conclude Douthat – più della consapevolezza che, da qualche parte, su qualche argomento, c’è qualcuno con cui sei in disaccordo che sta raccontando una storia che devi assolutamente sentire”. Entriamo e ascoltiamo, dice il commentatore conservatore.

 

Cass Sunstein, autore liberal, professore della scuola di legge di Harvard, giurista ed economista comportamentalista amico fraterno di Obama, ha pubblicato qualche tempo fa un breve saggio sull’Economist in cui diceva: entriamo, e facciamolo con grazia (a illustrare l’articolo c’era un ragazzo con il dito medio alzato, forse per ricordarci che la tentazione della rissa è sempre lì). Sunstein dice che le democrazie “richiedono alti livelli di grazia personale e sono messe gravemente in pericolo dal suo contrario, che è la brutalità”, il dito medio alzato con tutte le sue declinazioni che abbiamo imparato a conoscere, dal vaffa alla zecca alla zingaraccia alle allusioni razziste, e quello che c’è in mezzo. Sunstein la prende larga, ancora più larga di Douthat, parte dai padri fondatori dell’America, dalla ricerca dei valori che uniscono che fu di James Madison e dall’assenza di trionfalismo verso gli avversari di Abraham Lincoln (“siamo amici, non nemici”) per arrivare ai giorni nostri in cui la grazia resta il collante della democrazia, “rende possibile il compromesso e, cosa più importante, rende possibile l’apprendimento politico”. Ma la brutalità si è mangiata ogni cosa, compromessi, e apprendimento, non soltanto nel dibattito politico appesantito da termini e toni sgraziati ma anche nella vita quotidiana: “Nel 1960 – ricorda Sunstein – soltanto il 5 per cento dei repubblicani e il 4 per cento dei democratici dicevano che sarebbero stati ‘contrariati’ se i loro figli o figlie avessero trovato mogli e mariti con una diversa appartenenza politica rispetto alla loro. Nel 2010, queste percentuali erano schizzate al 49 e 33 per cento”. Le riunioni di famiglia deturpate dalla polarizzazione sono diventate un genere: ognuno ha un aneddoto sulle discussioni (avute o evitate) con cognati e zii, c’è chi dice che Trump o la Brexit sono diventati ragioni di divorzio e una madre americana ha fatto la valigia al figlio di dieci anni e lo ha messo fuori dalla porta perché ha osato dire qualcosa di non troppo insultante nei confronti di Trump (lo ha filmato, il ragazzino piange disperato: piccoli trumpiani crescono). Per recuperare la grazia utile sia al dibattito pubblico sia alla quiete familiare, l’antidoto alla polarizzazione e alla brutalità, Sunstein propone un piccolo vademecum per i politici: “Invece che dire ai loro oppositori che sono dei traditori, dei pazzi, degli ipocriti, dei venduti o che non hanno a cuore il benessere nazionale, possono occuparsi del merito di proposte concrete, dando per scontata la buona fede di tutti. Possono trattenersi dall’attaccare le intenzioni delle persone. I partiti possono promuovere leader che rispettano queste regole, e ridurre il potere di chi non lo fa. I media possono riservare minore attenzione alle accuse sensazionali e occuparsi piuttosto di quel che conta davvero, che sono gli effetti della politica sulla vita dei cittadini”. Questo approccio invero asettico non può che essere riservato ai tecnici, dice Sunstein, l’aspirazione alla grazia diventa un antidoto per pochi: chi entra, chi oltrepassa il cancello, deve avere il cuore un po’ più freddo degli altri.

 

La brutalità si combatte con l’aspirazione alla grazia, dice uno studioso, che fa un vademecum della moderazione preciso ma freddino

Questa dicotomia è presente anche in un articolo appena pubblicato da Ian Leslie, autore e presentatore della Bbc che ha scritto un saggio sulla curiosità, “Curious: The Desire to Know and Why Your Future Depends On It”. Leslie parte dal saggio di uno psichiatra americano, Scott Alexander, e divide il mondo in due emisferi: i teorici dell’errore e i teorici del conflitto. I primi pensano che i propri oppositori – politici e non – abbiano soluzioni sbagliate ma buone intenzioni, cioè la cura del bene collettivo. I teorici dell’errore sono definiti gli ingegneri, stanno riuniti attorno a un motore che si è inceppato e devono trovare il modo di aggiustarlo, ascoltandosi e convincendosi l’un l’altro (con grazia, possiamo aggiungere). I secondi, i teorici del conflitto, pensano al contrario che questo approccio olistico – “happy talk”, lo chiama Leslie – sia forgiato apposta per nascondere la verità: la politica è una guerra, ti batti per difendere le tue idee e ragioni, “cosa nobile”, e per disintegrare l’altra parte, “cosa malvagia”. La colluttazione è inevitabile, e infatti questo è il campo dei cosiddetti guerrieri. Oggi i guerrieri sono maggioranza in ogni contesto, dalla politica ai social media al mondo del business, e l’antidoto al conflitto permanente non può che essere l’ascesa degli ingegneri, che sono gli aggraziati tecnocrati di cui parla Sunstein. Leslie, che si sente affine agli ingegneri, ammette però che qualcosina dai guerrieri bisognerà necessariamente copiare, “le persone non sono robot che agiscono esclusivamente seguendo la logica”, non conquisterai mai le teste senza aver preso stomaco e cuore. La grazia asettica si sporca un pochino, si scalda soprattutto: entrare nel cancello senza cuore o passione è pericoloso.

 

Altri intellettuali, come l’ex direttore del centro studi conservatore American Enterprise Institute, Arthur Brooks, collocano lo slancio e la curiosità di andare al di là dal cancello – il dialogo e il confronto – in un contesto più banale ma più profondo: quello dell’amore. In “Love your Enemies”, saggio pubblicato in primavera, Brooks spiega che è stata oltrepassata la soglia della rabbia: ora siamo nella “cultura del disprezzo”. La rabbia implica un confronto – anche un cazzotto – mentre il disprezzo si nutre dell’assenza del confronto: sei talmente lontano da me che ti ignoro. Non esisti. L’unica risposta al disprezzo, scrive Brooks, è l’amore: “Il mio punto è semplice: amore e calore non potranno cambiare tutti i cuori e tutte le menti, ma provarci non costa nulla, e comunque poi ti sentirai meglio”. Anche un altro Brooks, David, saggista ed editorialista del New York Times, da parecchio tempo insiste sull’antidoto dell’amore: so che può sembrare banale, ha ammesso, ma il tessuto sociale annichilito dalla polarizzazione si ricostruisce soltanto provando a fare un atto d’amore, a cominciare dal proprio vicino. Ricostruendo le comunità, sostiene David Brooks, si creano le condizioni per andare oltre il cancello, portandosi dietro il bagaglio della controrivoluzione culturale: soprattutto, in questo modo non lo si scavalca da soli, il cancello.

 

In vacanza la Merkel legge un libro su Shakespeare e i tiranni che spiega il momento preciso in cui fare la morale non ha più effetto

Il programma dell’amore è affascinante ma di lungo periodo, quello della grazia è, come dire, esclusivo, e per quanto si possa riflettere di fronte a quel cancello il dibattito pubblico è già deteriorato. La moderazione nei toni e nell’offerta politica non trova un varco, i dialoganti hanno tutte le curiosità e le ragioni del mondo ma non riescono a scalfire la potenza della rabbia, dell’insofferenza, dell’insulto. I dialoganti con le loro formule educate sono considerati emotivamente inefficaci, ma lo sappiamo tutti che l’antidoto alla cultura del disprezzo è esattamente qui, ora, davanti al cancello. In questi giorni la cancelliera tedesca Angela Merkel, leader politica dei dialoganti, è stata fotografata sul terrazzo dell’albergo nel sud Tirolo dove trascorre qualche giorno di vacanza mentre legge un libro di Stephen Greenblatt, celebre storico letterario premio Pulitzer. Si intitola “Il tiranno. Shakespeare e l’arte di rovesciare i dittatori”, racconta Riccardo III, Machbet, Coriolano, Giulio Cesare e una domanda che si era posto lo stesso Shakespeare: quand’è che ogni cosa non è più al suo posto e nel disordine vince la brutalità? Greenblatt non racconta soltanto la tirannia, ma anche quelli che l’hanno permessa, chi per distrazione, chi per complicità: quelli che sono stati costretti dal tiranno; quelli che erano convinti che il tiranno non sarebbe mai diventato tiranno; quelli che si sono spaventati e hanno ceduto; quelli che hanno avuto la presunzione di avere il controllo sul tiranno; quelli che sono contenti di prendere ordini; quelli che più sono grandi le bugie più ci credono. Poi c’è la categoria dei passanti affascinati, cioè tutti gli altri, quelli che guardano e non fanno nulla, forse addirittura, nello spettacolo, un pochino si divertono. E’ un passaggio feroce e doloroso, la contraddizione davanti al cancello: non ci stiamo divertendo, scavalchiamo, entriamo, e facciamo rumore.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi