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La libertà non russa

Abbiamo fatto un viaggio nel futuro con Tony Blair, al grido “valori first”. Mobilitarsi, ricostruire, creare centri riformatori capaci di guidare i cambiamenti radicali. Ecco le armi politiche e culturali per una battaglia contro gli estremismi di ogni colore

15 Luglio 2019 alle 10:08

La libertà non russa

Tony Blair (foto LaPresse)

“Il liberalismo è il futuro” dice Tony Blair, e in un attimo tutto quell’“obsoleto” che Vladimir Putin ci aveva gettato addosso torna a essere leggero e limpido: non prendiamo lezioni di liberalismo dal presidente russo. Direte: che cosa ti aspetti da Tony Blair, forse che sostenga che quello che pensa e applica e predica da venticinque anni è il passato? Certo che no, ma quel che ancora colpisce e affascina è che l’ex premier britannico non è sulla difensiva: ogni questione lui la prende e la lancia in avanti, si guarda alle spalle solo per fare esempi, per ricordare quel che è bene non dimenticare, ma poi gli occhi corrono in là, di corsa, con quel suo gesticolare inconfondibile a scandire ogni tappa perché, dice, “il più grande errore che i progressisti possono fare oggi è restare indietro, rimanere i guardiani dello status quo”.

 

Il liberalismo è quel che siamo stati e saremo, è un’idea imprescindibile, assoluta, esatta, da gestire e declinare “con cura”

E’ cominciato così questo piccolo grande viaggio nel futuro assieme a Tony Blair: con una scossa. Via la solitudine, via il senso di colpa che ha preso i liberali da quando è cominciato il grande ripensamento sullo slancio globalizzatore avviato negli anni Novanta, tutti a rimuginare sugli errori, ognuno a scegliere quello contro cui scagliarsi: collezionisti di sassolini nelle scarpe, così si finisce a correre senza partire mai. La Cool Britannia cantava “don’t look back in anger” e si gettava in avanti con le sue rivoluzioni e le sue visioni, un carico di aspettative incentrate sulla promessa più bella che c’è, nella vita, nella politica, nell’amore: “Things can only get better”, andrà tutto bene. Ecco, questo piccolo grande viaggio nel futuro parte da qui, in una mattina luminosa d’estate, con una scrollata, la rabbia che resta là, nel passato, la voglia di costruire un’alternativa a quest’atmosfera lugubre di pessimismi, rancori, schiaffi, scarpe tolte e rimesse e non è cambiato nulla: certi sassolini non si toglieranno mai, ma si corre anche così. Il liberalismo è quel che siamo stati e saremo, dice Blair, è un’idea imprescindibile, assoluta, esatta, che deve essere declinata e governata “con cura”: l’ex premier inglese ripete tante volte “carefully”, va di corsa ma non è sbadato.

 

I populisti pretendono di avere soluzioni facili. Poi governando si accorgono che certe questioni erano complicate per davvero

Tony Blair è a Milano, è appena rientrato in albergo dopo aver parlato alla Convention internazionale dei Lions, ma arriva da un viaggio in Africa, uno dei tanti: premier laburista del Regno Unito dal 1997 al 2007, è stato fino a due anni fa l’inviato in medio oriente delle Nazioni Unite mentre si costruiva una nuova vita da oratore ben pagato in giro per il mondo che si è rivelata quasi più complicata di quella da primo ministro. Mantenere buoni rapporti con gli ex è sempre difficile, con Blair è stato quasi impossibile, anzi per molti è diventato più rassicurante dargli addosso, come se affossando lui fosse possibile regolare ogni conto con il passato, che fosse la guerra in Iraq o la terza via o il liberalismo. Il blairismo è diventato un affare da nostalgici o feticisti, chi era ragazzo negli anni Novanta gli aggiunge il carico lacrimevole della fanciullezza perduta, chi era più vecchio e non condivideva quel riformismo sfrontato gongola di fronte alla parabola discendente, i giovani di oggi ne parlano come delle cabine telefoniche, con tenerezza retrò. “We don’t do Blair”, dicono parafrasando il celebre “we don’t do God” di Alastair Campbell, lo spindoctor del blairismo che è appena stato sospeso dal Labour: ha votato per i liberaldemocratici alle elezioni europee. Il disamore si è accumulato, uno strato sopra l’altro, polvere e rabbia: com’è che diceva quello, andrà tutto bene? Ma dai. Di recente Blair ha detto che “il viaggio di un primo ministro è che parti al minimo delle tue capacità e al massimo della tua popolarità e finisci al massimo della tua capacità e al minimo della tua popolarità”, e poi ha riso.

 

Nella nostra conversazione non c’è traccia di disamore: Blair non va a caccia di colpevoli o vittime, di vincitori o vinti, deve avere le scarpe piene di sassolini ma ha imparato a non sentire male. Conserva lo spirito che aveva nel 2007, al suo ultimo discorso ai Comuni, quello che finiva con “and that is that, the end” ed era un elogio della battaglia politica, del rispetto per la politica, del confronto duro, durissimo (avete presente i Comuni britannici?), ma leale. Rimorsi e rimpianti sono nascosti dietro ai suoi occhi, non si vedono, non li fa vedere, Blair cerca semmai la rampa di lancio di una nuova rivoluzione – “culturale, intellettuale oltre che politica” – smantellando la convinzione che quel che sta accadendo, polarizzazione e radicalizzazione del dibattito, sia inevitabile. Detesta le semplificazioni eccessive, “quel che è difficile è difficile”, dice recuperando una consapevolezza verso la complessità ormai svanita: “I populisti pretendono di avere soluzioni facili a ogni problema. Poi quando iniziano a governare, dove ne hanno la possibilità, si accorgono che certe questioni erano complicate per davvero, esattamente come dicevano quelli che loro hanno combattuto, e sono costretti a fare un passo indietro”. Pensa alla Grecia dove ha vinto il centrodestra di Kyriakos Mitsotakis ma dove anche il predecessore, Alexis Tsipras, aveva dovuto adeguarsi a una regola semplice: la fattibilità di quel che prometti. Ma pensa anche alla Brexit, il suo tormento assoluto, l’unico argomento che, ogni tanto, gli fa rovesciare la testa indietro, sconsolato. Ma non s’arrende, scrolla via le delusioni e i sensi di colpa, i suoi, i nostri, di tutti, scrolla via l’inevitabilità con un gesto della mano: ci sarà quindi questa Brexit? “No, si può ancora evitare, si deve evitare”, dice trascinando la conversazione ancora più in là, un pezzetto avanti, dove ci si interroga su quel che conta: staremo meglio di come stiamo? “Quel che non aiuta le persone, e non c’è modo che la Brexit possa essere in qualche modo d’aiuto agli inglesi, non è inevitabile”. 

 

C’è chi cerca di passare la nottata, e poi c’è Blair. Che all’inizio di questo piccolo grande viaggio nel futuro, inaspettato visto che lui è considerato il leader di un passato concluso, parte dai fondamentali. “Il liberalismo è una visione aperta nei confronti del mondo. La sua essenza è che credi nella libertà, credi in un approccio spalancato sulle diverse culture, sulle diverse facce e razze, credi nell’uguaglianza, in tutte le sue forme, anche di genere. Questa essenza è rilevante oggi come lo è sempre stata, e lo sarà anche in futuro. Poi ci sono le politiche del liberalismo, e queste devono essere strutturate e gestite con molta attenzione”, altrimenti sì che rischi di spaccare tutto. Poiché ha ancora negli occhi la visita in Africa, appena cita le “politiche”,

 

Blair inizia a riflettere sull’immigrazione. Sa tutto di quel che succede in Italia, il caso di Carola Rackete ha fatto il giro del Mediterraneo e d’Europa e anche se non abbiamo tempo di discutere su come è stato tradotto “sbruffoncella” in inglese, è evidente che questo tema è, dalle nostre parti, incandescente. “Anche nel Regno Unito ne sappiamo qualcosa”, dice Blair e subito ci tornano in mente quegli inglesi che ancora oggi dicono di aver votato a favore della Brexit perché stufi di immigrati e rifugiati, anche in aree in cui di questi “invasori” non c’è mai stata traccia. “Le politiche sull’immigrazione sono un buon esempio di quanto devi usare cura e attenzione, perché se gestisci in modo stupido l’immigrazione finisci inevitabilmente con il dover affrontare un problema ancora più grande”: stupidità, proprio così.

 

“Le politiche sull’immigrazione sono un buon esempio di quanto devi usare cura e attenzione, perché se gestisci in modo stupido l’immigrazione finisci inevitabilmente con il dover affrontare un problema ancora più grande”.
Un piano coerente non prevede alcun isolamento

  

Per lui la cura sta in “un’ovvietà”: “Dobbiamo mettere controlli appropriati all’immigrazione, non si può fare entrare tutti coloro che arrivano sulle nostre coste e dire ‘puoi restare’ a chiunque. Altrimenti immediatamente crei un magnete per le persone che vogliono arrivare: è evidente che c’è bisogno di un controllo”. Non è la prima volta che Blair parla di controlli sull’immigrazione ma è stato molto criticato quando l’ha fatto: stai rincorrendo i populisti, gli hanno detto, questo andar dietro alle istanze – emergenze spesso, anche immaginarie – degli altri era il motivo per cui il centrismo si è afflosciato su se stesso. E’ un po’ il presente dei liberali, questo: ti dicono che rincorri sempre qualcuno, derive di qui e di là, e tu vorresti soltanto sistemare casa, far di nuovo spazio al centro.

 

Bisogna ascoltare anche la seconda parte del ragionamento di Blair per comprendere qual è il suo approccio all’immigrazione: la semplificazione eccessiva va a braccetto con la stupidità. “Non possiamo dimenticare che l’immigrazione è una tragedia umanitaria che nasce dalle condizioni dei paesi di partenza: la prossima ondata di immigrazione arriverà per forza e sappiamo che arriverà da lì, e non possiamo permetterci di non rispondere alle domande di lungo periodo, è ingiusto soprattutto nei paesi del sud dell’Europa come l’Italia. La risposta non può essere ancora e sempre: you guys, ve la dovete cavare”. Porti chiusi o porti aperti è una dicotomia buona per la propaganda, ma non implica alcuna cura e attenzione, mentre cura e attenzione sono essenziali per adottare politiche efficaci: “carefully”, ancora una volta. “Sto facendo una grande opera di sensibilizzazione in occidente sui paesi del Sahel, a sud della Libia – dice Blair – Lì la popolazione è in enorme crescita, c’è un elevato tasso di radicalizzazione, le istituzioni sono fragili e c’è molta povertà. E’ un interesse vitale per i paesi occidentali, in particolare per l’Europa, che questa regione così come il medio oriente siano stabilizzati. Ma ci vuole un piano coerente, stabilizzazione politica e controlli sui flussi migratori sono politiche che vanno insieme, non puoi, proprio adesso, pensare di isolarti”. Blair dice “isolarsi” e subito la conversazione prende un’altra direzione, un altro balzo, più a occidente ancora di dove siamo già.

 

Mentre parliamo nel Regno Unito sta scoppiando lo scandalo che ha tenuto banco per tutta la settimana scorsa: l’ambasciatore britannico a Washington, Kim Darroch, è diventato il nemico numero uno dell’Amministrazione Trump. Non sapevamo ancora come sarebbe andata poi a finire, ma già intuivamo che non ci sarebbe stato un lieto fine – la gestione dell’alleato americano non è più una storia a lieto fine da parecchio tempo. La crisi è stata rapida e dolorosissima: il Mail ha pubblicato le frasi che Darroch ha scritto sull’Amministrazione Trump in un report che avrebbe dovuto rimanere segreto: era una comunicazione tra un diplomatico e il suo governo. La gestione di Trump è, secondo l’ambasciatore, confusa, disfunzionale, inefficace, insicura, inetta. Le parole utilizzate non sono molto diverse da quelle di molti analisti e commentatori internazionali, Darroch ha detto che “avrebbe potuto essere chiunque di noi”, ma è lui, ed è un diplomatico e non importa se il file era segreto: Trump si è offeso a morte. Il governo inglese si è scusato, ma ha confermato l’ambasciatore, e allora è iniziata una di quelle tweetstorm tipiche e devastanti di Trump contro il “very stupid guy” Darroch e contro Theresa May, che (ormai suo malgrado) è ancora il primo ministro inglese e che, secondo il presidente americano, è “un disastro”. Darroch ha infine deciso di dimettersi per mettere fine allo spettacolo horror. Ma la “special relationship” tra Regno Unito e America ne è uscita comunque sfigurata.

 

Blair non entra nei dettagli di questo ultimo obbrobrio, ma il frantumarsi di questa relazione dev’essere una sofferenza per lui che, quando era primo ministro, la rese specialissima. Allora non sapevamo che cosa fosse la Brexit, forse il termine non era nemmeno stato inventato, ma nei primi anni Duemila il Regno Unito di Blair si spostò molto vicino all’America, lontanissimo dal cuore europeo franco-tedesco. Era la guerra in Iraq, lo sconvolgimento assoluto della politica internazionale che ancora oggi si ritrova in qualsiasi manifestazione organizzata nel Regno Unito: le maschere di Blair con il sorriso diabolico, i soldi macchiati di rosso sangue lanciati in aria, “criminale di guerra”, ti dovrebbero arrestare subito. Lo strato roccioso del disamore è questo qui: inscalfibile. E pazienza se nel frattempo s’è capovolto il mondo e l’isolazionismo americano contagioso anche in Europa fa più paura dell’interventismo: questo è un viaggio nel futuro, risuona da qualche parte “don’t look back in anger”, dei regolamenti di conti antichi qui non ci importa nulla.

 

“Da sempre, e anche oggi, l’America ha bisogno di un’Europa forte”,
dice e racconta di aver avuto contatti rassicuranti con membri dell’Amministrazione americana che sono convinti dell’importanza dell’equilibrio tradizionale e che costruiscono cuscinetti attorno
alla politica estera trumpiana

   

Blair prova a prenderla larga, a fare, almeno lui, il diplomatico: “Dobbiamo cercare di distinguere tra la retorica dell’Amministrazione Trump e le sue azioni”, dice, infilando razionalità e distinzioni laddove tutto sembra un caos pericoloso. “Da sempre, e anche oggi, l’America ha bisogno di un’Europa forte”, dice e racconta di aver avuto contatti rassicuranti con membri dell’Amministrazione americana che sono convinti dell’importanza dell’equilibrio tradizionale e che continuano a costruire cuscinetti e ammortizzatori attorno alla politica estera trumpiana (ormai c’è una letteratura sul tema: don’t let Trump be Trump). Per quanto si possa tentare di andarci piano, di individuare distinzioni tra tweet e azioni, per quanto si possa continuare a ripetere che “America ed Europa devono stare insieme”, come dice Blair, non si può che ammettere che “oggi non lo sono”. Il Regno Unito si trova al contempo in crisi con l’America e a firmare le carte del divorzio con l’Europa. Isolamento assoluto. Soprattutto, l’America non ha più a cuore la forza dell’Europa, anzi, conta sulle divisioni europee, le alimenta, le approfondisce. Non c’è più un sistema di alleanze cui fare riferimento, le foto di gruppo sono diventate la testimonianza di capovolgimenti epocali, musi lunghi uno accanto all’altro. Per Blair l’unico modo è insistere, “carefully”, tenendo bene a mente che l’obiettivo finale è stare meglio tutti, il progresso a questo tende, la somma di insofferenze e capricci non dà un interesse comune: “Le alleanze possono essere molto difficili e complicate – ribadisce Blair – ma sono necessarie”. Far funzionare i matrimoni: anche questa è un’arte. 

 

La relazione tra America e Regno Unito rischia di prendere ora una piega del tutto diversa: di là c’è Trump, su cui Blair non si sbilancia troppo, ma di qui ci sarà con tutta probabilità Boris Johnson, il premier della Brexit a tutti i costi. Siamo arrivati all’ultima tappa di questo viaggio, quella del tormento assoluto ma anche del riscatto. Destre, sinistre, dove si va, dove andiamo? “Boris Johnson ha costruito la sua leadership sul divorzio con l’Unione europea, ancorandosi sempre più alla retorica di Nigel Farage”, leader del Brexit Party, “e questo è un grande errore per il Regno Unito e anche per il suo stesso partito”. La destra va a destra, insomma, ma ci sono spostamenti difficili da aggiustare, la strada dell’andata non è la stessa di quella del ritorno, ti puoi perdere, ti puoi indebolire, puoi essere divorato da chi è più cannibale di te. Per Blair è, come quasi tutto, una questione di valori.

 

Per i conservatori la Brexit viola un valore identitario molto forte: “I Tory sono il partito conservatore e unionista, è questo il loro nome completo. E’ davvero incredibile che oggi che, a causa della Brexit, si rischia anche una spaccatura dell’Unione, con l’Irlanda del nord da una parte e la Scozia da un’altra ancora, i conservatori continuino a essere così a favore dell’uscita dall’Unione europea”. Un’unica questione ha cambiato totalmente il panorama politico britannico, ma secondo Blair certe metamorfosi sono in corso in molti paesi occidentali, “la sociologia politica negli ultimi trent’anni è cambiata molto”, e la semplificazione eccessiva ha contribuito a una deformazione ulteriore.

 

Dopo la crisi finanziaria e lo choc economico “la sinistra occidentale
si è convinta che la politica si sarebbe spostata più a sinistra,
ed è in quella direzione che tutti hanno tentato di andare, ma temo
che non ci sia alcuna prova che confermi che quella è la strada giusta”

 

La Brexit è la madre di tutti i tormenti, ma quando ne parla Blair riflette su questo continuo strattonarsi la volontà popolare: siamo tutti custodi di un consenso, di un popolo, di un nucleo, è offrire una soluzione coerente e utile per tutti il problema. Il popolo inglese è stato attirato da un’illusione, ma “nel 2016 nessuno ha votato per il no deal”, per l’uscita brusca dall’Ue, anzi a dire la verità allora non si sapeva granché dell’articolo 50, dei negoziati, degli inghippi tecnici e delle linee rosse insormontabili. Questa mancanza di consapevolezza e di conoscenza è alla base di molte altre promesse che sono state fatte da altri leader e governi populisti, sempre per quella regola che le soluzioni facili diventano poi estremamente difficili – impossibili – una volta che devi metterle in pratica. “Ancora oggi nel Regno Unito discutiamo di una Brexit impraticabile”, dice Blair e cita il famigerato backstop, il confine con l’Irlanda del nord, cinquecento chilometri di terra contro cui si schianta buona parte delle fantasie della Brexit. Il momento della verità, del ripensamento, non può che essere vicino, “Boris Johnson è tante cose ma non è uno stupido e insistere con il no deal senza chiedere che cosa ne pensano gli inglesi sarebbe invece molto stupido” perché alla fine nemmeno la sua promessa potrebbe essere mantenuta. Non c’è modo di sostenere che il popolo inglese starà meglio, semplicemente “non c’è”. Tutto quel che non migliora la vita non è inevitabile: teniamolo a mente.

 

E il Labour? La faccia che fa Blair alla richiesta: una parola che definisca Jeremy Corbyn, è un sorriso esasperato, occhi interrogativi, la testa che si muove come a dire: non c’è una parola per definire Jeremy Corbyn. La prende larga anche questa volta, pure se poi torna stretto sull’obiettivo, perché questo è il Labour, il suo partito, la sua storia, il suo successo, la sua delusione, il termometro di quel che deve e potrà cambiare. “Oggi il Labour è in una posizione molto difficile – dice – Con un governo conservatore così disfunzionale, ritrovarsi al 18 per cento nei sondaggi ha un che di straordinario”. E’ un problema di offerta politica, altrimenti non si spiegherebbe l’ascesa del partito anti Brexit, quello liberal-democratico, che ha ottenuto maggiori consensi del Labour alle elezioni europee. “Ma questo non rende i Lib-dems un partito sostenibile nel tempo: se dovessero vincere eventuali elezioni, sarebbe la prima volta di un governo guidato dai liberal-democratici”, che è come stabilire il fallimento completo del Labour (e dei Tory, ma questo brucia meno: l’occasione dell’opposizione alla Brexit è stata sprecata dal Labour).

 

La faccia che fa Blair alla richiesta: una parola che definisca Jeremy Corbyn, è un sorriso esasperato, occhi interrogativi, la testa che si muove
come a dire: non c’è una parola per definire Jeremy Corbyn.
“Oggi il partito è in una posizione molto difficile”
nonostante sia contro un governo così disfunzionale

 

Blair si guarda intorno ma non trova nulla di rassicurante: “Tutti mi chiedono com’è che si parla sempre delle destre, com’è che le destre dominano il dibattito, ma io dico: ditemi in quale paese occidentale la sinistra governa da sola. Non so, non mi viene in mente nessuno”. C’è il Partito socialista spagnolo, che è diventato l’appiglio per l’eventuale rinascita, “ma deve comunque creare una coalizione – puntualizza Blair – e il suo bacino di elettori si è molto ridotto rispetto a dieci anni fa”, Pedro Sánchez è corteggiatissimo, ma anche lui sta di fatto governando un declino. “Dopo la crisi finanziaria la sinistra occidentale si è convinta che la politica si sarebbe spostata a sinistra, ed è in quella direzione che tutti hanno tentato di andare, ma temo non ci sia nessuna prova che confermi che quella è la strada giusta”. Alexis Tsipras ha guidato, nel 2015, questo riposizionamento, ha spezzato e poi annichilito la sinistra tradizionale, ma oltre ad aver abbandonato il proprio radicalismo insostenibile, ora è stato scalzato da una forza moderata. In Francia, Jean-Luc Mélenchon ha preso di fatto la guida della sinistra, unica voce alternativa alla rivoluzione macronista che non fosse il fronte nazionalista: ma il suo partito, France insoumise, alle europee ha preso il 6 per cento, dal 18 che aveva soltanto due anni fa. Nel Regno Unito c’è il Labour di Corbyn, e insomma: non si trovano le parole, perché anche se il partito non ha avuto la chance di governare è già molto indebolito dalla propria incoerenza. Alla quale non riesce a rinunciare: è vero che c’è stata un’apertura al secondo referendum – “penso che siano più alte le probabilità di un secondo referendum che di elezioni generali”, dice Blair – ma Corbyn continua a mantenere ampi margini di ambiguità. L’attuale leader del Labour vuole tenere fede al suo istinto euroscettico – è scettico nei confronti di tutte le istituzioni internazionali, compresa la Nato – mentre prova a compiacere la base europeista del partito, ma così sono insoddisfatti tutti. Persino Bernie Sanders, che con il calore di “feel the Bern” aveva dato nel 2016 voce e slancio e coraggio all’ala più radicale del Partito democratico e dell’elettorato ora sembra già sbiadito. E’ uno che continua a “look back in anger”, la magia è svanita.

 

Questo non significa che i democratici americani abbiano trovato una soluzione alle proprie ferite, tutt’altro. “Il Partito democratico è molto più vibrante e in forma rispetto al Labour britannico – dice Blair – ma è ancora immerso nella convinzione che la direzione più radicale sia quella giusta, e questo per me è preoccupante”. Non si sbilancia sui candidati che affollano la corsa per le primarie – “non sarebbe molto sensato da parte mia” – ma teme che la dinamica in corso finisca per indebolire l’offensiva anti trumpiana. Gli effetti si vedono già: sono giorni che continuiamo a sentir parlare di “cat fight”, lotta nel fango tra donne (il termine viene usato soprattutto dai repubblicani, e ha una nota di disprezzo che fa saltare i nervi anche alle donne meno irritabili), con le nuove deputate agguerrite e radicali – una per tutte: Alexandria Ocasio-Cortez – che si scontrano con la Speaker, Nancy Pelosi, che una volta avremmo definito altrettanto agguerrita e radicale e oggi invece è custode del centrismo del partito. E’ difficile immaginare che tanta brutalità interna alla stessa famiglia possa aumentare la forza di tutti, ma la stagione delle primarie è per sua natura fratricida, si può soltanto provare a limitare i danni.

 

Un punto di equilibrio è però necessario. Lo sfilacciamento della sinistra più radicale è stato molto rapida, e la motivazione per Blair è chiara: “Il populismo di sinistra non batte il populismo di destra, soltanto un centrosinistra con un programma progressista può farlo”. Su questo punto l’ex premier britannico non ha mai avuto un dubbio né un’incertezza, non ce l’ha nemmeno oggi che, se la sinistra radicale accumula delusioni, il centro-sinistra racimola invero poche gioie. Ma questa è la rampa di lancio, la prossima rivoluzione non potrà che partire da qui, dal “centro muscolare”, da “nuove coalizioni” che supereranno le dicotomie classiche della politica, la destra e la sinistra. Si sta ridisegnando ogni cosa, anche e soprattutto la politica, e a una cosa bisogna badare: a ricadere nel posto giusto, dopo che saranno finiti gli scoppi populisti.

 

E’ arrivato il “momento Macron”, che Blair cita come esempio di un esperimento inedito che non può che essere il punto della ripartenza. In verità ci stiamo lentamente accorgendo, non senza strazio, che il macronismo funziona soltanto in Francia e che la formula sembra drammaticamente inesportabile. Ciudadanos è l’esempio classico: aveva tutte le caratteristiche per dimostrare che il macronismo non è un’eccezione, ma poi se l’è perse per strada, non le ha tenute a baluardo della propria identità. “Non credo che l’alleanza a livello locale di Ciudadanos con Vox sia sensata – dice Blair – Ciudadanos dovrebbe investire su un posizionamento nel centro-sinistra”: un governo con i socialisti sarebbe l’occasione perfetta, ma al momento sembra anche la meno probabile. Il macronismo rischia di restare un episodio tutto francese, ma Blair non considera questa possibilità, non potrebbe farlo: lui la big tent l’aveva già costruita per davvero, un magnete centrista formidabile, e non aveva avuto nemmeno bisogno di mettersi in marcia e di creare un nuovo partito, di ricominciare da capo, di spezzare il sistema dei partiti. Aveva preso la famiglia laburista e l’aveva spostata tutta insieme, qualcuno non era affatto contento, ma poi si era adeguato, perché quel che ti fa stare meglio è, questo sì, inevitabile. Blair ha in mente quel modello e lo lancia in avanti, inizia a ripetere “ricostruire” molte volte, sembra quasi voglia mettercisi lui a tirar su questa nuova casa centrista, dice che la sfida è “trovare le opportunità per accedere al futuro”, un futuro che sarà dominato dalla rivoluzione tecnologica, che non può essere sprecata o ancor peggio subita mentre si sta voltati indietro, le spalle a quello che verrà.

 

Questa è la postura che i progressisti devono abbandonare, da quando in qua si cammina senza guardare dove si vuole arrivare?, “le sinistre radicali pensano di portare avanti un cambiamento mentre stanno semplicemente rivisitando convinzioni del passato”, e invece che combattere questa finzione i centristi si voltano pure loro verso il passato, rimuginando, togliendo sassolini, perdendo occasioni. “Il cambiamento radicale è dei moderati”, dice Blair, dobbiamo riprendercelo, declinarlo, proiettarlo, non lasciarci piegare da un’inevitabilità fasulla, non continuare a chiedere scusa di qualche fallimento o di trovare un colpevole nel vicino di banco. La moderazione non è una malformazione politica, il centrismo non è un avanzo, un rimasuglio, “il compito principale per le politiche progressiste, che sono da sempre fondate sulla giustizia sociale, è di definire vie di accesso alle nuove opportunità date dalla rivoluzione tecnologica in cui siamo immersi. Se si continua soltanto a criticare i radicalismi, a definirli irresponsabili e via dicendo, i progressisti sono destinati a rimanere i guardiani dello status quo, rinunciando a quel che è la loro essenza, che è quella del cambiamento”. La rivoluzione tecnologica che “è la nostra rivoluzione industriale: cambierà tutto, aziende, società, politica” è la sfida più importante, non è questo il momento di stare fermi, né di rassegnarsi a rimanere osservatori esterni. E’ semmai l’attimo in cui ci si può voltare nella direzione giusta, il futuro davanti, senza guardare il passato con rabbia e senso di colpa: l’idea liberale sopravviverà, “chi limita le libertà, chi alimenti i pregiudizi invece alla fine morirà”, e un gran slancio in avanti si registrerà “quando al posto degli interessi si ricominceranno a mettere i valori”.

Mobilitarsi, creare un’alleanza di riformatori che si intestino un cambiamento radicale, ricostruire, valori first: ecco le armi di battaglia che ci dà Blair, la sua promessa, la nostra.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    15 Luglio 2019 - 16:04

    Rieccoli. “I valori”. Nella versione “blairiana” ovviamente. Che chiama alla battaglia per “un’alleanza di riformatori che si intestino un cambiamento radicale”. “Valori first”, dunque. Tutto molto bello. Ma quali “valori”, di grazia? Non certo quelli che hanno fondato la nostra civiltà: il mainstream li ha rifiutati, lasciando che le sue sapienti guide morali e intellettuali silenziassero un Papa (a Roma, non a Medina) per non sentirne più neppure l’eco. Quali, allora? Forse quelli così ben spiegati nello stesso Foglio di oggi da Alexander Grau, a proposito del “virus ipermoralista che ha sostituito alla moralità tradizionale un umanesimo astratto”? E che, originati “nell’ambiente edonistico-alternativo degli anni Settanta” allignano tra “i figli del benessere etico [..] che sognano un mondo politicamente corretto in cui il padre sensibile al gender nella sua auto elettrica da 40.000 euro si reca al supermercato biologico per comprare cibo vegano per la sua famiglia patchwork”?

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