Contro la meritocrazia meglio entrare nel merito

Mattia Ferraresi

L'idolo adorato da destra e sinistra sta cedendo sotto il peso della sue contraddizioni. Tre critiche e un'ipotesi per seppellire un concetto morto 

Meritocrazia è una delle parole più inquietanti mai incluse in un vocabolario, di qualunque lingua. Non a caso la persona che l’ha coniata, Michael Young, la intendeva in senso negativo. La meritocrazia ha antecedenti importanti nella storia del pensiero, dalle parti dell’illuminismo, ma nei suoi sessant’anni di vita ha avuto un doppio rovesciamento. È stato prima sinonimo dell’arroganza dei meritevoli – come mostra lo stralcio di Daniel Bell – poi parola d’ordine obbligatoria di qualunque politico in occidente. Non possiamo non dirci meritocratici era il mantra interiore di ogni leader rispettabile. Obama durante la sua presidenza lo ha ripetuto per 135 volte nella sua versione pop, “you can make it if you try”. Ma se poi non ce la fai, pur avendoci provato? Sotto la pressione di questa domanda è iniziata una fase di riflusso. Un eterogeneo gruppo di intellettuali ora critica questa parola-passepartout ritagliata sulla sagoma di un individuo solitario, competitivo, antisolidale, chiuso alla possibilità della grazia e impermeabile alla logica del dono. “Il pensiero dominante” tenta di mettere ordine, ma senza esagerare, in questo guazzabuglio critico, offrendo qualche indicazione per trovare l’uscita di sicurezza e registrando il fatto che la meritocrazia sta tornando al significato negativo originario. E forse se lo merita.

 

Lentamente, la profezia di Michael Young si sta avverando. In The Rise of the Meritocracy, del 1958, il sociologo inglese aveva delineato la distopia di una società dominata dai meritevoli. Con l’espediente letterario di un manoscritto datato 2033, Young immaginava che la società britannica dell’inizio del Ventunesimo secolo completasse l’epocale transizione dal censo al merito. Finalmente si valutava e ricompensava il valore espresso nelle azioni individuali e non quello immeritato del blasone o del diritto di nascita. I rampolli dell’aristocrazia venivano così rimpiazzati da tecnici che si erano guadagnati la loro posizione con le competenze e il lavoro. Non è difficile figurarsi come va a finire l’esperimento mentale. La società organizzata secondo queste nuove linee guida si divide in due tronconi: quelli che hanno un quoziente intellettivo superiore a 125 e tutti gli altri. I primi detengono il potere e tiranneggiano i secondi, giustificando la loro posizione con la superiore capacità di comprendere e agire. Il divario fra queste società parallele aumenta sempre più, fino al punto in cui il popolo umiliato s’incazza e dà luogo a una rivolta populista. Rivolta non solo comprensibile, secondo Young, ma perfino ragionevole: i meritevoli hanno finito per comportarsi esattamente come gli aristocratici. L’identità acquisita ha soppiantato l’identità ereditata, ma non si è liberata dei suoi vizi.

 

Young, che era un laburista d’altri tempi, ha vissuto abbastanza a lungo per vedere il suo partito, guidato da Tony Blair, idolatrare la meritocrazia, tramutandola in ideale positivo da issare al centro dell’immaginario del Labour. Lo studioso non l’ha presa benissimo. A dispetto di questo avvertimento precoce, i timori di una società siffatta si sono trasformati in generalizzato entusiasmo per la logica del merito. Per almeno tre decenni, la meritocrazia è stata – e in larga parte è ancora – un vitello d’oro adorato da tutte le tribù. La meritocrazia piace a Di Maio ma anche a Renzi, la rivendica Salvini ma pure Merkel, corrisponde tanto all’ethos di Trump quanto a quello di Soros, è un concetto in voga a Harvard ma anche a Buckingham Palace, è un pilastro del pensiero della famiglia Clinton e pure dei Bush. In America la meritocrazia è una condizione ereditata dall’etica calvinista e illuminata dalla dottrina della predestinazione; in Italia il termine ha avuto un successo smisurato perché il nostro è il paese delle clientele, delle raccomandazioni, dei clan, del familismo amorale, di ce sta n’amico mio. Politici che nello schema di Young sarebbero finiti ampiamente nella parte bassa della storia hanno tessuto fino allo sfinimento le lodi della meritocrazia, fino a farlo diventare un dogma. Ora il vento sta cambiando. Oggi la meritocrazia è cinta d’assedio su più fronti, ed è fiorita un’ampia letteratura che osserva in modo scettico, se non ostile, ciò che fino a ieri era oggetto di consenso quasi unanime. Le critiche che vengono mosse all’ideale meritocratico sono molte e interagiscono fra loro nei modi più intricati, ma l’infaticabile redazione del “pensiero dominante” ha individuato tre filoni principali.

 

1. La meritocrazia è un ideale buono ma è stato messo in atto malamente. L’idea che ciascuno venga ricompensato per ciò che fa, e questo costituisca un criterio portante per l’organizzazione della società, è di per sé un bene, ma nell’eseguire questa trasformazione non si sono tenuti adeguatamente in conto gli ultimi, verso i quali i meritevoli hanno pur sempre delle responsabilità. Si tratta, insomma, di un problema di giustizia distributiva che necessita di un correttivo. Questa è la critica che si porta meglio nei circoli dell’élite e nei grandi partiti di marca liberale.

 

2. La meritocrazia è un ideale falso usato in modo strumentale. Il merito è di per sé iniquo, è un’ideologia – come lo definisce lo storico Mauro Boarelli in un libro pubblicato di recente da Laterza, Contro l’ideologia del merito – e in quanto tale è ingannevole. Si tratta di un “meccanismo per la concentrazione e la trasmissione dinastica di privilegi e risorse da una generazione all’altra”, come ha scritto il giurista di Yale Daniel Markovits, autore di The Meritocracy Trap. È tutta una truffa: il merito è la foglia di fico che nasconde il sistema castale del solito ancien régime tecno-capitalista. In questa visione, la meritocrazia è un campo di competizione al quale tutti possono virtualmente accedere, soltanto che i poveri combattono a mani nude e i ricchi con mitragliatori e giubbotti antiproiettile forniti dall’ambiente in cui sono cresciuti.

 

3. La meritocrazia non prende sul serio il problema morale dell’iniqua distribuzione dei talenti. Ciò la rende prona a originare forme tiranniche. L’etica meritocratica si fonda sul principio secondo cui nessuno dovrebbe essere ricompensato o punito per fattori che sono al di fuori del suo controllo. L’inghippo è che nessuno ha meritato di nascere con i talenti e le abilità che il sistema poi sanziona con il successo, economico o di altro tipo. Così una meritocrazia perfettamente realizzata nega se stessa, perché ricompensa meriti che non sono stati acquisiti e colpevolizza, inevitabilmente, chi ha doti inferiori.

  

 

Questa critica, che si concentra sulle cause ultime, è articolata in modo pregnante dal filosofo americano Michael Sandel in vari interventi e scritti che confluiranno, il prossimo anno, in un libro che si annuncia fondamentale. Andando al cuore del problema, Sandel sostiene che la meritocrazia mette al bando l’idea del dono e della grazia, deprime la capacità delle persone di sentirsi parte di un destino comune e soffoca quel sentimento di solidarietà che nasce, invece, dalla coscienza che i talenti di cui ciascuno dispone non sono stati meritati. Il merito, com’è stato concepito e promosso negli ultimi trent’anni, genera così sentimenti contrastanti nella società: chi dispone di mezzi e talenti diventa tracotante, suscitando umiliazione e risentimento presso chi non ne ha. Nel ventre di questo contrasto nasce la reazione populista.

 

Conseguenze politiche a parte, è il concetto stesso di merito a essere sotto processo. La mole di critiche all’etica meritocratica impone di ripensare l’idea stessa di merito. Può essere utile, in questo contesto, richiamare la nozione di merito della tradizione cristiana, idea largamente dimenticata o mondanizzata. Il catechismo della chiesa cattolica dice che il termine merito “indica, in generale, la retribuzione dovuta da una comunità o da una società per l’azione di uno dei suoi membri riconosciuta come buona o cattiva, meritevole di ricompensa o di punizione”. Ma alla luce della dottrina della grazia, la prospettiva cambia: “Nei confronti di Dio, in senso strettamente giuridico, non c’è merito da parte dell’uomo. Tra lui e noi la disuguaglianza è smisurata, poiché noi abbiamo ricevuto tutto da lui, nostro Creatore”.

 

In senso stretto, gli uomini non meritano nulla, perché tutto ciò che hanno è stato donato loro. Il dono è la grande premessa della condizione umana. Vuol dire che non si può reclamare un diritto alla ricompensa? Che tutte le azioni hanno lo stesso valore? Al contrario, la distinzione fra comportamenti meritevoli e non meritevoli è essenziale, ma sempre tenendo sullo sfondo l’idea che “il merito dell’uomo presso Dio nella vita cristiana deriva dal fatto che Dio ha liberamente disposto di associare l’uomo all’opera della sua grazia”. Questa “adozione filiale”, continua il catechismo, “rendendoci partecipi per grazia della natura divina, può conferirci, in conseguenza della giustizia gratuita di Dio, un vero merito”. Non è necessario accettare gli elementi trascendenti del discorso per cogliere la postura esistenziale che il cristianesimo illumina. L’uomo può avere meriti individuali legittimi, ma sono ottenuti, per dir così, in seconda battuta, come riflesso di un merito acquisito da altri e gratuitamente concesso. Questa visione è implicita nella dottrina della comunione dei santi, per la quale il merito di una persona è in qualche maniera condiviso con tutte le persone che fanno parte della comunità. Una buona azione compiuta da una persona può contribuire alla salvezza di un’altra, sconosciuta, che immeritatamente beneficia della virtù altrui. Si tratta di un’idea di merito non meritocratica. Non è impossibile immaginare di laicizzare questo impianto di ragionamento, applicandolo ai talenti naturali che ciascuno ha ricevuto, in misura diversa, alla nascita e per i quali l’etica meritocratica impone di massimizzare un ritorno in termini di ricchezza, successo, capacità produttive. Una possibile via di fuga dalla circolo vizioso in cui è finita la logica meritocratica.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.