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In difesa della meritocrazia senza dare sponda allo spirito anti elitista

Anziché criticarla, è necessario studiare il modo in cui possa essere completato il suo disegno egualitario

24 Dicembre 2018 alle 06:09

In difesa della meritocrazia senza dare sponda allo spirito anti elitista

Foto Pixabay

Professor Sabino Cassese, ritorna periodicamente la critica alla meritocrazia.

Da ultimo Kwame Anthony Appiah, in un lungo articolo nella New York Review of Books, dedicato a Michael Young, che nel 1958 coniò il termine “meritocrazia”. L’articolo, intitolato “The Red Baron” con un indiretto riferimento all’asso dell’aviazione tedesca durante la Prima guerra mondiale e al titolo da lui scelto quando, nel 1978, fu nominato membro della Camera dei Lord, è stato tradotto dall’italiano “Internazionale” (n. 1.286, anno 26, del 14-20 dicembre) con il titolo “Contro la meritocrazia”. Il professore di Philosophy and Law della Law School alla New York University ripercorre vita e opere di Young (1915-2002). L’articolo oscilla tra una semplice difesa del valore e della dignità di chi è svantaggiato e una critica della meritocrazia come “nuovo sistema dinastico”. Il lettore rimane con il dubbio tra due tesi diverse: quella che la meritocrazia abbia creato un nuovo sistema di classe e quella che l’esistente sistema di classe, filtrato dalla meritocrazia, sia rimasto un sistema di classe, contrariamente alle aspirazioni dei sostenitori del criterio del merito.

Perché questo “revival” è rilevante?

Perché questi ragionamenti strizzano l’occhio a dichiarazioni “populiste” e le alimentano, portando acqua alle tesi di coloro che ritengono che “uno vale uno”, una specie contemporanea di egualitarismo. Così si alimenta anche lo spirito anti elitista e il risentimento sociale.

 

E allora ripercorriamo la storia del merito e della meritocrazia, nonché della critica a essi.

Semplificando, merito vuol dire talento più impegno. Non è Young che l’ha inventato, ma la reazione liberale al criterio del “political patronage” alla metà dell’800 in Inghilterra, quando gli amministratori pubblici venivano scelti in base all’affiliazione politica (in Italia, diremmo clientelismo politico). Del merito si è poi impadronito il pensiero laburista e socialista, quello che criticava il carattere meramente formale dell’eguaglianza borghese e l’esistenza di privilegi di classe e proponeva di ridurli dando a tutti l’opportunità di accedere alle vette della società, secondo un criterio nuovo, quello del merito. Se ne vuole una testimonianza, legga il discorso di John Maynard Keynes, intitolato “Il Tesoro”, appena pubblicato in traduzione italiana, per la cura di Giovanni Farese, dalla Fondazione Ugo La Malfa. Quindi, merito vuol dire esclusione di privilegi di classe o di partito, esclusione di nepotismo, di clientelismo, di anzianità come criteri per la selezione dell’èlite. Se ne vuole sapere di più, legga una ricerca che ho curato nel 1987 con la storica inglese Jill Pellew, dal titolo “The Merit System” (pubblicato dall’“Institut International des Sciences Administratives”, Bruxelles).

 

Ma poi è venuta la critica al criterio del merito.

In cui si è distinto il “barone rosso” Michael Young, che ha coniato il termine meritocrazia nel 1958, anno di pubblicazione del suo libro satirico – critico dal titolo “The Rise of Meritocracy”. Ma non era tutta la meritocrazia nel mirino di Young. Lui criticava la scuola ordinata su più canali, quelli che portavano ai mestieri minori, quelli che portavano negli strati alti della società. Proprio per questa critica, la scuola dell’obbligo è stata unificata (Young stesso aveva partecipato alla formazione del manifesto laburista che portò questo partito alla vittoria del 1945). In Italia, prima i pedagogisti, poi Bottai, infine il centrosinistra nel 1962 si fecero portatori di questa idea, che portò alla nascita della scuola media unica, in modo che tutti avessero eguali chances alla partenza, non vi fosse la scuola della classi alte, la scuola dei lavoratori manuali.

 

Le critiche non finirono qui.

Infatti, furono riprese in sede scientifica dal sociologo oxoniense John Goldthorpe nel 1994 e poi ancora nel 2008 (questa seconda volta in un articolo con Michelle Jackson, intitolato “La meritocrazia dell’istruzione e i suoi ostacoli”, che fu tradotto in “Stato e mercato”, n. 82 dell’aprile 2008 e seguito da due commenti, di Antonio Schizzerotto e di Piero Cipollone, nello stesso numero della rivista. Ma non mancò chi, invece sviluppò l’idea della meritocrazia: ad esempio, Daniel Bell in un saggio del 1972.

 

Ma lei che ne pensa?

Che bisogna essere attenti ai contesti. Ad esempio, se – come fa Appiah – si prendono come riferimento gli Stati Uniti si corre il rischio di essere portati fuori strada perché in quel paese le idee prima liberali e poi laburiste o socialiste a cui ho fatto prima riferimento non hanno attecchito. Lì certo ci sono dinastie familiari, di denaro e cultura. Diversa la situazione italiana, dove vi sono altre difficoltà di attecchimento dell’ideale meritocratico. Pensi soltanto a quanti notai sono figli di notai e a quanti magistrati sono figli di magistrati. O a quanti pochi dipendenti pubblici sono assunti a seguito di concorso pubblico. O a quanto gioca il criterio dell’anzianità.

 

Ma – secondo lei – in che cosa dovrebbe consistere il criterio meritocratico?

Nella possibilità concessa a tutti, senza distinzione di sorta, di accedere in forma competitiva alle cariche e agli uffici pubblici e privati, nonché di procedere nelle carriere sempre con gli stessi criteri (apertura a tutti, più competizione).

 

Ma questo basta per fare una società più eguale?

Questo serve all’efficienza della società: così ci assicuriamo che il chirurgo, l’ingegnere, il burocrate, l’insegnante, il geometra sia capace e possiamo affidarci alle loro mani senza preoccuparci della nostra sorte. Ma sappiamo che vi sono altre differenze nei punti di partenza, che vanno abbattute: c’è chi viene allevato in una casa di persone colte, chi no; chi può andare all’estero da giovane, chi no; chi ha più mezzi di famiglia, chi no. Allora occorrono azioni pubbliche che riducano queste differenze, come aveva spiegato Beveridge nel 1942.

 

Lei che cosa auspica?

Piuttosto che criticare la meritocrazia, occorre studiare il modo in cui possa essere completato il suo disegno egualitario. Ricordo sempre la confessione di una signora francese che era stata prima consigliere di stato, poi ministro, passando il difficile setaccio meritocratico dell’Ecole nationale d’administration-Ena: sono donna, provenivo da una famiglia della media borghesia, ero una provinciale; se non vi fosse stato il canale dell’Ena non avrei mai potuto accedere al “sommet de l’Etat”. Questo è meritocrazia. Poi, chi non ha meritato non è per questo senza meriti. Bisogna dargli la possibilità di farli valere. Ricordo che un mio collega filosofo diceva che bisogna sempre dare una seconda chance, aprire un canale laterale, consentire anche un accesso tardivo.

Redazione

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    24 Dicembre 2018 - 08:08

    Alla società ideale dove tutti possono fare ed essere tutti non ci credo. Che tutti abbiano la possibilità di provarci invece lo vedo più realistico . D'altra parte è quello che è stato fatto in Italia dalla politica democristiana sollecitata da quella comunista. Ma se lo scopo della meritocrazia è solo quella di perseguire il potere e dare soldi , su questo punto penso di avere più di qualche dubbio. E poi la meritocrazia ,ha bisogno di continui confronti con risultati condivisi e tangibili da definire in un consesso più ampio possibile di individui che hanno meriti dimostrabili da percorsi di studio e di lavoro che certamente non si acquisiscono per definizione o per iniziative di legge.

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