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Il mondo è sconvolto, Notre-Dame è ancora lì

Claudio Cerasa

La cattedrale non è il simbolo di un occidente che crolla, ma di un’Europa che sa come reagire di fronte ai focolai

La repubblica del cialtronismo sovranista ha scelto di trasformare le immagini infernali delle fiamme che hanno inghiottito Notre-Dame nella metafora perfetta di un’Europa pronta a collassare da un momento all’altro sotto il peso della sua incuria, della sua disunione, della sua litigiosità, della sua inutilità, della sua inarrestabile fragilità.

 

Alcuni commentatori stimati all’interno del mondo sovranista hanno avuto il coraggio di dire ad alta voce quello che ciascun populista desideroso di sbarazzarsi della cattedrale europea ha probabilmente pensato di fronte alle fiamme che hanno avvolto una delle chiese più famose del mondo. “Era sopravvissuta alla barbarie della rivoluzione francese e della Comune ma non a quella della Francia liberal-libertaria di Macron”, ha scritto Marco Gervasoni, professore della Luiss, editorialista del Messaggero, e pochi istanti dopo di lui un altro volto molto apprezzato nel mondo sovranista, Diego Fusaro, non sappiamo se anche lui con cattedra in qualche università, ha detto che l’immagine della guglia in fiamme, nientemeno, “fa riflettere sul destino dell’Europa tutta”. 

 

Voler dare un significato politico a un incendio è un gioco che non denota una grande predisposizione ad analizzare con profondità i problemi complessi del mondo. Ma se vogliamo stare al gioco del dramma-parigino-metafora-di-qualcosa possiamo dire che le immagini della cattedrale salvata dalle fiamme (la guglia e parte del tetto sono crollati, il resto ha retto), le immagini dei pompieri che fortunatamente hanno scelto di non seguire il protocollo suggerito da Trump che aveva invitato con un tweet a spegnere le fiamme con i Canadair (fossero stati usati forse si sarebbe avverato il titolo offerto ieri da Repubblica: “Notre-Dame non esiste più”), le immagini dei francesi che hanno scelto spontaneamente di passare la notte a cantare e a pregare davanti a Notre-Dame, le immagini dei pericolosissimi capitalisti che nel giro di poche ore hanno risposto all’appello di Macron per ricostruire la cattedrale con fondi privati (in poche ore 600 milioni di euro, soprattutto grazie Pinault a Arnault), ci dicono qualcosa di diverso: i simboli dell’Europa hanno una scorza più forte rispetto a quello che vorrebbero farci credere coloro che sognano un’Europa più debole e le società democratiche, come ricordato ieri dal direttore di Libération, non hanno nulla da invidiare alle altre in termini di capacità di recupero e di testardaggine.

 

L’Europa è sotto assedio, in giro ci sono molte fiamme, i focolai divampano ma in Europa, nel suo spirito solidale, comunitario, collettivo, cattolico, esistono gli anticorpi per ripartire, per resistere alle tragedie, per superare i drammi, per ricostruire, rebâtir, e rimettere al loro posto i piromani dell’occidente che ogni giorno cercano di dimostrare con saggi di incompetenza che sia necessario scappare dalla cattedrale dell’Europa. Il tetto è crollato, le fiamme si sentono, ma la casa resiste e le campane che sentirete suonare oggi alle 18.50 in tutte le cattedrali della Francia sono le campane non di chi si dà per vinto ma di chi sa che le ferite dell’occidente si riparano unendosi, aprendosi, non isolandosi, trasformando la nostra comunità in qualcosa in cui trovare conforto, protezione, come in una famiglia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.