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Tutti adorano Notre-Dame

Dal possente Hugo all’insofferenza di Proust per i restauri a Edith Piaf

17 Aprile 2019 alle 10:48

Tutti adorano Notre-Dame

View of Notre-Dame de Paris, Pablo Picasso (1945)

Roma. Mentre i privati promettono più di mezzo milione di euro per la ricostruzione, “tutta Parigi risuona a Notre-Dame”, dice il sindaco Anne Hidalgo, che ha visto l’incendio dall’Hôtel de Ville, altro fake in foggia rinascimentale riprodotto dopo l’incendio della Comune nel 1870. Nel 1830, l’arcivescovado sull’Ile de la Cité era stato preso d’assalto e saccheggiato dai barricaderi che avrebbero spodestato l’ultimo Borbone per instaurare la monarchia costituzionale di Luigi Filippo. Allora come adesso, Notre-Dame era lì, ma era molto più malandata di oggi: “Pur invecchiando, si è mantenuta così bella, ma è difficile non sospirare, non indignarsi davanti le degradazioni, e le innumerevoli mutilazioni inferte dal tempo e dagli uomini”, scrisse nel 1831 Victor Hugo in “Notre-Dame de Paris”, mostrandone le rughe, le cicatrici, le mutilazioni, ma anche la straordinaria qualità architettonica, con la facciata scavata dalle ogive dei tre portali, il nastro ricamato con le ventotto nicchie reali, il rosone centrale, la galleria di arcate coi colonnini che reggono la piattaforma, le due torri massicce, i cinque piani cesellati di statue, fregi, decorazioni, le navate coi loro colonnini sinuosi, l’abside, il coro, le cappelle e le guglie alte fino al cielo. Un giorno forse tutto finirà, pensava Hugo, da romantico pessimista, ma intanto si beava di quella “vasta sinfonia di pietra, opera colossale di un uomo e di un popolo, prodotto prodigioso del contributo di tutte le forze di un’epoca, ogni singola pietra rivela in cento modi la fantasia disciplinata dal genio dell’artista; una creazione umana, potente e feconda come quella divina, di cui sembra aver rubato il duplice carattere, varietà e eternità”.

 

Grazie al suo romanzo monumentale, Notre-Dame ebbe un posto da protagonista nell’immaginario nazionale, lasciando una scia che arriverà nel Novecento fino al cinema americano di Wallace Worsely, ai cartoni animati di Walt Disney, e persino al musical di Riccardo Cocciante. Dopo l’exploit di Hugo, Gérard de Nerval nel 1832 dedica alla cattedrale una sua macabra Odelette premonitoria: “Notre-Dame est bien vieille: on la verra peut-être / Enterrer cependant Paris qu’elle a vu naître; / Mais, dans quelque mille ans, le Temps fera broncher / Comme un loup fait un bœuf, cette carcasse lourde, / Tordra ses nerfs de fer, et puis d’une dent sourde / Rongera tristement ses vieux os de rocher ! / Bien des hommes, de tous les pays de la terre, /
Viendront, pour contempler cette ruine austère,
Rêveurs, et relisant le livre de Victor: /
Alors, ils croiront voir la vieille basilique, /
Toute ainsi qu’elle était, puissante et magnifique, / Se lever devant eux comme l’ombre d’un mort!”. Sei anni dopo, nel 1838, Théophile Gauthier ne canterà “la gloire mystique, faite avec les splendeurs du soir”. Passano sette anni e nel 1845 una nuova legge autorizza i restauri ed entra in scena Eugène Viollet-le-Duc, il mago dell’antico rifatto, l’eclettico architetto che si divertiva a ricreare il gotico flamboyant, ma anche a strafare, tanto da farsi immortalare nel volto di San Tommaso in una delle statue, e da reinventarsi un reliquiario in stile neogotico per la Corona di spine acquista da San Luigi e conservata fino alla rivoluzione nella Sainte Chapelle.

 

Proust, che pure aveva un debole per la memoria, lo considerava un impostore. E infatti Daria Galateria, la proustologa della Sapienza, che per i Meridiani Mondadori ha curato l’edizione della “Recherche” tradotta da Cesare Garboli, cita quella pagina delle “Jeunes filles en fleurs”, dove si parla “di santi mutilati delle cattedrali che archeologi ignoranti hanno restaurato, mettendo sul corpo dell’uno la testa dell’altro, e mescolando gli attributi e i nomi”. E ricorda l’insofferenza di Albertine, che in nome del buon gusto, decretava: “Non mi piace, è restaurato”. E soprattutto la pessima opinione dei restauri di Viollet-le-Duc che aveva Swann, gelosissimo di Odette quando costei lo abbandonava per visitare il castello di Pierrefonds con la sua cappellina finto antico a Dreux, con quella “gentaglia” dei Verdurin.

 

  

Eppure, nonostante i falsi, le mutilazioni, il kitsch e la secolarizzazione, Notre-Dame continuerà nei secoli a ispirare artisti di ogni bordo: scrittori cattolici e agnostici, poeti atei e credenti, pittori, scultori e cantanti. Paul Claudel dirà di aver trovato la fede proprio lì fra quelle navate. Charles Péguy nel 1911 descriverà tutti i volti dei santi patroni di Parigi, e nel 1913 farà di nuovo di Notre-Dame la sua musa. Il surrealista e comunista Louis Aragon vedrà nella cattedrale il simbolo della resistenza della Ville Lumière davanti alla guerra. Matisse e Picasso, Chagall e Signac la metteranno al centro dei loro dipinti. Non solo i grandi geni offriranno il loro tributo, ma anche gli artisti di strada e popolari, come Edith Piaf nel 1952, e persino i cantautori pop come Cocciante nel 1998, facendo vivere e rivivere Notre-Dame fuori dal tempo, nell’eternità dei mortali.

Marina Valensise

E' stata una delle prime firme del Foglio, dove si occupa di libri e di idee. Ha scritto un libro su Sarkozy (Mondadori, 2007), curato l'edizione italiana di vari saggi di François Furet, pubblicato un libro di viaggi nel Sud d’Italia, "Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento" (Marsilio, 2012), una biografia dell’Hôtel de Galliffet, in edizione bilingue e illustrata (Skira 2015) e un saggio sulla sua esperienza alla direzione a Parigi dell'Istituto italiano di cultura dal 2012 al 2016, "La cultura è come la marmellata. Promuovere il patrimonio con le imprese" (Marsilio 2016).

Nel 2017 ha fondato un'agenzia di consulenza (vale, valorizziamo aziende artisti lavoro, esperienze)  per produrre progetti tagliati su misura per le imprese desiderose di investire nell'arte e nella cultura.

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