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Ricostruiamo pure l’Ena

Le donazioni per Notre-Dame vanno alla grande, “rebâtir ensemble” non era retorica. Macron ora vuole mettere mano alla scuola di formazione dell’élite francese, di cui lui è un prodotto. Così s’infila in una via stretta senza alternative: le élite si sciolgono o si rigenerano

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

18 Aprile 2019 alle 06:00

Ricostruiamo pure l’Ena

Il discorso di Emmanuel Macron dopo l'incendio di Notre Dame (LaPresse)

Quando Emmanuel Macron ha detto, nella notte del rogo domato di Notre-Dame, “nous la rebâtirons tous ensemble”, tutti ci siamo soffermati su quel “ricostruiremo”, simbolo del macronismo che riparte dalle ferite e prova a trasformarle in nuove occasioni di protezione.

  

   

Abbiamo scoperto nelle ore successive che anche “ensemble” aveva un valore potente: le donazioni per la ricostruzione di Notre-Dame hanno raggiunto il miliardo di euro, mentre il governo lancia un concorso internazionale per architetti e vuole introdurre una legge per le deduzioni fiscali delle donazioni. “Ricostruire insieme”: non era retorica.

  

  

Il macronismo procede così, per ispirazione e per pragmatismo: anche il grand débat lanciato come risposta alla crisi dei gilet gialli rientra in questa strategia (a proposito: ieri il Monde ha pubblicato un’inchiesta sui gilet gialli che spiega nel dettaglio come dietro al movimento ci fossero “reti ben poco ‘spontanee’ e ‘apolitiche’”). Come si sa, la sera in cui Notre-Dame ha preso fuoco, Macron avrebbe dovuto parlare alla nazione alle 8 di sera per fare un bilancio dei grand débat e spiegare i passi successivi. Ieri sui media francesi è circolato il discorso che il presidente avrebbe dovuto tenere: tra le varie misure previste c’era anche la “soppressione dell’Ena”, la scuola di formazione dell’élite francese. “Abbiamo bisogno di un’élite, di persone che decidono – dice il testo redatto, secondo i media, dall’Eliseo (che non ha smentito) –. Questa élite deve essere l’immagine della società e deve essere selezionata su basi esclusivamente meritocratiche. E’ per questo che cambieremo la formazione, la selezione, i percorsi di carriera, sopprimendo l’Ena e altre strutture per ricostruirne (rebâtir, è sempre questo il termine) dal profondo l’organizzazione”.

 

Lo stato, dice Macron, “deve dare l’esempio”, fornendo ai giovani “delle chance in funzione unicamente del loro merito e non della loro origine sociale e familiare”. Macron vuole recuperare lo spirito originario dell’Ena: quando, nel 1945, il governo provvisorio di Charles de Gaulle creò l’Ecole nationale d’administration, lo fece proprio per introdurre un principio meritocratico in una struttura pubblica dominata dal nepotismo e dalla cooptazione. Col tempo però quella promessa originaria è stata tradita: uno studio di qualche anno fa condotto dall’Ifop mostrava che sette studenti su dieci provenivano da famiglie della cosiddetta tecnocrazia francese.

  

Macron è un prodotto dell’Ena, così molti hanno visto in questa indiscrezione un atto di demagogia per riprendere il filo del dibattito nazionale e dare un colpo all’élite che, non soltanto in Francia, è vista come il nemico del popolo, con il suo distacco dalle esigenze della popolazione e il suo classismo. La casta contro la casta: che orrore, hanno detto molti, che stratagemma.

  

A ben vedere, però, se mai una rivoluzione nella selezione delle élite si debba fare – c’è anche una grande crisi di competenza in questo momento, la lotta all’élite è diventata molto lotta agli esperti, e l’impoverimento del cosiddetto discorso pubblico è sotto gli occhi di tutti – Macron è tra i pochi che può intestarsi questa battaglia.

  
Perché è un enarca, un tecnico, una manifestazione purissima di élite détachée, ma allo stesso tempo è un “maverick del sistema”, come si definì lui stesso andando a trovare un altro maverick, Donald Trump (si tenevano ancora per mano, i due). Il presidente francese ha spaccato la dinamica politica della Francia e sta cercando di ricostruirla: la soppressione dell’Ena – che poi non è una soppressione, è la volontà di ampliare e diversificare la formazione per le cariche pubbliche – va in questa direzione, ma la via è molto stretta. In questi anni sono usciti molti libri e saggi che si possono catalogare nel filone della “dittatura della meritocrazia”, laddove il merito è visto come un’enorme ipocrisia dell’élite per continuare a perpetrare se stessa. Il macronismo procede su questo sentiero angusto, il presidente-re formatosi nella scuola dell’élite che vuole recuperare il merito come difesa di un interesse collettivo, ma lo fa rispondendo agli scossoni anti élite della piazza catarifrangente. Una scommessa difficile, a rischio demagogia, ma alternative non ce ne sono: o le élite si sciolgono o si rigenerano.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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Commenti all'articolo

  • Chichibio

    18 Aprile 2019 - 14:02

    ENA: dice che il merito, solo il merito, dev'essere l'unico criterio di ammissione. Oggi non è così. Mi chiedo se alla Normale invece sia normalmente limpido.

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