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Capire la cattedrale del nostro tempo

La ricostruzione di Notre-Dame ci ricorda chi siamo e chi vogliamo essere

17 Aprile 2019 alle 06:11

Capire la cattedrale del nostro tempo

Notre-Dame a Parigi, di Jean-Baptiste Armand (1841-1927)

Difficile non piangere davanti a Notre Dame che brucia. I cinici direbbero che sono lacrime inutili: le lacrime non spengono gli incendi, non servono. Eppure sono lacrime preziose perché ci dicono chi siamo davvero. Nella storia dell’Umanesimo, la costruzione di una cattedrale è il momento in cui un insieme sgangherato di donne e uomini diventa popolo. Smette di essere, semplicemente, la gente: diventa comunità. L’Europa medievale deve molto alle scelte di chi costruisce le cattedrali. Perché, sì, la cattedrale è il luogo della preghiera, dell’incontro con Dio. Ma è anche il luogo dell’incontro del popolo. Vi si sperimentano soluzioni tecniche ardite, innovative. Qui si sfida il tempo: chi inizia la costruzione non ne vedrà la fine, in una staffetta generazionale di dedizione, arte, passione, tenacia. Ma anche se sa che non sarà presente il giorno dell’inaugurazione, posa comunque la propria pietra. Perché posando quella pietra contribuisce al proprio essere cittadino. Riconosce, in quel gesto, l’appartenenza a qualcosa di più grande di lui. Quanto avremmo bisogno ancora oggi di appartenenza in un mondo in cui sembra trionfare l’apparenza.

  

Quante bugie sull’Europa, pure mentre brucia Notre-Dame

I brexiteers, Trump, Bannon. Qualcuno di questi leader ha espresso la propria partecipazione vedendo il rogo a Parigi? No, perché era uno choc della Francia

  

Una vita fa, quando la mia attività principale era fare il caposcout oltre che lo studente di Giurisprudenza, avevo un’autentica passione per i costruttori di cattedrali. Ne scrivevo, assieme ad amici, sui giornali scout. Leggevamo il Paul Claudel dell’Annuncio a Maria colpiti dal dialogo tra Pietro di Craon (“Non alla pietra tocca fissare il suo posto, ma al Maestro dell’Opera che l’ha scelta”) e Violaine (“Siate uomo, Pietro. Siate degno della fiamma che vi consuma. E se bisogna essere divorati, sia ciò su un candelabro d’oro come il Cero Pasquale in mezzo al coro per la gloria di tutta la Chiesa”). Leggevamo il Mario Luzi dell’Opus Florentinum in cui si narra la costruzione di Santa Maria del Fiore (“Crescerà certo in altezza questo tempio, sovrasterà le care antiche chiese della nostra cinta ma a farlo grande sarà la nostra fede e non la sua misura, la pietà tenace e forte della gente fiorentina”).

 

Sognavamo i passi verso la cattedrale di Chartres di Guy de la Rigaudie, il rover leggendario, e naturalmente di Charles Péguy magnificamente ricordati ieri sul Foglio da Maurizio Crippa: “Ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile”.

 

Da ieri sera non penso che a Notre Dame. La cattedrale che è il simbolo di Parigi almeno quanto il Louvre e la Torre Eiffel. La cattedrale che ha affascinato generazioni intere di cittadini del mondo, la cattedrale di cui non ha potuto fare a meno Napoleone, la cattedrale delle preghiere e dei romanzi. In molti hanno scritto che l’immagine della guglia che crolla, del fumo che divampa ovunque, delle fiamme che bruciano in mezzo a Parigi sono il segno della disfatta dell’Europa. Terribile presagio di ciò che attende la Francia e l’intero Vecchio continente.

 

Non sono d’accordo. Penso che sia vero il contrario. Il dolore è immenso, certo. Ma questo è il momento da cogliere. Adesso è il tempo di vivere. Di costruire. Di ricostruire.

 

Ricostruire Notre Dame è la grande occasione per i costruttori di cattedrali del XXI secolo. Ricostituire il cristianesimo in Francia, mai in crisi come in questo periodo nella terra di Giovanna d’Arco e di Maritain, del curato d’Ars di Bernanos e di Mounier. Ricostituire l’identità francese impaurita e dilaniata dalle tensioni non solo nelle banlieue. Ricostituire la cattedrale come simbolo di un popolo europeo che non si accontenti di essere solo gente, che non si faccia terrorizzare dagli estremisti e dai sovranisti. 

 

E’ vero, i cinici non sbagliano: le lacrime sono troppo deboli per spegnere un incendio.

 

Ma le lacrime ci ricordano che siamo ancora capaci di emozionarci per qualcosa che non è nostro, eppure ci appartiene. Ci ricordano che nel tempo dei robot e dell’intelligenza artificiale noi siamo i valori che difendiamo, la cultura che esprimiamo, la bellezza che ammiriamo. Parigi, la Francia, l’Europa ricostruiranno Notre Dame.

 

In questi casi si finisce con la frase a effetto: e sarà più bella di prima. No, non è vero. Non sarà più bella di prima. Ma sarà la Cattedrale di cui ha bisogno il nostro tempo. La bellezza che servirà a ricostruire questa cattedrale non sarà solo la qualità artistica o l’ingegno tecnico: sarà la bellezza che serve ai cittadini del XXI secolo per essere pionieri, curiosi, tenaci. Sarà la bellezza che serve perché noi cittadini del XXI secolo possiamo essere donne e uomini e non cibo per algoritmi. C’è da ricostruire una cattedrale: dopo il dolore delle fiamme, questa è un’occasione da non sprecare. Per ricordarci chi siamo e chi vogliamo essere.

Matteo Renzi

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    18 Aprile 2019 - 12:12

    La storia dell'essere umano con le sue forsennate e ossessive guerre e conflitti di ogni genere è una storia di distruzione di simboli e massacri di esseri umani. A parte il monito universale' memento mori 'che non cale a nessuno negli umani persiste un assurdo proposito di creare opere eterne .Ma pare che solo l'opere di pensiero di Omero ed altri sopravvivono e sono destinate alla eternità relativa del tempo e non c'è fuoco che le possa distruggere causa la memoria collettiva , i manufatti pare che basta la scintilla provocata da un operaio riesca a incenerirle. Ahò ,checce frega tanto le ricostruiscono . Due eternità una perenne ed una con sempre i lavori in corso di ripristino.Le voilà.

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  • grando

    18 Aprile 2019 - 11:11

    Bravo Matteo, e ancora e ancora e sempre grazie.

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  • mastrofrancescolucia

    18 Aprile 2019 - 10:10

    Ecco questo era il segretario del Pd. Quello stesso segretario di cui il Pd crede di poter fare a meno.Matteo Renzi demonizzato dentro e fuori il suo partito ha uno spessore e una passione che sono merce rara e forse proprio per questo tanto vilipesa.Uno sguardo proiettato al futuro di cui abbiamo estremo bisogno

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Aprile 2019 - 00:12

    Ah Nazareno. Non amo che le rose che non colsi ..."

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