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Il cinema senza più cinema

Oltre i sussidi. La fuga dalle sale è un’occasione di crescita (e anche di profitti)

31 Maggio 2020 alle 06:00

Il cinema senza più cinema

(foto Unsplash)

C’è una domanda che molti si pongono nel mondo della cultura: ma alla fine chi subirà le conseguenze più gravi del lockdown? Non i grandi gruppi, produttori, distributori o esercenti che siano, per i quali certamente non sarà indolore, ma che hanno la solidità per resistere e ripartire. Non i grandi film, che si presteranno a tutta la filiera degli sfruttamenti e la cui forza innescherà investimenti promozionali e interesse nel consumatore. Non le piattaforme on demand, sia transazionali che ad abbonamento, che si avvantaggiano di nuova consapevolezza da parte di un mercato di fatto segregato in casa e che, proprio per questo, si sbilanciano in offerte promozionali tendenti a creare abitudine e fidelizzazione. Aggiungiamo al nostro ragionamento un’altra domanda. Quante sale indipendenti saranno in grado di riprendersi dal devastante combinato disposto dei mancati guadagni e dei costi del lockdown? E quanti tra i film dal potenziale commerciale medio-piccolo troveranno esposizione e sfruttamento nelle sale rimaste (soprattutto multi), affollate di grandi film che hanno dovuto ritardare l’uscita? Alla fine di maggio saranno un centinaio i film che ingombrano l’uscita. Alla fine dell’anno saranno almeno il doppio (considerando che molti che prevedevano l’uscita nell’ultimo quarto non sono ancora terminati né potranno esserlo in tempi brevi). Un imbuto impensabile. Ora, prendiamo fiato e riordiniamo le carte. A oggi, è l’uscita in sala a determinare le finestre successive, sia in termini di data che, spesso, di valore economico (prezzo basato sul bo cinema). A 105 giorni dall’uscita sala scattano gli sfruttamenti transazionali (EST e TVOD) e quel che resta dell’Home Video fisico. Il primo sfruttamento Pay (lineare o non) scatta mediamente a 6 mesi dall’uscita sala, per circa 12 mesi di esclusiva. La così detta disponibilità in “Free TV” decorre tra i 18 e i 24 mesi dall’uscita cinema. Seguono altre finestre a pagamento, lineari e non, esclusive e non, finché il film, dopo anni dal suo vagito in sala, non entra in quella nuvola pulsante definita library, che può garantirgli una discreta “pensione”. Ora. Se viene a mancare il primo polo – l’uscita in sala – bisogna trovare un altro modo per salire la scala. Quale? Quali? Che cosa sta facendo il resto del mondo? I grandi gruppi internazionali si stanno attrezzando in una direzione piuttosto evidente, quella del “direct-to-consumer”. In altre parole, dell’autosufficienza. Producono, detengono la proprietà intellettuale ed economica dei loro titoli e, in quest’emergenza, decidono di volta in volta come distribuirli, senza dover rendere conto a nessun altro – soci o governi – che non siano gli azionisti.


Serve una piattaforma nazionale, non nazionalista, che metta dentro il meglio della produzione e offra ai consumatori nuove opportunità


 

Se le sale sono chiuse o ridotte, scelgono i titoli con cui uscire in TVOD premium (la transactional Vod, ovvero la pay-per-view) e in EST (l’electronic sell-through: vedi Universal con “L’Uomo Invisibile”, “Emma”, “Trolls 2”), e/o per poi passare in SVOD (Subscription Video on Demand) su una piattaforma proprietaria accorciando le finestre abituali (vedi Disney con Onwards, Frozen 2 e chissà che altro). Lo sfruttamento su una piattaforma a pagamento non lineare sembra quindi la soluzione quasi naturale al deperimento della sala. Ma sarà mai in grado di sostituirsi a essa, se non come prestigio o “magia”, almeno come visibilità e incassi? Questo nuovo sistema (se di “sistema” e non di meccanismo tattico contingente possiamo parlare) è appena partito, e ovviamente non esiste ancora una massa critica che definisca un trend di risultati. Ma alcune proiezioni indicano che un titolo con sufficiente appeal possa generare in TVOD/EST introiti paragonabili se non superiori alla sala tradizionale – con costi di lancio probabilmente inferiori – e settare i parametri cronologici ed economici delle finestre successiva. Nessuno (se non il covid-19) vuole uccidere definitivamente l’esercizio: le grandi major hollywoodiane hanno dal box office introiti ancora stellari (la sola Disney sta ricavando annualmente una media di $10B dalle sale mondo), Amazon rispetta la sala e Netflix è ancora obbligata a farsi una ragione della sua ostinata resistenza. E quindi noi, nel nostro meraviglioso paese che tenta di coniugare slanci di libero mercato con un protezionismo più buonista che strategico? Alcuni titoli hanno già intrapreso questa nuova strada che salta la sala (Vision con “7 Ore Per Farla Innamorare”, Eagle con “Erasmus”; invece su Amazon, quindi direttamente in SVOD, “Bombshell”, “Il Principe Dimenticato” e “Qua La Zampa 2”), e le varie categorie hanno concordato e deroghe d’emergenza col Palazzo (sempre che questo le formalizzi in tempo utile...). E dopo cosa accadrà? Quale filiera di sfruttamento (e relativi introiti) avrà a disposizione il cinema italiano, fatti salvi i titoli di maggior impatto e richiamo? Bisogna cominciare a pensarci da adesso.

 

Al di là della forse utopistica, “Netflix italiana della cultura”, o di un “cinema da remoto” a orari fissi (come stanno sperimentando la Cineteca di Bologna e MyMovies con un sistema di codici che va contro la tendenza diffusa a ridurre i clic), magari con tanto di geolocalizzazione per retribuire direttamente la sala di quartiere dell’utente (ipotesi creativa quanto forse poco praticabile), dobbiamo guardare le carte sul tavolo e regolarci di conseguenza con quelle che abbiamo in mano. Ci sarà un problema di visibilità per una larga fascia di film italiani? C’è da temerlo fortemente. Esiste un’alternativa economicamente ed editorialmente credibile a un esercizio in forte difficoltà? Il pensiero corre subito alle piattaforme digitali. Sì, ma quali? Le transazionali potrebbero (dovrebbero) essere il primo passo. Sky (PPV), Chili, iTunes, Google Play / Youtube, TimVision, Infinity, Rakuten, Sony Playstation, Microsoft Movies. Gli accordi tra gli aventi diritto e le piattaforme transazionali sono su base revenue sharing, quindi con condivisione di guadagni (variabili) e rischi (pochi). Il problema è rappresentato dall’attribuzione di un valore economico adeguato alle finestre successive (fin qui convenzionalmente basato sulla performance del titolo al bo). In Italia, le piattaforme che sfruttano la prima finestra a pagamento (in esclusiva) sono Sky (lineare e non) e Amazon (SVOD). Netflix s’interessa alle seconde / terze finestre Pay e Tim si sta orientando verso un ruolo di carrier di piattaforme non proprietarie (vedi accordo con Disney). I player con abbonamento si stanno tutti dirigendo sempre di più verso una sostanziale autosufficienza, con grandi investimenti su produzioni originali esclusive fortemente identitarie, tra qui alcune domestiche, a discapito delle acquisizioni di prodotto locale, a maggior ragione se non considerato sufficientemente forte. Insomma, sempre di più buona parte degli introiti del cinema italiano dipendono dalle strategie di soggetti terzi, che hanno il controllo pressoché totale della gestione dei loro contenuti – e dei loro ricavi. La stessa Rai, principale produttore cinematografico nazionale, dipende per buona parte dei suoi introiti sul cinema dai fabbisogni editoriali altrui, ed è paradossalmente costretta a far quadrare i suoi investimenti di fatto rafforzando sul territorio l’offerta di piattaforme sempre più concorrenziali a Rai stessa. Come uscire da questo circolo vizioso? Forse con la “Netflix della cultura italiana”? Magari a spese dei contribuenti? O chiedendo un contributo forzoso all’esausto mercato dell’audiovisivo italiano, massacrato dal crollo della pubblicità, con un problema di affollamento di film senza uscita e con lo spettro assai concreto dalla crescita parallela degli abbonamenti alle piattaforme? O forse, come quasi sempre, andando a pescare nelle tasche di una Rai che, al netto delle evidenti possibilità di ottimizzazione, sta già investendo sull’industria una parte sostanziosa delle sue risorse, al punto che senza la Rai di industria forse non si potrebbe nemmeno parlare? Oppure, forse, per combattere su un mercato dove puoi fare cultura, (ma se nessuno ti guarda stai sbagliando qualcosa), sfruttare la grande forza propulsiva di Rai, le sue professionalità, le capacità editoriali, che in questi anni hanno costretto il principale concorrente a tuffarsi anima e corpo nel trash per cercare di fare numeri? Se concordassimo comunque che la creazione di un’offerta nazionale non lineare sia la risposta; se ritenessimo di non essere ragionevolmente in grado di mantenere viva l’industria nazionale su un mercato così competitivo con la droga del protezionismo e dei sussidi; se considerassimo che, al pari dei grandi player dell’audiovisivo, ci si debba smarcare dalla dipendenza da terzi, avendo come unico referente il proprio spettatore, abbonato, consumatore; e se, infine, non definissimo una bestemmia andare a chiedere a questo spettatore di farsi abbonato, consumatore, sostenitore dell’audiovisivo del suo paese tramite una piccola quota di abbonamento, che potremmo già stimare molto, ma molto più abbordabile di quella necessaria per abbonarsi alla più economica piattaforma... (...e d’altronde al cinema non si entra gratis...). Se, se, se... che cosa daremmo in cambio?


Le collaborazioni tra stato e privati in Germania e Francia indicano una strada per introiti paragonabili, se non superiori, alla sala tradizionale 


Primo. La possibilità al cinema italiano di sopravvivere alla crisi della sala, che questa pandemia sta solo accelerando, non certo determinando. Secondo. Di dare visibilità a quei film che in sala avrebbero faticato comunque, considerando che una piattaforma non ha problemi di tenitura. Terzo. La creazione di un polo culturale identitario al passo col mercato, non “contro” o “nonostante” il mercato. E avremmo in casa un traghetto d’eccezione, già lanciato, già brandizzato, a oggi già sottoscritto – gratuitamente – dalla bella cifra di quindici diconsi 15 milioni di account, col quale stipulare patti di collaborazione e di mutuo sostegno. Si chiama RaiPlay. In Francia hanno creato la piattaforma Salto, joint-venture a pagamento tra France Television, TF1 e M6; in UK, sempre a pagamento, BritBox (BBC + ITV); in Germania ZDF sfrutta Amazon per distribuire propri canali tematici a pagamento con target che spaziano dai millennials alle fasce più anziane. In Italia non risultano al vaglio alleanze del genere – probabilmente all’estero il gap editoriale tra pubblico e privato è meno clamoroso di quello tra la d’Urso e Roberto Bolle, tra Tarallo e Montalbano. E allora sogniamo una piattaforma nazionale, che non parta da zero ma sfrutti il bacino di RaiPlay, un “canale” integrato nell’offerta di quest’ultima, che consenta la visione alternativa alla sala in transazionale e poi in abbonamento, magari con la formula ibrida AVOD / SVOD a scelta dell’utente, già sperimentata ad esempio da Hulu negli Stati Uniti. Immaginiamo la visibilità che otterrebbero molti contenuti, spesso meritori ma lontani dalle luci del marketing e dagli sfruttamenti istituzionali, se venissero offerti a portata di un clic. Film destinati a circuiti impercettibili, nuovi autori, riproposte di titoli smarriti. Documentari per quel pubblico non marchiato da Discovery. E quanto spazio troverebbe su una piattaforma del genere il Teatro – forse la madre di tutte le crisi culturali di questo Paese – che avrebbe la chance di riavvicinarsi al suo pubblico (e a quello non solo suo) con costi di gestione ridottissimi e col risultato di rigenerare la propria proposta e tornare col tempo a rioccupare il suo unicum nelle sedi deputate. Sognare non costa nulla. Costruire una piattaforma certamente sì. Ma, senza la volontà d’investire su progetti credibili e ponderati, oltre alla cultura e all’identità nazionale si perderà anche il diritto di lamentarsene.

*avvocato specializzato in diritto d’autore

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