“Prazdnik” è il film di Alexei Krasovski sull’assedio di Leningrado uscito soltanto su YouTube e non nei cinema russi

La Russia non fa ridere

Micol Flammini

“T-34” è un film patriottico, “Festa” è una commedia, quindi “una blasfemia”

Abbiamo gli occhi ancora pieni degli scenari lunari di Tarkovski, della sua malinconia novecentesca, malattia del secolo e orgoglio dell’est. Siamo ancora immersi nella perfezione dei velluti di Sakurov e mai stanchi dei racconti dei fratelli Mikhalkov, per cui siamo pronti a dire che i russi per il cinema hanno un gran talento. Talento per le immagini, per i sospiri tra le inquadrature, per i silenzi non richiesti, per le storie passate o presenti che siano. Questo è ciò che esce dai confini, spesso prodotto anche grazie all’aiuto di altre nazioni. Ma la realtà cinematografica russa è brulicante, è una scena vivace alimentata dai crucci e dalla vanità e dal denaro del Cremlino. Il governo russo non ha mai smesso di finanziare il cinema, una pratica che risale all’epoca sovietica, crede ancora nel cinema, ma a modo suo. Vuole che abbia una funzione didattica ma secondo la didattica del Cremlino. Vuole che svegli gli animi patriottici, ma di quel patriottismo che piace al Cremlino. Per meglio descrivere la situazione del cinema russo, pieno di novità e di storture, sono usciti, quasi in contemporanea, due film storici. Il primo dal titolo “Prazdnik”, “Festa”. L’altro “T-34”, dal nome del modello di un carro armato molto usato durante la Seconda guerra mondiale. Le pellicole parlano tutte e due di storia, di guerra e di Russia con la differenza che uno lo fa un po’ scherzando e l’altro no, che uno è uscito su YouTube e l’altro nei cinema. Osservando il titolo è facile capire quale dei due sia piaciuto al Cremlino. Ovvio, quello con il nome del carro armato.

 

Il film che esalta la madrepatria è stato elogiato dal governo. Mentre quello ironico su Leningrado e una famiglia ricca è uscito su YouTube

Come si legge in una nota del ministero della Cultura di Mosca: “T-34 è un dramma sulle difficoltà di un prigioniero che fugge dalla prigionia di un campo di concentramento nel tentativo di salvare se stesso, l’amore e la devozione per la madrepatria”. Il film è stato prodotto in Russia con circa 8,3 milioni di dollari (713 milioni di rubli) con uno scopo ben preciso che ai funzionari di Mosca è piaciuto molto: “Raccontare una storia di guerra in un modo che possa attirare i giovani senza provocare obiezioni da parte di coloro che ancora ricordano la Grande guerra patriottica”, ha detto il regista Alexei Sidorov. La Grande guerra patriottica è il modo russo di chiamare la Seconda guerra mondiale.

 

La storia russa è un monumento impalpabile da salvaguardare, così come l’ideologia. Vietato riderne, soprattutto al cinema

“T-34” è l’ultimo di una serie di blockbuster patriottici, è andato molto bene al cinema ed è piaciuto molto al governo che predilige finanziare pellicole che ricordano la guerra, l’eroismo russo contro la Germania nazista. In Russia serve il patriottismo, serve la propaganda, la nazione ha bisogno di ideali nazionali e il Cremlino per promuoverli si serve volentieri del cinema. La storia russa deve rimanere avvolta da un velo di sacralità, è un monumento impalpabile da salvaguardare, così come l’ideologia. Vietato riderne, soprattutto al cinema. Che fine fanno le risate fatte a spese della guerra e della storia, lo racconta bene il caso del film di Armando Iannucci. Il regista britannico, l’anno scorso ha portato in Russia un film sulla morte del più celebre dei dittatori russi, “Morto uno Stalin se ne fa un altro”, è piaciuto molto a inglesi, americani, italiani, tedeschi e stava per piacere anche ai russi, soprattutto ai più giovani, ma il ministero della Cultura ha deciso di permettere l’uscito soltanto in pochi cinematografi di essai. “Da noi non c’è censura – aveva sottolineato sempre il ministero dopo la decisione, in effetti la censura è proibita dalla Costituzione in Russia – ma dobbiamo fare in modo che i nostri cittadini non si sentano offesi”. La storia e soprattutto la vita di Stalin, l’unico per il momento in grado di fare concorrenza a Vladimir Putin, sono argomenti che accendono ancora le conversazioni dei russi, ma è dal governo che arriva il divieto alla risata.

 

Il film di Alexei Krasovki, “Festa”, è nato con questo peccato, con la volontà di riflettere, ridendo, sulla storia. Di lanciare qualche sorriso amaro sull’assedio di Leningrado. “E’ una blasfemia vergognosa”, ha detto Sergei Boiarski, un deputato russo, quando ha saputo del film che è uscito su YouTube. Per essere proiettati in sala i film hanno bisogno di un permesso che viene rilasciato dal ministero della Cultura, spesso rimangono incastrati in una catena infinita di rinvii e se il governo ama finanziare pellicole che promuovono il patriottismo, ha deciso che ridere non rende patriottici. Si può però sognare e sospirare d’amore, difatti ha avuto un grande successo il film sceneggiato dalla direttrice di Russia Today sul ponte che unisce la Crimea alla Russia. Anzi con quella pellicola è nato anche un nuovo genere: la commedia romantica patriottica. Resta comunque vietato ridere, seppur di un umorismo amaro. Per questo Krasovski ha deciso di far uscire il suo film su YouTube. Eppure “Festa” è un film intelligente e colto, girato con un cast di attori russi molto famosi ed è un vero inno alla storia russa.

 

E’ il 31 dicembre a Leningrado, la città è assediata. Una famiglia estremamente ricca si prepara a festeggiare il Capodanno. Il padrone di casa è la parodia di Preobrazhenski, lo scienziato del romanzo di Mikhail Bulgakov “Cuore di cane”, e sua moglie non fa altro che lagnarsi di essere rimasta senza cameriera, dovrà spennare il pollo da sola. A cena arrivano i figli accompagnati da ospiti inaspettati, degli sconosciuti che costringono la famiglia a dare spiegazioni della sua ricchezza: dove hanno trovato il pollo – ormai spennato –, gli abiti, lo champagne sovietico e il carburante. Perché dispongono di una casa così grande. Fuori c’è la guerra, peggio, c’è un assedio e loro vivono nell’agiatezza. Non si rendono conto di cosa accade fuori, non percepiscono la guerra, hanno tutto. Il film è parso disimpegnato, troppo leggero per uno sfondo come la Grande guerra patriottica. O forse c’è dell’altro. Forse quella famiglia agiata ignara della fame che la circonda ricorda una classe sociale che in Russia ancora esiste, dà il denaro per la produzione, e le licenze per la distribuzione dei film. A un certo punto c’è un bombardamento. La casa rimane senza corrente, qualcuno grida: “Noi zio Vanja vivremo”. Forse Krasovki non parlava soltanto di guerra.

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