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“Est”, o meglio “Dau”. Un romanzo quasi-forse verità sull'Urss

Valeria Montebello

Il libro di Ricuperati e il folle film-progetto di Krazhanovsky sulla vita nell'Unione Sovietica

Milano. “REMEMBER THAT USSR IS A FOUR LETTER WORD, LIKE WIND, LIKE SURF. BUT IN USSR YOU DON’T HAVE SURF”. Gianluigi Ricuperati, nel suo libro “Est”, appena uscito per Tunué, fa proprio questo: surfa. Aspetta l’onda, cerca di non farsi prendere in faccia, prova a starci su, magari cade ma comunque trova qualcosa: un tunnel? Un buco profondo nel mare, protetto da coralli? E’ così che a un certo punto del romanzo definisce “Ver”, il progetto di Igor. Trasposizione diretta di “Dau”, l’opera di Ilya Krazhanovsky: il “film” (riduttivo, è uno dei progetti cinematografici più grandi e controversi della Russia, una specie di serie tv, ma anche una serie di docu-film autonomi, che ancora nessuno ha mai visto) che racconta la vita dello scienziato sovietico premio Nobel Lev Landau (“Dau”).

 

Le riprese sono iniziate nel 2008 in Ucraina, a Kharkov, in un’area segreta chiamata “The Institute” piena di telecamere nascoste come se ci fosse ancora Stalin che hanno prodotto 700 ore di girato. In tre anni. Nessuna sceneggiatura a dirigere le sorti del progetto, solo la vita. Le persone che si sono offerte volontarie (già!) hanno vissuto (non recitato) nell’Istituto immerse in un set che ricostruiva meticolosamente la Russia degli anni Trenta, tenuti a vestirsi e a comportarsi come se si trovassero sotto un regime totalitario dell’éra sovietica (se volevano cercare la conferma di una notizia su Google, dicevano “dobbiamo consultare la Pravda”). I residenti sarebbero stati multati se avessero contrabbandato telefoni o tentato di accedere ai social.

 

Ricuperati tira fuori il telefono spesso, per fare delle foto (nel libro viene scoperto e rimproverato, gliele fanno cancellare, ma nel suo rullino dell’iPhone ne ha varie). Il controllo su tutto quello che sta dentro Ver/Dau non è nelle battute o in un copione, ma accompagna ogni possibile scelta, ogni azione – i 14 figli concepiti durante le riprese potranno rivedere l’istante del loro concepimento. E non è lo stesso controllo del Grande Fratello, fra comfort e acclamazione pubblica – che è un rovesciamento morale del panopticon, una gara per essere i più amati, i più seguiti, i più votati. I personaggi di Ver/Dau sono in un posto lontano nel tempo, nel passato, nella storia, fermi lì, dimenticati dal mondo, in balia di una sola persona, nemmeno del pubblico “sovrano”.

 

Nel romanzo si sente questo isolamento, il confine che separa lo scrittore italiano con il suo libro (e il suo iPhone sfacciato) dal regista russo con il suo esperimento, insieme all’energia che Ricuperati mette in gioco per forzare questo limite, per entrare in contatto con qualcosa di diverso che in qualche modo – almeno emotivamente – lo affascina. “Ogni volta che metto in cantiere un libro cerco di forzare i limiti di quello che oggi potrebbe essere definito un oggetto d’arte narrativa. La mia speranza, forse astrusa, è che il genere romanzo, con la sua fluidità intensissima, possa contenere l’impronta che mi interessa trovare. Un impronta del futuro prossimo, forse”, dice Ricuperati.

 

Quello che un tempo era saldo è diventato mobile e acquatico, proprio come accade al surfista quando cavalca un’onda oceanica. Da Dau, per partecipare all’esperimento, sono passate varie personalità – da Marina Abramovic al Nobel per la Fisica David Gross. Ricuperati entra in questo mondo chiuso a Londra, dopo le riprese, a Piccadilly 99. “Quando sono entrato in contatto con Ilya K. e il progetto Dau non sapevo che qualche mese dopo mi sarei innamorato e avrei fatto un bambino con una ragazza che proviene dallo stesso enclave culturale da cui proviene il film, quello ucraino-ebraico di lingua russa. Il romanzo, che è una variazione molto distante da questo dato autobiografico, nasce da questa doppia coincidenza incantatoria. La prima: entrare in relazione con un progetto artistico unico, ambiziosissimo. La seconda: mescolare il mio sangue con il sangue in qualche modo legato a quel mondo”.

 

Proprio grazie a queste vicende complesse, il libro esce dal controllo del suo autore, e di Igor, per ritrovarsi sempre altrove, nella vita. Con un altro lavoro, con un’altra donna. La compagna dello scrittore, che viene dallo stesso posto di Ilya/Igor (è una spia? Il libro sta uscendo fuori dalle pagine? Com’è possibile?) pensa che il film sia una propaganda della grandiosità russa. E allora Ricuperati potrebbe essere un emissario che porta a termine un compito più grande di lui, che passa di mano in mano: scrive un romanzo su un “film” che esalta la Grande Madre Russia. Come la copertina del libro che, come racconta lo scrittore “è tratta da una serie di graffiti ritrovati dagli archeologi in Ucraina e Polonia, appartenente alla cultura Cucuteni-Trypillian, una civiltà neolitica proveniente dalla zona che oggi coincide con il territorio rumeno e ucraino.

 

La presenza di statue e disegni femminili nella produzione di ceramiche suggeriscono che fosse una società matriarcale, mentre la relativamente bassa produzione di metalli e armi forse ci racconta di un cosmo in origine pacifista”. Una copertina-talismano che da una parte allude alla potenza di Ver/Dau, la fede cieca in un progetto grandioso, dall’altra lo contraddice: “E in fondo il protagonista del romanzo cerca questo - un modo equilibrato e giusto di attraversare il fuoco”.

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