Gogol' maps sulle tracce di Tolstoj e Anna Karenina

Paolo Nori

Viaggiare nei luoghi della grande letteratura russa dell'Otto e del Novecento. Da Puškin a Brodskij: nelle piazze, nelle case e nei palazzi si intersecano le vite e i destini degli autori e dei loro personaggi 

Tre anni fa, nel 2016, mi hanno proposto di fare la guida turistica, e io ho accettato. Era un viaggio strano: si trattava di portare degli appassionati di letteratura a San Pietroburgo, sui luoghi della letteratura russa dell’Otto e del Novecento. Era un viaggio con una bibliografia consigliata, non obbligatoria, e il primo dei libri che proponevo di leggere a chi fosse venuto con me in Russia, era un libro di Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, pubblicato in Italia da Adelphi e tradotto da Gilberto Forti.

 

In un saggio di quel libro, Guida a una città che ha cambiato nome, Brodskij diceva che, a Pietroburgo, all’inizio dell’Ottocento è nata la letteratura russa, e che, appena nata, la letteratura si è messa a correre dietro alla realtà, e che, “verso la metà dell’ottocento le due cose si sono fuse in una: la letteratura russa, a furia di inseguire la realtà, l’ha raggiunta. A tal punto che oggi – scriveva Brodskij – quando pensate a San Pietroburgo, non potete distinguere quella raccontata nei romanzi da quella reale. Il che è abbastanza curioso per un luogo che conta soltanto duecentosettantasei anni di vita [Pietroburgo è stata fondata dallo zar Pietro primo nel 1703]. La guida, oggi, – continua Brodskij – vi mostrerà la sede della Terza Sezione della polizia, dove Dostoevskij fu processato, ma anche la casa dove un suo personaggio, Raskol’nikov, uccise a colpi d’ascia una vecchia usuraia”.

“Verso la metà dell’Ottocento le due cose si sono fuse in una: la letteratura russa, a furia di inseguire la realtà, l’ha raggiunta” (Brodskij) 

 

Ecco, oggi – avevo pensato nel 2016 – ci son probabilmente più turisti a vedere la casa dove abitava Raskol’nikov, che a vedere la sede della terza sezione di metà dell’Ottocento: è più reale Anna Karenina, oggi – avevo pensato – delle sue contemporanee in carne e ossa di allora, e mi era tornato in mente quel che diceva il grande specialista di Tolstoj Viktor Šklovskij quando scriveva che “Quello che c’è scritto in Anna Karenina è più vero di quel che scrivono sui giornali e nelle enciclopedie”.

 

Allora siamo partiti. Il viaggio era organizzato dal circolo dei lettori di Torino e, secondo me, è stato un bellissimo viaggio, solo che, secondo me, aveva dei difetti. Prima di tutto, eravamo in un albergo troppo bello, con una magnifica vista sulla cattedrale di Sant’Isacco, dal nostro magnifico ristorante, nel quale, tutte le mattine, facevamo colazione e, tutte le sere, cenavamo; poi, avevamo a disposizione un pullman, sul quale abbiamo passato un paio di pomeriggi imbottigliati nel traffico di San Pietroburgo, con la nostra guida russa che ci diceva, nel suo ottimo italiano, che alla nostra destra c’era il Gostinyj dvor, un storico grande magazzino di Pietroburgo, e alla nostra sinistra Eliseevskij, una celebre drogheria in stile art-nouveau, e di stare attenti, quando fossimo scesi, ai borseggiatori, che la città era piena di brutti stranieri, non stranieri bravi come noi che avevamo i soldi, no, stranieri poveri e ladri, ma di stare tranquilli, perché la città era anche piena di poliziotti che avrebbero vigilato sulla nostra incolumità.

 

Adesso, a parte l’estro particolare di quella prima guida, che era estrosa molto (aveva addestrato un complice che, alla prima sosta del pullman, aveva parcheggiato la sua Lada e aveva aperto il baule mentre la guida diceva “E, per chi vuole dei libri russi, lì ci sono delle belle edizioni delle favole di Puškin tradotte in italiano”, e aveva indicato il baule del complice che aveva venduto qualche copia illustrata delle fiabe di Puškin in una pessima edizione con una pessima traduzione italiana ma con un prezzo, 10 euro, degno di un’edizione di lusso, se si considera che in Russia i libri costano molto meno che da noi), a parte l’estro della nostra guida, memorabile, io credo che passare un pomeriggio su un pullman nel traffico di Pietroburgo o nel traffico di Caracas, sia praticamente la stessa cosa, anche se non sono mai stato a Caracas, ma ho l’impressione, che, appunto, essere stati in un pullman nel traffico di Caracas non significhi essere stati a Caracas.

 

“Quello che c’è scritto in ‘Anna Karenina’ è più vero di quel che scrivono sui giornali e nelle enciclopedie” (Šklovskij)

 Quindi, l’anno successivo, quando ho pensato di rifare quel viaggio che mi era piaciuto tanto, ho pensato di organizzare un viaggio senza pullman, dove si dovesse girare a piedi e in metropolitana, e in tram, e in filobus, e dove l’albergo fosse un posto dove si andava a dormire, essenzialmente, perché per tutto il giorno si era in giro per Pietroburgo, e ho chiesto all’Associazione Italia Russia di Milano, che queste cose, per gli studenti e gli appassionati, le organizza da settant’anni, e l’Associazione ha chiesto all’agenzia di Viaggi Adenium Travel, e l’agenzia ha trovato un piccolo albergo a tre stelle, nella zona delle ambasciate, tra il Litejnyj prospekt e i Giardini di Tauride, cioè tra la casa dove abitava Brodskij con i suoi genitori (una via nella quale, negli anni Settanta, quando la città si chiamava Leningrado, “alle nove del mattino era più facile incontrare un ubriaco che un taxi”) e il parco del palazzo di Potëmkin, il favorito di Caterina II che ha dato il nome alla Corazzata Potëmkin, dove si era sparsa la voce che il naso, protagonista del Naso di Gogol’, andasse a passeggiare per rilassarsi.

 

E siamo partiti, nel 2017, in luglio, e abbiamo girato per sette giorni nella “più astratta e premeditata città del globo terrestre”, secondo una celebre definizione di Dostoevskij, e abbiamo visto il canale nel quale Pierre Bezuchov, in Guerra e pace, ha buttato un gendarme con un orso legato alla schiena, e abbiamo visto la casa, sulla prospettiva Nevskij, al n. 86, all’angolo con la Fontanka, dove, una notte di maggio del 1845, il celebre critico letterario Vissarion Belinskij, dopo aver letto un manoscritto, intitolato Povera gente, ha fatto svegliare il venticinquenne autore di quel romanzo e se l’è fatto portare a casa e l’ha abbracciato dicendogli “Tu continuerai il cammino di Gogol’”, e quel signore si chiamava Fëdor Michajlovič Dostoevskij, e noi siam rimasti stupefati quando abbiamo visto che, su quella casa, adesso c’era un’insegna che diceva: “Pizzeria Milano”.

 

Passare un pomeriggio su un pullman nel traffico di Pietroburgo o nel traffico di Caracas, è praticamente la stessa cosa 

E abbiamo visto quella famosa casa di Raskol’nikov, in vicolo dei Falegnami, e il ponte dove avevano rubato il cappotto di Akakij Akakevič, il protagonista del Cappotto di Gogol’, e la casa, sul canale Griboedov, dove abitava la cagnetta che si scriveva con la sua amica (la cagnetta di sua eccellenza) in Memorie di un pazzo, di Gogol’, e abbiamo visto, sul Litejnyj prospekt, la Casa bianca, sede del Kgb, che un funzionario di polizia aveva proposto di far diventare monumento letterario, e quando gli avevano chiesto come mai, lui aveva risposto che i principali autori russi del Novecento erano passati tutti di lì.

 

E abbiamo visto la piazza dove, il 16 novembre del 1849, dovevano giustiziare Dostoevskij, condannato a morte per aver letto in pubblico la lettera di Belinskij a Gogol’, nella quale Belinskij accusava Gogol’ di essere diventato, con il suo ultimo libro, Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, “un predicatore della frusta, un apostolo dell’ignoranza, un propugnatore dell’oscurantismo e della reazione”, e abbiamo letto quello che ha provato Dostoevskij nei minuti in cui credeva che, cinque minuti dopo, non sarebbe più stato vivo, e che ha raccontato in una pagina indimenticabile dell’Idiota.

 

E siamo andati fin sotto al monumento a Anna Achmatova, davanti alla prigione Le croci, dove l’Achmatova andava a trovare il figlio; quelle file davanti al più grande carcere dell’Unione Sovietica, l’Achmatova le ha rievocate in Requiem, nel prologo del quale ha scritto: “Allora una donna che stava dietro di me, con delle labbra blu e che, naturalmente, non aveva mai sentito il mio nome, si è riscossa dal torpore che ci avvolgeva tutti e mi ha chiesto in un orecchio (lì sussurravano tutti): ‘Ma lei questo lo può descrivere?’. E io ho detto ‘Posso’. Allora una cosa che sembrava un sorriso è scivolata lungo quello che una volta doveva essere stato il suo viso”.

  

Negli anni Settanta, quando la città si chiamava Leningrado, “alle nove del mattino era più facile incontrare un ubriaco che un taxi”

E abbiamo poi visto l’appartamento, sul canale Fontanka, dove l’Achmatova l’ha scritto, Requiem, e abbiamo rievocato il ricordo della sua amica Lidija Čukovskaja, tramandato in un libro che si intitola Incontri con Anna Achmatova: “Anna Andreevna, quando veniva a trovarmi, mi leggeva versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, non si risolveva neppure a sussurrare; d’un tratto, nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzetto di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: ‘Volete del tè?’, oppure: ‘Come siete abbronzata!’, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi nella memoria, glieli restituivo in silenzio. ‘L’autunno è venuto così presto’ diceva Anna Andreevna ad alta voce e, acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere. Era un rito: le mani, il fiammifero, il posacenere – un rito splendido e doloroso” (la traduzione è di Giovanna Moracci).

 

E abbiamo visto la casa di Daniil Charms, lo straordinario autore, tra altri pezzi straordinari, di questo pezzetto: “Quando compri un uccello, guarda se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello”, e la casa di Puškin, il primo, il verbo, la causa di tutto, e tre delle ventuno case in cui ha abitato, a Pietroburgo, Dostoevskij, tra le quali l’ultima, dove conservano una scatola di tabacco con la scritta, a matita, della figlia, dodicenne, di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Ljubov’: “28 gennaio 1881, oggi è morto il babbo”; e abbiamo visto la casa di Sergej Dovlatov, che di sé diceva: “La mia notorietà letteraria è a questo livello: quando mi riconoscono, mi stupisco.

 


Tornano in mente i versi di Chlebnikov che dicono: “Poco, mi serve. Una crosta di pane, un ditale di latte, e questo cielo, e queste nuvole”


 

E abbiamo visto il ponte dove avevano rubato il cappotto di Akakij Akakevic, e la piazza dove dovevano giustiziare Dostoevskij

E quando non mi riconoscono, mi stupisco lo stesso. Son sempre stupito”, e del suo amico Iosif Brodskij invece diceva: “In confronto con Brodskij, gli altri giovani anticonformisti sembrava che facessero un altro mestiere. Brodskij aveva creato un modello di comportamento inaudito. Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Non conosceva i membri del Politburo. Quando sulla facciata del suo palazzo avevan montato un ritratto di sei metri di Mžavanadze [primo segretario del partito comunista georgiano], Brodskij aveva detto: – Chi è? Sembra William Blake…”.

 

E abbiamo visto il teatro Aleksandrinskij, il primo teatro di pietra costruito a San Pietroburgo, il posto dove, il 19 aprile del 1836 c’è stata la prima, memorabile, del Revisore di Gogol’ e dove, il 17 ottobre del 1896, c’è stata la prima, un fiasco clamoroso, del Gabbiano di Čechov, e siamo andati al Museo russo, uno museo dove, diversamente dall’Ermitaž, dove c’è l’arte occidentale, c’è solo arte russa, dalle icone al realismo socialista passando per l’avanguardia, e siamo stati nella piazza dove, nel 1825, c’è stata la prima rivoluzione russa, quella dei decabristi, e siamo andati a vedere il museo, commovente, ai 900 giorni dell’assedio di Leningrado, insomma: il secondo viaggio, senza pullman, è stato talmente bello che l’anno dopo, nel 2018, ne abbiamo fatti due, sempre in luglio, uno a San Pietroburgo, per chi non c’era mai stato, e uno a Mosca, per chi era già stato a San Pietroburgo.

 

Il'Ja Repin, "Ritratto di famiglia" (la figlia dell'artista, Tatiana, con la famiglia), 1905 (collezione privata)

Che Mosca, con più di 12 milioni di abitanti, è, come popolazione, la città più grande d’Europa ed è una città che io ho trovato stupefacente fin dalla prima volta che ci sono stato, nell’aprile del 1991, e fin dal primo momento che ero lì, all’aeroporto Šermet’evo II, quando ho alzato gli occhi, mi è sembrato evidente, a guardare il cielo, che eravamo in un paese grande, e mi sono tornati in mente i versi di Velimir Chlebnikov che dicono: “Poco, mi serve. Una crosta di pane, un ditale di latte, e questo cielo, e queste nuvole”.

 

Mosca rivista nel 2018: sovietica, ottocentesca, con tutta la sua tradizione letteraria, e una città perfettamente contemporanea 

E nel viaggio a Mosca che abbiamo poi fatto la scorsa estate, abbiamo girato questa metropoli a piedi e in metropolitana, e io, non ho visto tante metropolitane, quella di Londra, di Parigi, di San Pietroburgo, di Amsterdam e di Lisbona, oltre a quelle italiane, ma quella di Mosca: non c’è paragone. Una volta, in Italia, nel 2010, in settembre, su un treno regionale affollato, avevo sentito, senza volere, un signore che raccontava al suo dirimpettaio, che era probabilmente un suo collega, di esser stato in vacanza a Mosca, e di avere visto delle cose bellissime, come per esempio la metropolitana e, di fronte all’espressione interdetta del dirimpettaio si era sentito in dovere di dire “Ah ma, l’hanno fatta gli zar, eh?”. E a me, mi ricordo, era venuto da dirgli “No, guardi, non l’han fatta gli zar, l’han fatta i sovietici”, perché era vero, l’avevano fatta i sovietici insieme a tante altre cose come si deve che avevano fatto i sovietici, come per esempio la liberazione di Auschwitz, ma non gliel’avevo detto, e mi era dispiaciuto, e mi ero ripromesso che se mai mi fosse capitato di parlare su qualche giornale di Mosca l’avrei poi detto, che la metropolitana (che è stata inaugurata nel 1935 e che è intitolata a Lenin) non l’avevano fatta gli zar, l’avevano fatta i sovietici.

 

E la Mosca che ho visto quando ci son poi tornato, nel 2018, era contemporaneamente quella lì, sovietica (nel simbolo dell’Aeroflot ci sono ancora la falce e il martello) era ottocentesca, con tutta la sua tradizione letteraria, e era una città perfettamente contemporanea. Io che ero abituato, quando venivo in Russia, a venire da un posto più moderno, più progredito, mi sono trovato in una città modernissima, dove funzionava tutto, e con dei posti, come il Garage, il museo dell’arte contemporanea, che sembrava di essere ad Amsterdam, o a Tokio e, nello stesso tempo, anche nel 2017 bastava alzare la testa, e venivano in mente quegli stessi versi di Chlebnikov: “Poco, mi serve. Una crosta di pane, un ditale di latte, e questo cielo, e queste nuvole”.

 

Siamo andati sotto al monumento a Anna Achmatova, davanti alla prigione Le croci, dove l’Achmatova andava a trovare il figlio

 E mi son tornate in mente tante storie di quel periodo che l’ho conosciuta, gli anni Novanta, che è stato probabilmente il periodo più terribile e più avventuroso degli ultimi cinquant’anni, in Russia, un periodo in cui, se eri italiano, ti succedevano delle cose stranissime. I russi, non so come mai, ma erano convinti che gli italiani pasteggiassero con l’amaretto di Saronno, e se uno voleva fare, dall’Italia, un regalo a un russo che voleva esser sicuro che gli sarebbe piaciuto, se gli portava una bottiglia di Amaretto di Saronno era tranquillo che andava bene.

 

E quando sono arrivato a Mosca, nel 1991, erano gli ultimi mesi della perestrojka, che sarebbe finita nell’agosto di quell’anno con l’arresto di Gorbačëv, e, in giro per la città si vedevano i primi negozi privati, eran dei chioschi che vendevano un po’ di tutto e, tra le altre cose, c’erano della bottiglie di Amaretto di Milano, di Amaretto di Verona, che in Italia non avevo mai visto e che non avrei mai più rivisto, credo fossero prodotti a Tula, o a Kaluga, da qualche parte nella provincia russa chissà com’eran buoni, pensavo io, invece l’estate scorsa, ho conosciuto un russo che sa l’italiano e che, all’epoca, collaborava con l’imprenditore georgiano che aveva organizzato questo traffico di amaretti inesistenti che arrivavano in Russia da San Marino, non da Kaluga.

Brodskij “viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava” (Dovlatov)

 

Insomma questi viaggi in Russia sono stati così belli che quest’anno, nel 2019, ne facciamo tre, e cominciamo per Pasqua, dal 19 al 25 aprile andiamo ancora a San Pietroburgo e facciamo lo stesso viaggio, sempre senza pullman, ma con in più due novità: siccome ci siamo sempre andati d’estate, fino a adesso, abbiamo sempre evitato di andare al teatro Mariinskij, il teatro dell’opera e del balletto, perché d’estate le compagnie di ballo russe sono in tournée in occidente, e al Mariinskij ci sono i programmi per i turisti, e il nostro non è un viaggio per turisti, è un viaggio per della gente che i pullman turistici non sa neanche come son fatti, è un viaggio nel quale, una sera, si prende la metropolitana e si scende alla stazione Primorskaja, e si va a fare un giro in un quartiere di periferia, di condominî sovietici che erano uguali in tutta l’Unione Sovietica, un quartiere che sembra di esser dovunque tranne che a San Pietroburgo, un quartiere che i turisti non l’hanno mai visto neanche pitturato, e in un viaggio come il nostro, che non è per turisti, ci sembra ci stia benissimo, un giro in un quartiere così, una delle ultime sere, così come ci sembra ci stia bene, in aprile, andare al teatro Mariinskij a vedere i balletti russi per russi, non per turisti, e questa è la prima novità; la seconda invece, che andremo, con chi vuole, a fare un bagno russo, che è come il bagno turco ma un po’ diverso, e che prevede, tra l’altro, la necessità di percuotersi con dei rametti di foglie di betulla e la possibilità di buttarsi in una vasca d’acqua gelata dopo essere usciti dalla stanza del vapore. Infine, c’è un’ultima cosa che abbiamo cambiato, il titolo: da quest’anno il viaggio si chiama Gogol’ maps, e tutti i dettagli si trovano qui: http://www.paolonori.it/gogol-maps-3/.

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