Evgenij Zamjatin in un ritratto di Boris Kustodiev (1923) - immagine tratta da Wikipedia

La distopia alfa

Marco Archetti

“Noi”, racconto capolavoro. Cento anni fa Evgenij Zamjatin scriveva il suo implacabile referto sul regime sovietico, subito messo al bando

Cominciò bene, con ragguardevoli articoli tecnici sulle costruzioni navali pubblicati dal Politecnico di Pietroburgo (lo stesso in cui si era laureato nel 1908), poi tutto finì in Letteratura, cioè malissimo: travagliata, infelice ed emblematica fu la traiettoria che consegnò lo scrittore Evgenij Zamjatin – autore di “Noi”, grande romanzo-alfa di tutto un genere – alla storia delle Lettere russe. Prima il lager bibliografico sovietico, col suo destino di oscurità lunghissima, di rimozione ufficiale. Quindi la pubblicazione, a insaputa dell’autore, a New York e a Praga nel 1929. Infine il ritorno alla luce con la caduta del regime comunista. Ma mai la piena consacrazione, mai un riconoscimento davvero unanime per i grandi meriti di questa portentosa nave rompighiaccio della letteratura, che con la sua poderosa incursione infranse gli iceberg dei moduli in voga, inaugurò il filone anti-utopico e sfidò a viso aperto il marxismo ponendosi al di fuori del contesto morale e ideologico dell’epoca, facendo brillare la mina di una visione nuova e vertiginosa, servita con un febbrile periodare – spezzato e aspro nel montaggio, tutto spigoli, trabalzi e punteggiatura a martello – e con una costruzione narrativa di inimmaginabile novità. “Noi” è la prima opera della letteratura universale che prefigurò lo Stato Unico Globale, e non solo: fu quella che raccontò con più gelida esattezza la facilità rovinosa con cui gli esseri umani si prestano a un progetto totalitario. Riletta oggi è ancora viva e presenta sorprendenti punti di incollatura col nostro presente, i suoi truci plebisciti social, le balordaggini normalizzate, il cinismo con prurito estetico.

 

La prima opera della letteratura universale che prefigura lo Stato Unico Globale. Sorprendenti punti di incollatura con il nostro presente

Il romanzo racconta qualcosa di più terribile della soppressione della libertà: la complicità dell’uomo con il proprio disastro

Ma andiamo con ordine e cominciamo dal principio, giacché la fine è nota, ed è questa: quel romanzo tanto importante per la storia della letteratura, quell’implacabile referto sul manicomio sovietico, quel bruciante rapporto sulla scelleratezza umana, i russi poterono leggerlo solo nel 1989, settant’anni dopo che il suo autore cominciò a scriverlo. In un testo dell’epoca, Zamjatin raccontò in questo modo la sua vita fino a quel momento: “Proprio al centro della carta geografica c’è un circoletto. E’ Lebedjan, la città della quale scrissero Tolstoj e Turgenev. A Lebedjan sono nato nel 1884, distretto di Tambòv. Crebbi sotto il pianoforte: mia madre era una buona musicista. A quattro anni già leggevo. Infanzia senza compagni: i miei compagni erano i libri. Terminai il liceo a Voronež nel 1902, mi diedero anche una medaglia, ma la medaglia finì presto al monte di pietà di Pietroburgo. Dopo il liceo, l’Istituto politecnico di Pietroburgo, facoltà di costruzioni navali. D’inverno: Pietroburgo. D’estate: pratica in fabbrica e navigazioni. Fui a Odessa durante l’ammutinamento della Potëmkin e a Helsingfors durante l’insurrezione di Sveaborg. Oggi tutto questo è come un ciclone: le dimostrazioni sulla Prospettiva Nevskij, i circoli studenteschi e operai, l’amore, gli immensi comizi all’università e negli istituti. Allora ero bolscevico, oggi non lo sono più. Lavorai nel rione di Vyborg: per un certo tempo avevo nella mia stanza una tipografia illegale. Mi battei contro i cadetti… Terminato il Politecnico, nel 1908, ebbi la cattedra di Architettura navale. Nello stesso anno scrissi e stampai il mio primo racconto. Nei tre anni successivi: ingegneria. Poi abbandonai la tecnica e oggi per me c’è solo la letteratura”.

 

Il primo testo a portare la firma di Evgenij Ivanovič Zamjatin era uscito proprio in quegli anni, precisamente nel 1911, e si intitolava “Racconti di vita provinciale”. In realtà niente da segnalare: prosa stilizzata, imitativa e un po’ legnosa nel solco di Remizov, ma nessuna traccia o premonizione della futura vitalità. Vitalità che, fino a lì, per Zamjatin era stata soprattutto esistenziale e biografica: durante tutta la Prima guerra mondiale visse in Inghilterra, si dedicò a costruire navi – anche il rompighiaccio “Lenin” porta la sua firma – ma quando nel 1917 sui giornali inglesi balenarono titoli del tipo Abdication of the Zar! Revolution in Russia! non ci pensò su un momento, fece armi e bagagli e si riprecipitò in madrepatria, riuscendo in breve tempo a diventare il più solido riferimento per i nuovi prosatori di Pietroburgo. La sua proverbiale poliedricità e gli interessi tecnici di una vita non restarono dormienti, anzi, travasarono nella sua prosa quel moto che poi ne diverrà tipico, di pistone, di martello, di stantuffo, e la seppero incrudelire con una secca e scontrosa incisività, orientandola verso una forma espressiva implacabile, tutta regolarità e geometria. Le sue costruzioni metaforiche si dotarono di uno slancio più cinematografico che letterario, al punto che anche Eizenštein gli dovrà qualcosa, perfino nella prosa con cui scriverà le proprie “Memorie”. Insomma, non poteva certo passare inosservato, Evgenij Zamjatin. Già con “La società degli onorevoli campanari”, dramma tratto dal romanzo satirico “Gli isolani”, si attirò sgradite attenzioni per l’eccentricità di scrittura, al punto che, citandolo nella sua autorevole “Storia della Letteratura russa”, il principe D.P. Mirskij (altra grande vicenda: nobile, combatté coi bianchi, fuggì, rientrò in Russia nel 1931 e scrisse questo straordinario manuale prima di essere deportato e morire nel 1937 in un campo di concentramento) definì quel romanzo un “divertito ritratto della società inglese, opera di forma quadrata”.

 

Fu l’inizio della fine: con il racconto “La caverna”, il gemello più significativo di “Noi”, Zamjatin si preparò la strada all’irrimediabile rottura. Ecco come comincia questa elaborata e spaventosa allegoria: “Ghiacciai, mammut, deserti. Notturne e nere rocce con sembianze di case, caverne nelle rocce. E non si sa chi di notte suoni la tromba sul sentiero pietroso fra le rocce e, fiutando il sentiero, sollevi polvere di neve: forse un mammut, forse il vento, o il vento forse non è altro che il ruggito ghiacciato del più Mammut dei Mammut…”. E così, pagina dopo pagina, ecco che sotto gli occhi del lettore si snoda lo spietato resoconto di una tremenda ritirata. I protagonisti sono Martin Martinyč če Maša, “puri e impuri animali spaventati dal diluvio”, che avvolti in pelli, paltò, coperte e stracci, portando con sé una scrivania, focacce dell’età della pietra ormai più simili a ceramiche, libri, l’opus 74 di Skrjabin, cinque patate lavate con amore, le due sbarre nichelate dei letti, un’ascia, una chiffonière e un po’ di legna, il giorno dell’Intercessione chiudono il loro studio, ne inchiodano la porta e si asserragliano in sala da pranzo, e il giorno della Madonna di Kazan lasciano anche la sala da pranzo retrocedendo fin nella stanza da letto. “Più oltre non si poterono ritirare: lì bisognava sostenere l’assedio, o morire”. Al centro della stanza, a garantir loro la sopravvivenza, solo una stufa, il grande prodigio di fuoco, la speranza arcaica, l’unico emblema vitale rimasto a dare un senso al loro incertissimo futuro. “Un dio ronzava possente e gli uomini protendevano verso di lui le mani, con venerazione, con gratitudine, in silenzio. Per un’ora al giorno nella caverna era primavera; per un’ora si lasciavano cadere le pelli ferine, gli artigli, le zanne e, attraverso la ghiacciata crosta cerebrale, spuntavano verdi steli – i pensieri”. Oggi derubricheremmo il racconto a un bizzarro esemplare di genere distopico/catastrofico, ma a quell’epoca era pieno di tutto ciò che serviva per cacciarsi nei guai: paragonare la rivoluzione a una gelata che costringeva gli uomini a retrocedere terrorizzati, emblematizzarla nel racconto di un mortale assideramento intellettuale e, per soprammercato, sigillare la parabola con l’approssimarsi del passo enorme e minaccioso del Mammut dei Mammut. Un racconto capolavoro, insomma, a causa del quale Zamjatin diventò “lo scrittore da tenere d’occhio” e il governo sovietico lo bollò ufficialmente come “uno dei più sospetti emigrati”.

 

Durante la Grande guerra visse in Inghilterra: costruiva navi. Nel 1917, ai primi titoli sulla rivoluzione, si riprecipitò in patria

L’ingegnere D-503. I sogni come malattia psichica. Il medico: “Le si è formata un’anima. Di questo passo si arriva al colera”

Era il 1919 quando vide la luce anche la prima stesura di “Noi”. Romanzo che farà cantare a piena voce il codice-Zamjatin, è narrato in forma diaristica da un certo D-503, un ingegnere che sta costruendo l’Integrale, navicella spaziale per la quale è già iniziato il countdown e che si libererà nello spazio permettendo allo Stato Unico la conquista più grande della Storia. “Integreremo l’infinita equazione dell’universo, assoggettando esseri ignoti che dimorano su altri pianeti e che forse ancora si trovano allo stato brado di libertà. Se costoro non comprenderanno che rechiamo loro la felicità matematicamente infallibile, nostro dovere sarà: costringerli a essere felici”. Lo Stato Unico ha ribattezzato i suoi cittadini con codici alfanumerici, li ha radunati a vivere all’interno di case obbligatoriamente trasparenti e ne ha recintato l’esistenza all’interno di un muro verde oltre cui tutto – questo, per lo meno, lo storytelling ufficiale – è selvaggio disordine e disgustoso ricordo del passato (“somma saggezza dei Muri, la più grande delle invenzioni!”). Un Grande Sistema Razionalizzatore ha abolito l’infelicità e sottomesso tutto a regole ferree (“non c’è nulla di più felice delle cifre, le quali vivono secondo regole armoniche ed eterne”) e cristallizzato la vita quotidiana attraverso la Tavola delle Ore (contemplate tutte, comprese quelle destinate al sesso, dopo il quale, anziché abbandonarsi alle solite vaniloquenze post coitali, gli amanti devono parlare “della bellezza del quadrato, del cubo, della retta”). In questo mondo rassodato dall’inutile, i sogni sono una malattia psichica, i poeti generatori automatici di odi pre-elettorali, e un atteggiamento politicamente critico il massimo del danno, essendo massimamente dannosa ogni insensata voglia di liberazione dal giogo dello Stato (“l’unico mezzo per liberare l’uomo dalle sue azioni criminali è liberarlo dalla libertà…”). Ma a un certo punto accadrà qualcosa, e quel che dovrà filare liscio non filerà. “Uno scroscio di eventi”, e D-503 scoprirà che non si può rimuovere dall’uomo la sua umanità – una piccola imperfezione, un’anomalia, la radice quadrata di meno uno, “questa radice irrazionale che mi attecchì dentro…” – proprio quando si innamorerà di una donna, cioè di I-330, una che fa parte del Mefi, il gruppo di resistenza. “E’ così che vivo ora. Il viso investito come da un mulinello,” scriverà nel suo diario D-503 scoprendosi avvinto da una misteriosa forza sconosciuta, la stessa di cui gli era stato raccontato a proposito di epoche remote, quando al calore interiore di una imperscrutabile Stufa Sentimentale, l’uomo si tormentava e si sentiva vivo. Vivo? “Lei, D-503, è messo molto male,” sarà l’inequivoco responso del medico. “Le si è formata un’anima. Di questo passo si arriva in quattro e quattr’otto al colera”. L’anima: il contagio della vita. Scoprendo l’amore, D-503 scoprirà la gioia e il rischio dell’abbandono, quella misteriosa ebbrezza, il Piano che salta, il salto che libera. Anche la scrittura – del diario e del romanzo – cambierà progressivamente, e da freddo meccanismo si farà partitura, permettendosi il diesis di inaudite divagazioni e ardite stonature poetiche. “Nel calice dischiuso della poltrona lei è come un’ape: ha il pungiglione e il miele”. Dopo pagine e pagine di raggelate constatazioni, prosa geometrica e lessico essenziale – dopo pagine di stantuffo, di mozione ingegneristica, di algoritmo essenziale – da lettore è un’esperienza indimenticabile accompagnare D-503 verso il disvelamento, seguirlo alla scoperta di sé e del mondo, il mondo che palpita e sbaglia, il mondo dell’imperfezione e della sana insalubrità, il mondo inevitabile che ignora muri, decreti e Stati unici. “Sono come una macchina con un numero di giri troppo alto: i cuscinetti si sono arroventati. Questo meraviglioso, insensato rituale delle sue labbra premute sulle mie…”.

 

“Noi” è un romanzo che va salvato dalla glaciazione dell’oblio non solo perché, come ha salmodiato ogni sacrosanto suo retrocopertina, “è un atto di denuncia contro la soppressione della libertà”, ma perché racconta qualcosa di più terribile: la complicità dell’uomo col proprio disastro. Il 4 gennaio del 1946, uno dei suoi più appassionati sostenitori, George Orwell, pubblicò un articolo in cui confessò ai lettori di Tribune di essere riuscito a impossessarsi di una copia del romanzo. Pochi giorni dopo, all’amico slavista Gleb Struve, scriverà: “Mi ha interessato molto, come tutti i libri di questo tipo”. Lo aveva letto in francese. Non l’avrebbe dimenticato mai più.

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