“Ila e le Ninfe” di John William Waterhouse

La brutta arte conformista

Giulio Meotti

“La stanno devastando col loro moralismo indignato”. Un saggio di Isabelle Barbéris

Nel 1993 Robert Hughes, australiano critico anticonformista e pieno di buon senso, iniziò e mise subito la parola fine ai dibattiti sull’arte contemporanea tramite La cultura del piagnisteo. In quel saggio, Hughes accusò l’arte degli abusi da vittimismo, da retorica solidarista, da eccessi parodistici di perdonismo. Era l’eterno melodramma delle classi dirigenti culturali. “Liberals are killing art”, scandì vent’anni dopo su New Republic Jed Perl, capofila della critica d’arte americana. Passa qualche altro anno e l’ex direttore del Victoria and Albert Museum di Londra, Sir Roy Strong, accusa gallerie e musei d’arte di essere diventati banali, prevedibili, pur di non scontentare nessuno. “Sono ossessionati dalla correttezza politica”, avrebbe detto Strong al Guardian. Adesso è una studiosa francese a occuparsene, Isabelle Barbéris, in un libro appena uscito, L’art du politiquement correct (Presses Universitaires de France), dove accusa il mondo dell’arte di essere diventato “vuoto, ripetitivo, inclusivo, convenzionale, insignificante”.

 

“L’arte non può più essere contenta di rappresentare, ora deve cambiare il mondo”, scrive la francese Isabelle Barbéris

Barbéris, che insegna all’Université Paris-Diderot, attacca la “postura da artista ‘impegnato’ tramite la sua trasformazione in ‘giudice-penitente’”. Siamo nel mezzo del “melodramma, delle finzioni lacrimali, dei corpi cristici e delle posizioni flagellanti – il grande ciclo della colpa e del pentimento, molto nordamericano. Il paradosso deriva dal fatto che l’artista stesso mette in pericolo la propria libertà di espressione, ponendosi come giudice e censore. Il politicamente corretto è una censura leggera, che si dimentica di sé”.

 

In un sistema fondato sulle “differenze”, continua Barbéris, “non si può contraddire una posizione antirazzista o antisessista per non scivolare in uno scontro. L’avversario merita di essere distrutto. L’arte non può più essere contenta di rappresentare, deve ora intervenire nel mondo. Vediamo quindi l’emergere di artisti che pretendono di salvare, cambiare o riparare il mondo”. Non è un caso che i musei occidentali da anni siano diventati dei veri e propri campi di battaglia ideologici, da ultimo sotto l’assalto del movimento MeToo, passato dalle patte dei pantaloni ai paintings.

 

I curatori della Manchester Art Gallery, una delle maggiori del Regno Unito, hanno nascosto al pubblico “Ila e le Ninfe”, uno dei suoi quadri più famosi al mondo realizzato nel 1896 da John Williams Waterhouse. Era in odore di “sessismo”. Il museo africano del Belgio, che si trova alla periferia di Bruxelles, è stato appena ristrutturato in modo da “scrollarsi di dosso la propria immagine razzista e filo-coloniale”. Il Museum of Fine Arts di Boston ha deciso di apporre una didascalia speciale sotto ai quadri di Egon Schiele per avvertire il pubblico delle accuse di molestie che gli furono rivolte. Il Rijksmuseum, il più celebre museo olandese, ha riscritto molte opere d’arte in odore di “colonialismo”. “E’ la pressione del politicamente corretto”, denuncia Charles Stuckey, già curatore del Museo nazionale di Washington. In diecimila hanno chiesto al Met di New York di rimuovere un dipinto di Balthus per manifesta “pedofilia”. Un anno dopo, l’artista Michelle Hartney è entrata nel Metropolitan Museum of Art di New York e accanto a un dipinto di Paul Gauguin ha apposto un cartello per denunciare l’artista “sessista”. E la lista è lunga. La francese Barbéris denuncia l’arte contemporanea nel suo gergo spaventoso, astruso e pretenzioso, che richiede di rileggere più volte la stessa frase per coglierne il significato. Un’arte che soffre di un eccesso di “inclusività, postura flagellante, colpi di indignazione e ironia castrata che ha portato all’omologazione”. Tutto si tiene in questo marasma ideologico: l’ossessione per l’“inclusione” del cosiddetto “invisibile”, l’antirazzismo che diventa razzismo antibianco, il processo permanente alle opere del passato nel nome dell’ideologia di turno (sessismo, razzismo, omofobia) e l’uso di metodi pubblicitari in omaggio al progressismo. E’ una colonizzazione culturale che viene fatta in nome dell’anticolonialismo.

 

L’ossessione per l’“inclusione”, il processo permanente alle opere del passato e la pubblicità a fini progressisti

E’ come se l’arte non dovesse essere più bella, ma ugualitaria, edificante: “Ma l’arte, prima di spingerci sulle barricate, dovrebbe rendere la nostra vita più sopportabile”, spiega Barbéris. Nel finale, Barbéris cita Victor Hugo: “A forza di essere un’anima, cessiamo di essere un uomo”, per prendere in giro il moralismo.

 

L’artisticamente corretto presenta quasi sempre gli stessi stereotipi, conclude la studiosa francese: “Un passaggio sui migranti, un altro antisessista, uno antispecista, uno anticoloniale e, naturalmente, uno anticapitalista… Il turbinio di queste morali frammentate, innocue quanto ripetitive, risponde all’implementazione di un conformismo incrollabile”. L’esito non può che essere quello dei Musei capitolini di Roma, che in ossequio alla “sensibilità” del presidente iraniano Hassan Rohani velò i propri nudi integrali. Barbéris parla di una “ideologia della differenza” che, all’apparenza, è “adornata di tolleranza, ma che è una fortezza che impedisce l’accesso a qualsiasi forma di dibattito democratico”. E su quest’ultima frase, gli ayatollah iraniani non potrebbero che essere più d’accordo.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.