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Perché dobbiamo essere grati alla letteratura

Stampella, sovversione, magia, rifugio. La letteratura può essere intesa e definita in tanti modi, in ogni caso però ha affermato il nostro diritto a esistere e a interrogarci

13 Gennaio 2019 alle 06:05

Perché dobbiamo essere grati alla letteratura

In quanti modi si può intendere la letteratura? Dieci? Cento? Mille? Leonardo Sciascia, in una conversazione con Danilo Dolci, premetteva: “Sono un maestro elementare che si è messo a scrivere libri”, e senza indugi dichiarava il proprio: o scrivere è fare “una buona azione”, cioè creare qualcosa che serve agli altri, “altrimenti,” concludeva, “è più utile starsene seduti tutto il tempo a leggere”.

 

Per François Rabelais – padre fondatore – era importante proprio questo, leggere, e paragonava il romanzo a un gustosissimo osso che il cane-lettore afferra e spolpa, facendosi in questa maniera, come già nella Repubblica diceva Platone, perfetto filosofo: prima sbirciandolo, agguantandolo e intaccandolo, poi spezzandolo e infine succhiandone la sostanza più nutriente e nascosta. Dal canto suo, in decine di scritti eterogenei, da “Lettere a un aspirante romanziere” a “La letteratura è fuoco”, da “La tentazione dell’impossibile” a migliaia di interviste nel corso degli anni, Mario Vargas Llosa non ha mai fatto mistero di apprezzare la letteratura per il suo valore sovversivo, considerandola come un salutare atto di ribellione nei confronti del disordine della realtà. Isaac B. Singer riteneva invece che il compito dei libri fosse intrattenere lo spirito nel vero senso della parola più che predicare ideali politici o sociali, e aggiungeva che “non c’è paradiso per i lettori annoiati” (e qui lo si vorrebbe baciare più volte con fragore e celebrare ai quattro venti stampandosi la frase, facendone copia per gli amici, affiggendola in tutti gli uffici dei direttori editoriali di collana, schiamazzandola per strada e schiaffandola come mini-bio su ogni social). L’archistar Saul Bellow aveva una concezione infrastrutturale della creazione letteraria e sosteneva che il romanzo fosse una grandiosa capanna, una tana rassicurante dove lo spirito può trovare rifugio, miracoloso pilone di equilibrio tra le impressioni vere che si hanno e le false che non si possono non avere, costituendo inevitabilmente, tanto le une quanto le altre, la strana materia proteiforme che è la nostra vita. William Golding riteneva che la letteratura costruisse un collegamento tra noi e il concetto di uomo statistico, dato che ci permette, tanto a lungo quanto non sarebbe possibile in altre dimensioni fisiche, di vivere all’interno di un’altra persona, con la pregevole e vitale conseguenza di preservare l’individualità e di difendere il concetto di essere umano – “nessuna arte sa penetrare tanto a fondo nella mente di qualcuno”. Aleksandr Solgenitsin descriveva il romanzo come un atto magico, tutto irrazionalità, svolte abbaglianti e imprevedibili scoperte, portatore di una capacità persuasiva del tutto inconfutabile che mai potrà essere esaurita nella semplice (per quanto complessa) visione di un artista, nella sua elementare (per quanto sofisticata) concezione dell’arte o nella povera (per quanto ricca) capacità di lavoro delle sue “mani indegne”. William Faulkner riconosceva alla letteratura una funzione ortopedico-resistenziale, trattandosi non semplicemente di una testimonianza dell’uomo ma del più forte sostegno alla sua sopravvivenza, canto e stampella della sua esistenza. Nel suo discorso a Stoccolma, Gao Xingjian sottolineò, della scrittura letteraria, l’indubbia vocazione anti plebiscitaria, essendo la limpida espressione della voce di un singolo, versione specifica dell’intera umanità, tensione sul vuoto di un filo immoltiplicabile, e ammonì ogni scrittore che si riducesse a farsi inno, portabandiera dello stato o megafono di un partito, a non tradire la propria natura, il proprio irrevocabile mandato morale. In una lettera a Louise Colet datata 1853, Gustave Flaubert esaltò la scrittura come audace distillazione sinestetica – “bisogna conoscere tutto, dalle cantine alle soffitte”, vaneggiava con lucidità, “e non dimenticare le latrine, la loro chimica meravigliosa e le loro decomposizioni fecondanti: a quali succhi escrementizi dobbiamo il profumo delle nostre rose?” – mentre semmai, per Witold Gombrowicz, il compito supremo del romanzo era smentirla, la realtà (ovvio, per uno che cominciò un Diario in due volumi così: “Lunedì: io, Martedì: io, Mercoledì: io, Giovedì: io…”).

 

Stampella, sovversione, magia, rifugio. La letteratura può essere intesa e definita in tanti modi, ma la gratitudine che le portiamo è perché ha affermato, pagina dopo pagina, il nostro diritto a esistere e a interrogarci. Perché ci ha promesso un significato che ci supera e ci contiene. Perché prima ci ha creato, poi ci ha difeso da noi stessi.

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