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Ci siamo divertiti e contraddetti un Mondo

Quelle intelligenze malinconiche del quotidiano di Pannunzio che si incontravano al Bar Rosati 

17 Febbraio 2019 alle 06:00

Ci siamo divertiti e contraddetti un Mondo

Per un liberale cresciuto fin da piccolo all’ombra del mito del Mondo di Pannunzio, il convito perduto è quel brulichìo di intelligenze umoristiche (Foto presa dal sito di Guido Vitiello)

Il poeta Simonide era appena stato chiamato fuori dalla sala quando il soffitto crollò in testa ai convitati del banchetto del pugile Scopa; e il giorno dopo i parenti, che avrebbero voluto seppellire i loro morti, non sapevano come raccapezzarsi tra quei resti umani sfigurati. Per fortuna Simonide era dotato di una memoria prodigiosa, e pensando a dov’era seduto ciascun commensale poté identificare i morti e ricreare un ideale ritratto di gruppo di quella cena finita in catastrofe. Era nata, leggenda vuole, la mnemotecnica.

 

Ognuno di noi ha un banchetto sotto le macerie a cui rimpiange di non esser stato invitato, non foss’altro per la crudeltà dell’anagrafe. Per un liberale cresciuto fin da piccolo all’ombra del mito del Mondo di Pannunzio, il convito perduto è quel brulichìo di intelligenze umoristiche e malinconiche che attraversarono l’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, incrociandosi al Bar Rosati di Piazza del Popolo. Come ricostruire, per chi è venuto al mondo dopo il crollo, la disposizione dei convitati? Chi era seduto accanto a chi? Sciascia, che dalla Sicilia veniva spesso a visitare la brigata romana, non aveva bisogno di un Simonide e si compose da solo l’epitaffio: “Contraddisse e si contraddisse”.

 

Per Flaiano ci pensò l’amico Giovanni Russo: “Divertiva e si divertiva”. Ma i due non stavano gomito a gomito a cena; anzi, non s’incontrarono mai. Sciascia se ne rammaricò in “Nero su nero” (“Rimpiango di non averlo conosciuto”). Tra l’uomo che si contraddisse e l’uomo che si divertiva era però seduto un terzo che era amico di tutti e due: Mino Maccari, l’epigrafico illustratore del Mondo. Morirono entrambi, Sciascia e Maccari, nel 1989, anche se non sotto il tetto dello studio dell’artista in via del Leoncino, che rimase saldo al suo posto; e la data comune, che non sarebbe sfuggita a un decifratore di coincidenze come Sciascia, soccorre un poco la nostra fatica mnemotecnica. Tutto questo l’ho appreso da un prezioso volumetto curato da Francesco Izzo per Leo S. Olschki editore, “E Sciascia che dice?”, dove l’amicizia con Maccari è ripercorsa attraverso lettere, disegni e carte ritrovate negli archivi di uno degli amici palermitani di Sciascia trapiantati a Milano.

 

Capitava in quella piccola banda di laici che le cortesie, gli ammiccamenti, i giudizi, le invettive, le elusive attestazioni di stima prendessero la forma dell’arguzia o dell’aforisma. E fortuna che un Simonide minore come il disegnatore siciliano Bruno Caruso – che del resto ritrasse Sciascia e Maccari a passeggio, in una tavola riprodotta nel libro – ha tenuto il registro di motteggi che rischiavano di andare perduti, e che meriterebbero invece di essere incisi nel marmo (Pasolini, che firmò pure la prefazione del libretto di Caruso, l’introvabile “Credono di essere noi”, era detto in quella cerchia “l’immondo De Amicis”; Buzzati, “il Kafka-Hag”). Nel libro di Izzo, per chi ami quei distillati di spirito, c’è di che ristorarsi. Anche Maccari trovò per l’amico siciliano qualche formula impeccabile (“Le colpe di Pirandello ricadono su Sciascia / Le colpe di Longanesi su Montanelli”) e qualche elogio gentile (“Todo modo / Sciascia lodo”). Ma i mille incroci, le corrispondenze, gli echi, i rimandi disseminati nel libro consentono di aggiungere altri dettagli alla foto di gruppo.

 

“Qui la solitudine e il silenzio sono tali da giustificare e quasi da imporre la pigrizia e l’oblomovismo”, scrive Maccari a Sciascia in una delle lettere ritrovate. E a Oblomov, ricorda Luigi Cavallo in uno dei saggi, Maccari dedicò un’incisione nel 1931; così come dieci anni dopo fece dei disegni per “Gli anni perduti” di Brancati. Ebbene, mi sono ricordato che in una pagina di quel romanzo – un “Oblomov” siciliano ai tempi del fascismo – c’è un personaggio che, sdraiato sul letto e avvolto in uno scialle, legge lungamente un libro russo, di cui non si fa il nome. Ne avranno parlato, nella mitologica cena? Voglio vedere più nitida l’immagine del tavolo a cui sedevano pigramente Sciascia, Maccari, Brancati e Oblomov, e così ho pensato di rimetter mano su “La noia e l’offesa”, l’antologia curata da Sciascia sugli scrittori siciliani e il fascismo: chissà che non ci sia qualche bandolo. L’impresa di trovarmi a quel banchetto perduto, foss’anche come cameriere, è per definizione destinata a fallire. Ma addentrandomi nelle pagine di “E Sciascia che dice?” ho avuto l’impressione di aggiungere tasselli al ritratto di gruppo. E’ la mnemotecnica di una vita mai vissuta. C’è chi la chiama bovarismo, chi malinconia.

Guido Vitiello

Fondatore, qui sul Foglio, dell'Ordine mendicante dei Padri weimariani, che pregano per scongiurare l'apocalisse della Repubblica. Bibliopatologo per Internazionale. Accanto a questi lavori largamente immaginari, insegno cinema alla Sapienza di Roma, collaboro anche con IL e scrivo libri di vario argomento. Tutto il resto (se c'è) è su guidovitiello.com

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