Interpreti di "Dau" sul set dell'"Istituto" di Kharkiv, in Ucraina (Sergey Maximishin/Agentur Focus/Luz)

Un kolossal diventato reality

Luca Gambardella

È la storia di un fisico sovietico al tempo della Guerra fredda. Anni di riprese, migliaia di non attori, dagli spazzini ai premi Nobel. È pronto “Dau”, e non è più solo un film. Sul set anche Carlo Rovelli

Il folle regno di Ilya Khrzhanovsky ha la forma di una scatola di mattoni rossi grande quanto due stadi da calcio. E’ delimitato da stabili grigi, case tutte uguali come voleva l’edilizia socialista al tempo di Stalin. Invece l’edificio voluto e costruito da Ilya è mastodontico, tetramente addobbato da assurde sculture di braccia umane che fanno capolino dalle mura e brandiscono chi una falce, chi un martello. Una mano grigia – con un macabro ed eccessivo simbolismo – stringe un cervello tra le sue dita. Altoparlanti sparsi lungo il suo perimetro trasmettono musica senza sosta e si dice che il suono dei violini non cessi mai, nemmeno di notte. Come fossero negli anni Trenta del secolo scorso, uomini vestiti in divisa militare sovietica sorvegliano questo grottesco principato indipendente, al cui interno vige solo la legge imposta dal suo sovrano Ilya. Tutti lo chiamano l’“Istituto” ed è il più grande set cinematografico d’Europa, costruito sul modello dell’Istituto per i problemi della fisica dell’Urss, voluto dal Partito comunista e che tra il 1938 e il 1968 era segreto. Lo scopo di entrambe le strutture è lo stesso, spiega l'entourage di Khrzhanovsky: “Esplorare i princìpi della fisica quantistica, i limiti della comprensione intellettuale e gli estremi dell’interazione umana”. Dire che questo pezzo di cemento si collochi geograficamente nella periferia industriale di Kharkiv, una grande città dell’Ucraina orientale, è quasi superfluo. Almeno quanto può esserlo dare le coordinate di un luogo che, in effetti, vive fuori dallo spazio e dal tempo, dove per anni migliaia di persone hanno contribuito alla realizzazione di quello che è stato definito uno dei più imponenti e visionari progetti artistici della storia.

  

Come fossero negli anni Trenta, uomini in divisa militare sovietica sorvegliano il più grande set cinematografico d’Europa 

“Forse era il 2009. Ilya mi chiamò e mi chiese se volevo partecipare a un film sulla vita di Lev Landau, il grande fisico sovietico e premio Nobel. Mi spiegò tutto in modo molto fumoso. Ero perplesso, anche se l’idea di contribuire alla pellicola su un grande scienziato mi affascinava. Poi, una volta arrivato lì, fu uno choc”. Carlo Rovelli, fisico e scrittore di fama internazionale, è stato uno delle migliaia di interpreti – nessuno dei quali è un attore professionista – di “Dau”, è questo il nome della visione inquietante e sbalorditiva di Khrzhanovsky. Spazzini, commercianti, professori, muratori, premi Nobel, fisici, matematici: ciascuno per un certo periodo di tempo si è lasciato convincere da Ilya ad abbandonare la vita di tutti i giorni trasferendosi nell’Istituto, che è diventato la sua nuova casa. Doveva essere un film che raccontava la vita eccentrica di Landau (“Dau” era il suo soprannome), ma poi il progetto si è ingigantito e si è trasformato in un esperimento sociale senza precedenti.   

   

Ilya partorisce l’idea nel 2005. Fino ad allora era un regista semisconosciuto. Ebreo, russo, figlio di Andrei che era a sua volta regista, e nipote di Yuri, attore, Khrzhanovsky nel 2004 dirige “4”, film pluripremiato che lo presenta al grande pubblico internazionale. Fonda una casa di produzione, la Phenomenon Film, e si getta a capofitto nel progetto che diventerà la sua ossessione per i successivi 13 anni. Un film sulla vita di Landau, appunto, ma girato in modo radicalmente diverso da tutti gli altri: ricreando la Mosca degli anni della della Guerra fredda, registrando e filmando la vita quotidiana degli attori chiusi nell’Istituto. Lo scopo di questo panopticon surreale voluto da Ilya è quello di osservare la vita, senza messinscena, senza copione. Per farlo, ricrea la realtà mescolando la cura del dettaglio propria dell’iperrealismo più intransigente a intuizioni apparentemente irrazionali, puramente estetiche. “Nessuno sa di cosa si tratti. In fondo, è proprio questo che caratterizza il progetto”, ci confessa Rovelli. Ilya impone la sua legge, talvolta con un carattere burbero. Un giorno, l’unico giornalista autorizzato in tutti questi anni a visitare l’Istituto, Michael Ilov di GQ, è cacciato malamente dal set perché la sua presenza rischia di alterare la genuinità e la naturalezza del comportamento dei personaggi: “Non me ne frega un cazzo di GQ, non me ne frega un cazzo dell’America. La mia gente non è fatta da pupazzi”, urla Khrzhanovsky.

   

Ogni effetto personale andava lasciato fuori dal set. Nessuno ha ancora visto niente del film: la prima in ottobre a Berlino 

Molti componenti del cast vivono lì per anni, ripresi 24 ore su 24 da telecamere e microfoni nascosti nei comodini delle stanze da letto, dietro le lavagne delle aule universitarie, dietro i vetri dei bagni. Altri arrivano, restano qualche giorno e abbandonano il set, magari per ritornare tempo dopo. Come nel caso del nostro Rovelli: “Sono stato all’Istituto due volte. La prima per girare scene sulla Mosca degli anni Quaranta, la seconda invece della Mosca degli anni Cinquanta. Ogni volta sono rimasto circa una settimana”. Insieme a Rovelli, altri grandi scienziati sono reclutati nel cast: il premio Nobel per la fisica David Gross, e poi Nikita Nekrasov, Shing-Tung Yau. E artisti come Marina Abramović, Romeo Castellucci e Peter Sellars. Il personaggio di Landau è impersonato da Teodor Currentzis, un direttore d’orchestra greco. Una scelta che tradisce il piano morboso di Ilya di replicare una realtà storica fino allo spasimo. Perché? Non è russo, non è ebreo, non è nemmeno uno scienziato, come era Landau. Ma per Khrzhanovsky, Currentzis è un genio, proprio come Dau. Estetica, fantasia, genio.

   

Da biopic sull’eccentrico Lev Landau a esperimento sociale senza precedenti: il folle progetto del regista Ilya Khrzhanovsky 

Poi però c’è anche la ricerca ossessiva dell’oggettività, del realismo. Per accedere al set tutti devono sottoporsi alla fase cruciale del guardaroba: abiti anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, a seconda del periodo storico che si intende girare. Tutto, dalle mutande, alle matite, ai cellulari e qualunque altro effetto personale va tassativamente lasciato fuori dal set. Una volta vestiti e pettinati si può entrare in questo mondo che gioca col tempo e con lo spazio. Non c’è copione, si vive lì dentro con tutti gli altri per mettere in scena nient’altro che se stessi, catapultati però indietro di decenni nella storia. Unica regola: nei dialoghi non si deve fare riferimento a nulla che sia accaduto all’epoca successiva a quella che si sta rappresentando. Chi contravviene al dogma di Ilya è soggetto a un’ammenda. La giornata è scandita dai ritmi della vita di tutti i giorni. Si fa la spesa e si usa la valuta sovietica dei tempi della Guerra fredda. Si lavora per vivere e i salari sono pagati in rubli. Si parla di politica, ma in un dialogo occasionale tra un fisico e un chimico, incontratisi casualmente in un ipotetico 1942 lungo la strada di una Mosca meticolosamente ricostruita da Ilya, non si potrà fare riferimento – per esempio – alla sconfitta di Adolf Hitler, che si verificherà solo qualche anno più tardi, e nemmeno alla caduta del Muro di Berlino. Men che meno a una ricerca sulla fisica quantistica scovata su Internet poco prima di entrare all’Istituto. Una stazione radio e un giornale, appositamente creati per il set, sono le uniche fonti di notizie per il cast. Si litiga, si tradiscono gli amici, si invecchia, si fanno esperimenti, ci si arricchisce, si perde tutto, ci si innamora, si muore. Una decina di bambini vengono concepiti durante le riprese. Il sistema repressivo stalinista, la polizia segreta, nasce spontaneamente. La produzione non aveva pensato di creare un apparato di sorveglianza che replicasse quello del Partito comunista sovietico. Incredibilmente – e forse naturalmente – il Kgb nasce da sé sul set. Gli interpreti, per arginare le ripetute violazioni delle regole interne al’Istituto, creano una loro polizia segreta. Nel cuore della notte, gli agenti entrano nelle abitazioni e rapiscono alcuni personaggi, facendoli sparire dall’Istituto.

   

“Ricordo la mia prima volta. Prima di entrare mi cambiano d’abito. L’idea era che interpretassi me stesso: Carlo Rovelli, fisico teorico, nato nel… non ricordo, forse nel 1910. Sono a Mosca per un convegno di fisica. Mi danno una cartella con dei documenti scritti in russo. Poi mi fanno entrare in una stanza. Arrivano degli uomini in divisa e cominciano a interrogarmi. ‘Chi sei?’, ‘Perché sei qui?’, ‘Sei una spia?’, ‘Sei un fascista?’, ‘Non ci stai dicendo la verità’. Provavo un misto di paura e sconvolgimento”. Ilya recluta anche dei veri giudici di Kharkiv e dei veri criminali, liberati appositamente dalle prigioni della città, per mettere in scena dei processi.

    

Fino a quando non arriva il momento in cui Ilya decide di distruggere il regno che aveva costruito e di cui si era proclamato sovrano indiscusso. “Quando capirai che tutto sarà finito, che sarà arrivato il momento di fermarti?”, gli domanda un giorno il produttore Eddie Dick. Khrzhanovsky non risponde. Ma un giorno recluta decine di neonazisti e – raccontano i media ucraini e russi – gli fa distruggere il set. “Non mi sorprese – racconta Dick – in quale altro modo avrebbe potuto fermarsi? In fondo, fermarsi non è la stessa cosa di finire”.

     

Al termine dell’esperimento i numeri sono impressionanti. 13 film, 392 mila audizioni, 40 mila costumi, un set di 12 mila metri quadri, 400 ruoli principali, 700 ore di girato in 35 mm, 8 mila ore di dialoghi registrati, 37 milioni di parole trascritte, 500 mila set fotografici. Qualcuno ha avanzato un paragone con una pietra miliare della storia del cinema come “Apocalypse Now”. Francis Ford Coppola impiegò 238 giorni per girarlo. In “Eyes Wide Shut”, Stanley Kubrick costrinse Tom Cruise e Nicole Kidman a 15 mesi di riprese. In confronto a “Dau” si tratta di battiti di ciglia.

    

“Nessuno sa di cosa si tratti. In fondo, è questo che caratterizza il progetto”, dice al Foglio Carlo Rovelli, uno degli interpreti

“Dovremo aspettare ancora a lungo prima che il progetto di ‘Dau’ si materializzi… se mai accadrà”, scrive il Telegraph nel 2017. Per la verità il materiale raccolto da Ilya doveva essere presentato al Festival di Cannes già nel 2011, ma il regista russo decise di annullare tutto, anno dopo anno. Nel frattempo si sono moltiplicate le leggende sull’opera di Khrzhanovsky. Il suo progetto colossale è costato uno sproposito, eppure i finanziatori – francesi e tedeschi, sulla cui identità rimane il mistero – hanno accettato di prolungare la tanto attesa presentazione dei film, ogni anno, dandogli carta bianca. Il perché, anche in questo caso, è ignoto. “Khrzhanovsky gioca sull’ambiguità. Tutte queste voci su chi ci sia dietro al progetto non fanno che contribuire all’attesa per la presentazione di ‘Dau’, alimentandone il mito”, dice Rovelli. “Lui è un dadaista, un grandissimo artista, megalomane, narcisista. Una volta mi disse, ‘Vieni a trovarmi a Londra’. La sua casa di produzione ha una sede a Piccadilly Circus 1000. Per stare in un posto del genere devi avere un sacco di soldi. Entrai nel palazzo dopo essere stato perquisito da quelli che sembravano poliziotti russi. Dentro, una casa degli spiriti, piena di manichini di epoca sovietica e arredamenti alla russa. Mangiammo, fu una serata molto piacevole. Mi disse che mi avrebbe fatto vedere qualche fotogramma di ‘Dau’. Io ero molto curioso. Ma alla fine parlammo fino alle 6 del mattino e non mi fece vedere niente. Nessuno ha ancora visto niente”.

    

A distanza di anni, il folle sogno di Ilya è pronto a vedere la luce. Dal 12 ottobre al 9 novembre, “Dau” sarà ufficialmente svelato al mondo. Accadrà a Berlino e per l’occasione Khrzhanovsky ha deciso di continuare a dare sfoggio del lato irriverente del suo genio: ricostruirà una porzione del muro di Berlino, con un progetto faraonico che ricreerà una zona della Ddr. Alcuni sono insorti contro quello che vedono come un insulto alla memoria: “Nel rispetto delle vittime che hanno realmente vissuto queste situazioni, tutto questo dovrebbe essere evitato”, ha protestato Sabina Bangert, una parlamentare dei Verdi eletta a Berlino. Altri sono entusiasti, come il ministro alla Cultura Monika Grütters: “Sono assolutamente convinta che sarà un avvenimento mondiale”. I visitatori devono registrarsi online per richiedere un visto di ingresso. Poi devono compilare un questionario. Sulla base delle risposte, un algoritmo creerà un profilo di ciascuno. Una volta arrivati all’evento, nessuno sa esattamente cosa succederà. Pare che, come succedeva all’Istituto, si dovrà abbandonare il cellulare all’esterno e si verrà travestiti con abiti degli anni della Guerra fredda. Ciascuno diventerà attore di se stesso, all’ombra del muro di Berlino. “Ogni esperienza di ‘Dau’ sarà differente”, dice la presentazione dell’evento. “Mi ha chiamato Ilya qualche tempo fa e mi ha chiesto se ci sarò a Berlino – racconta Rovelli – ‘Ovviamente’, gli ho risposto, ‘ma cosa devo fare?’. ‘Ti stai occupando di qualche ricerca?’, mi ha chiesto. ‘Uno studio sul tempo, ho scritto un libro..’. ‘E’ perfetto, leggerai quello, farai una conferenza’”.

   

E ora che tutto sembra andare verso la conclusione, che questo sogno folle non aspetta altro che essere mostrato al mondo, sembra che Ilya cerchi di ingannare ancora una volta il tempo con effetti speciali. “Non mi sorprenderei – dice ridacchiando Rovelli – se a Berlino quando i giornalisti gli chiederanno del film, Ilya rispondesse: ‘Film? Quale film? Era questo il film!’”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it