Perché una assemblea costituente oggi non è una buona idea

Le intenzioni del ministro Calenda sono le migliori ma la sua proposta rischierebbe di concretizzarsi nel modo peggiore

28 Dicembre 2017 alle 06:00

Perché una assemblea costituente oggi non è una buona idea

LaPresse/Fabio Cimaglia

Dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre è l’unico modo per aprire in maniera ordinata la Terza Repubblica invece di subire la dissoluzione caotica della Seconda. Con questa argomentazione, ieri in una lunga intervista sul Corriere della Sera, il ministro Carlo Calenda ha rimesso in circolazione la proposta di una assemblea costituente, che segnò i primi anni Novanta quando a dissolversi caoticamente fu il sistema dei partiti della Prima Repubblica. Si può anche tornare indietro nel tempo, fino al 1977, quando con un saggio su MondOperaio Giuliano Amato tratteggiò una modifica costituzionale in senso presidenzialista. Fu la Grande Riforma proposta senza successo da Bettino Craxi. Si potrebbe tornare ancora indietro agli anni Cinquanta e poi ritornare avanti alle commissioni bicamerali, quattro, che non approdarono a nulla, e infine a Mario Segni che appunto fra il 1993 e il 1995 lanciò l’idea di una nuova Costituente, che idea rimase. Il rilancio del ministro Calenda ha una logica ma rischia di non fare i conti con la storia. Le assemblee costituenti non nascono a freddo. Quella italiana è venuta dopo vent’anni di dittatura e una guerra persa. La Quinta Repubblica francese ebbe bisogno almeno della guerra di Algeria. “Se ci fossero manifestazioni di massa davanti al Parlamento concluse da un bagno di sangue, allora forse…”, scappò detto una volta a Francesco Cossiga che nell’ultimo periodo del suo settenato si permise molto. Sicuramente le intenzioni del ministro sono le migliori. Al contrario dei tempi che viviamo che paradossalmente offrono qualche chance alla sua proposta che però rischierebbe di concretizzarsi nel modo peggiore.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    28 Dicembre 2017 - 21:09

    Ha ragione Bordin , per l'ennesima volta: ultimamente, in senso di governi succedutisi, c'era sempre in agenda una riforma costituzionale. Il volerla riproporre anche nella prossima legislatura, se da un lato evidenzia un output che si rifà feedback per l'ennesima volta e che per l'ennesima volta ritorna input (cfr. G. Urbani, " il sistema politico" et al.), dall'altro fa risaltare palesemente un immobilismo istituzionale travestito da voglia di cambiamento. Sembra, in poche malsane parole, che la classe politica invochi il cambiamento totale affinché tutto rimanga uguale (cfr. il gattopardo). E questo è assai grave e, soprattutto per me, tristissimo e deprimente.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    28 Dicembre 2017 - 13:01

    Il dilemma, caro Bordin: avere il coraggio di passare dalla terapia sintomatica a quella eziologica, o insistere nel barcamenarsi sperando in Giove? Riguardo agli input citati come necessari, guerra persa, Algeria, guerra civile ecc., non pensa che il terrorismo, le ondate immigratorie senza controllo, la crisi economica/sociale, il senso diffuso dell'instabilità geopolitica in atto, siano elementi sufficienti per imboccare la strada della terapia eziologica? Perché non iniziamo da casa nostra a porre le condizioni di un governo che possa "governare"? Non sarebbe una buona condizione anche per aver voce diversa, più autorevole, nei rapporti col resto del mondo? Per esempio trasferire l'Ambasciata a Gerusalemme? E' una mossa che spetta al governo. Non alla stampa e i media. Già, la faccio troppo semplice?

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  • Giovanni Attinà

    28 Dicembre 2017 - 12:12

    La riforma della Costituzione italiana deve essere un impegno della classe politica, anche se quella attuale sembra essersela dimenticata, salvo la proposta del ministro Calenda e l'accenno del ministro Martina. Tutto questo,dopo le vicende del referendum renziano, il cui esito è stato dovuto all'antipatia per Renzi, che tra l'altro proponeva l'esistenza di un Senato che non aveva senso e la modifica di ben 57 articoli, con poca logica. Pertanto urge riformare la Costituzione, abolire le province, abolire le prefetture e tutti gli apparati, cacellare il Cnel e ridimensionare le regioni. Naturalmente non deve essere fatta questa riforma a colpi di maggioranza, ma magari con un'Assemblea Costituente eletta dal popolo.

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