Trent'anni dopo, la sfida lanciata dal governo Craxi è più attuale che mai

Le accuse di autoritarismo alla grande riforma istituzionale

Trent'anni dopo, la sfida lanciata dal governo Craxi è più attuale che mai

Bettino Craxi (foto LaPresse)

[Pubblichiamo un’anticipazione de “Il governo del leader. Craxi a Palazzo Chigi (1983-1987)”, il volume curato dallo storico Roberto Chiarini edito da Il Torchio (340 pp., 18 euro)]


 

L’obiezione che ci sentiamo di avanzare a quanti pensano di aver saldato una volta per tutte i conti con Craxi, da un punto di vista storiografico inserendolo come personaggio centrale nel grande romanzo criminale di Tangentopoli, riguarda l’irrisolta questione della sua qualificazione politica: se cioè lo si debba inserire nella galleria dei leader storici della sinistra o viceversa in quella opposta, in quanto alfiere della nuova destra in gestazione, tenuta poi a battesimo da Berlusconi.

 

Non è una differenza di poco conto. In politica tra i colori della destra e quelli della sinistra non è questione di sfumature ma di irriducibili contrasti, ossia di identità alternative. Del resto va tenuto presente che, in presenza del tramonto dei partiti-chiesa e dell’affacciarsi di una società individualizzata, entrano in crisi in questi anni le categorie tradizionali di destra e sinistra. Alla luce di queste evidenze come va giudicata la politica adottata da Craxi? Una versione casereccia delle “rivoluzioni conservatrici” di Reagan e della Thatcher, quindi a pieno titolo espressione di una “nuova destra”, o viceversa come la risposta riformista offerta da una sinistra moderna alla montante egemonia neo-conservatrice? E’ di tutta evidenza che, a seconda della parte politica cui lo si attribuisce, cambia di segno la sua esperienza politica. Cambia il senso complessivo della sua attività di leader di partito e di capo del governo come pure quello dei suoi singoli atti.

 

L’abbandono di ogni residuo tratto classista da parte del Psi, la forte accentuazione leaderistica della sua guida, lo smantellamento della sua articolazione interna correntizia, “un’organizzazione feudale – è stata lapidariamente definita – in balia di feudatari e valvassori”, sono da considerare la dissipazione di un prezioso patrimonio accumulato nel corso di un secolo? O, forse, questi tratti caratterizzanti della sua azione politica rappresentano la tempestiva e doverosa presa d’atto dell’inesorabile uscita di scena dei “grandi soggetti collettivi” che avevano funzionato sino allora, oltre che come “comunità di destino”, anche come primarie agenzie etiche. Si trattava di una presa d’atto cui faceva seguito la proposta di una forma partito più liquida, pronta a intercettare le nuove istanze e domande di una società meno polarizzata dal conflitto di classe, sempre più “polimorfa, sradicata, fluttuante”, ormai preda del disincanto, refrattaria al richiamo dell’egualitarismo, incline piuttosto a un individualismo di massa?

 

Altro quesito cruciale è la Grande Riforma istituzionale di impianto presidenzialista avanzata da Craxi: era la presa d’atto del declino delle ideologie, dell’affermazione dei “partiti pigliatutto” e della “presidenzializzazione dei regimi parlamentari”? E, alla luce di tale consapevolezza, va considerata la ricerca di “un canale più diretto ed efficace di espressione delle domande sociali” in presenza di partiti in evidente crisi di rappresentanza e di “capacità ordina mentale”? E’ da considerarsi la ricetta, pur se solo abbozzata, volta a ridisegnare un’architettura istituzionale farraginosa e lentocratica affidandosi ad una “tecnologia del potere” che sancisse un nuovo patto tra cittadini e governanti capace di aumentare la loro efficienza decisionale in modo da riuscire a governare una società sempre più complessa e a rispondere alle aspettative di un’opinione pubblica sempre più esigente verso un potere politico sentito distante e inadempiente? O, viceversa, bisognerebbe dare ascolto a quanti hanno voluto individuare nell’impianto decisionista del suo progetto costituzionale un disegno spiccatamente autoritario, tanto da avanzare il sospetto che sia stato redatto sotto dettatura del piduista Licio Gelli? L’accordo di San Valentino sulla scala mobile è stato soltanto l’affondo portato contro il Pci di Berlinguer per azzerare il potere di interdizione stabilmente esercitato nei confronti della maggioranza di governo di governo, di “andare contro […] le derive di governi che scivolavano sempre più inesorabilmente verso il controllo comunista” o ha rappresentato anche l’affermazione di un’“egemonia culturale del capitale sul lavoro” destinata a inculcare “la fallace e autolesionistica convinzione che il progresso economico e sociale dei lavoratori confligga con gli interessi generali del paese”?

 

Sciogliere quesiti del genere significa non solo mettere a fuoco i tratti caratterizzanti di un leader di partito e capo di governo la cui azione ha contrassegnato un’intera stagione della vita pubblica nazionale, comporta altresì conferire un diverso senso, orientamento e continuità alla storia repubblicana. Cambia di netto la prospettiva se si considera il craxismo l’apoteosi e insieme l’epilogo di una “Repubblica dei partiti”, depredatrice, collusa con poteri occulti e settori malavitosi della società, fonte e fomite di corruzione, talmente degenerata da risultare disposta persino a conculcare principi e istituti cardine della Costituzione pur di perpetuarsi come regime; o, viceversa, se si individua nel nuovo corso socialista l’avvio, stentato, contraddittorio, velleitario fin che si vuole ma pur sempre di una modernizzazione dell’impianto istituzionale e della politica sia economica che di welfare – utile a riattrezzare e rivitalizzare una democrazia in crescente affanno di fronte alle impegnative sfide provenienti dalla società post-fordista e dalla globalizzazione? Quesiti cruciali e laceranti ieri come oggi, eppur irrisolti: il che dimostra come una riflessione critica sull’azione di governo di Craxi in un’Italia che accusa ancor oggi un ritardo incontenibile “nel passaggio dal corporate millennium al secolo monocratico” sia per questo carica di attualità, e per questo motivo ineludibile”.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    08 Gennaio 2018 - 07:07

    Giuliano Ferrara già ci invito’ molti anni or sono sul “suo”Foglio a prendere atto che il riformismo italiano era stato sepolto ad Hammamet. Cito a memoria e non ricordo se aggiunse un purtroppo. Il tempo comunque gli ha dato piena ragione. Gli sia tributato l’onore che merita.

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  • carlo.trinchi

    07 Gennaio 2018 - 18:06

    Il parallelismo è tra Craxi e Renzi. Il Cav fu il “messia” che blocco’’ i comunisti da soli al governo. Craxi fu osteggiato, odiato, vilipeso, monetizzato ed esiliato da un gruppo dirigente comunista che voleva il potere, anelò al potere e mai lo raggiunse. Chi provo’ ad ostacolarli fu impallinato in tutti i modi, anche finto legali. Renzi idem. Arrivò al potere e fu subito guerra. Guerra su tutto fino alla disfatta del 4 dicembre con grande gioia dei fratelli coltelli. Poi, con la ripartita di Renzi e la genialata della resa dei conti buttandoli fuori dal PD oggi siamo al parallelismo tra i due ed al risultato: fuori i compagni dopo quarant’anni. Anni persi, buttati in un momento di forte cambiamento socio-economico. Renzi e non il Cav ha raggiunto l’obiettivo e la radicalizzazione dei comunisti nella società era, fu, è talmente forte che Renzi ne sta pagando il risultato. Questo eravamo e siamo. Onore a Craxi, in bocca al lupo a Renzi. Il 4 marz sapremo se continuare o languire.

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