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Domande sulla nuova Repubblica (non dieci, eh)

Che ci fa il nemico Berlusconi nella pubblicità per il restyling del giornale che fu contropotere? Che provò a egemonizzare la sinistra con opinioni simil liberali? Oggi la tribuna è in crisi, e l’opinione pubblica pulviscolare. Passato o presente?

15 Novembre 2017 alle 06:16

Domande sulla nuova Repubblica (non dieci, eh)

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Berlusconi testimonial di Repubblica. Fra sette giorni avremo una nuova Repubblica, intesa come giornale. E per adesso ha la faccia di Silvio B. E’ partita la campagna di promozione del restyling. Nuova grafica, nuovi contenuti: è la promessa di tutte le innovazioni nel corpo di un quotidiano, che è la sua immagine e la sua fisicità. Si dice da tempo immemorabile che quando un giornale cambia formato o impaginazione è perché è in crisi, e si aggiunge che le innovazioni sono pericolose. Non è sempre vero. Una volta il Times di Londra aveva in prima pagina solo gli annunci commerciali, era bellissimo, tradizionale, affettuosamente e autorevolmente vicino ai suoi lettori di sempre. Poi ci mise le notizie perché la vecchia formula corrispondeva a un pubblico che non c’era più. Poi introdusse mille altri cambiamenti nel tempo, fino al formato piccolo, ma è restato un buon giornale che fa venire voglia di leggere, sfogliare, apprendere e vedere secondo una gerarchia e selezione altamente professionali dei fatti e del racconto dei fatti.

 




 

Repubblica ha una caratteristica importante. Nasce come giornale di tendenza, di gruppo, che seleziona un’opinione pubblica nel momento in cui la nutre e la forma giocando su cultura e pregiudizio. Non è mai stato un giornale universale, anche quando vendeva dieci volte le copie che vende adesso, e non è mai stato come si dice oggi glocal, cioè globale e locale. Il Corriere e la Stampa hanno pretese giustificate di tradizione, nazionali ed europee, ma sono giornali nati con radici a Milano e in Lombardia, a Torino e in Piemonte. Repubblica no. Nasce da subito come un giornale nazionale che si fa a Roma. Nasce da subito per condurre gagliarde battaglie politiche e per definire sé stessa e i suoi lettori come un contropotere, appunto la tribuna dell’opinione pubblica nazionale, lo strumento per trasformare il popolo di sinistra, impregnandolo di valori nominalmente liberali, in una élite generale con funzione dirigente, di veto e di denuncia e di costruzione di una prospettiva identitaria in Europa. A metà del suo cammino ultraquarantennale, nel pieno del suo successo editoriale e di influenza, Repubblica incontrò Berlusconi. Non l’editore, che l’aveva comprata e la restituì poi a Carlo De Benedetti con una famosa mediazione politica di Gianni Letta, Giuseppe Ciarrapico e Giulio Andreotti, per dire quanto sono tortuose le vie dell’elitarismo tribunizio a carburazione nominalmente liberale. Non quel Berlusconi lì.

 

Si parla del Berlusconi politico e federatore del centro e della destra, che impone l’alternanza al governo e fa funzionare il maggioritario installando, all’opposizione o al governo non importa, una società un linguaggio e una pratica culturale che prima non c’erano e costrinsero tutti a schierarsi da una parte o dall’altra in mezzo alla tempesta del moralismo giustizialista, che continua ancora. Il Corriere e la Stampa, se facessero un restyling, offrirebbero chissà quale immagine per l’inizio della campagna promozionale, ma non quella offerta da Repubblica: una bella foto di Berlusconi vecchio e sorridente che ha per didascalia la scelta tra passato e futuro. La prima reazione alla curiosità della scelta è semplicistica. Considerano il famoso ritorno di Berlusconi come una bonanza, un modo di riprendere quota e senso, visto che avevano fatto della sconfitta di Berlusconi una ragione di vita e la sua eclissi politica gli aveva tolto il caro nemico che dava senso al progetto, e macinava copie e fracasso, come una volta il compromesso storico tra Dc e Pci o la guerra senza quartiere contro Bettino Craxi. In parte è così, la via semplice non è mai un vicolo cieco.

  

Il problema è che è cambiato il pubblico di riferimento, non i riferimenti del solito pubblico. Rigiocare l’antiberlusconismo d’antan sarebbe un fatto gregario o per dirla con qualche accademismo “epigonale”, sicuramente destinato a un mezzo fallimento. Infatti la foto bonaria del vecchio Cav. suggerisce non più uno spettro ma uno spartiacque, qualcosa di inconsciamente “terzista”, sulla linea instabile e ipocrita assunta dai giornali borghesi di tradizione, del nord, nel corso della ventennale battaglia tra le due società. Le due Italie del bipolarismo maggioritario non ci sono più. Non potendosi più odiare faccia a faccia, gli italiani si sono inventati uno strano triangolo pubblico in cui ci si combatte soprattutto in casa, lato per lato, tra amici e compari. E dunque: antiberlusconismo in nome di che? L’antirenzismo ha sostituito a sinistra la vecchia accozzaglia antiberlusconiana, con la partecipazione straordinaria dello stesso Berlusconi. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, no?

  

C’è dell’altro. Non è in crisi solo l’opinione-tribuna, è proprio l’opinione pubblica in generale che è diventata pulviscolare con i social, compulsivamente algoritmica, sfuggente, e spesso ridotta a tanti diversi incanaglimenti di nicchia. Ed è questo il fenomeno probabilmente all’origine della consunzione del ruolo di rappresentante dell’Opinion che il giornale degli illuminati e degli illuministi, il Caffè Procope di tanti intelligenti e di moltissime mezze calzette, ha sempre aspirato a rappresentare. Non so se ci sia e quanto sia rilevante un differenziale negativo nella perdita di peso di Repubblica rispetto alle testate più tradizionali, copie vendute comprese, ma quel progetto nuovo, modernizzante, degli anni Settanta se lo è smangiucchiato parecchio il progetto novissimo delle tecnologie chattering, clickbaiting eccetera. Come ha ricordato l’Economist fazioni diverse vivono su pianeti informativi diversi e vedono realtà diverse, su una scala insieme provinciale e mondializzante, per questo è così difficile costruire il compromesso, sostenere una élite nazionale autorevole che rappresenti un punto d’incontro, il grande algoritmo liberal che Repubblica voleva essere.

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