una fogliata di libri

Quant'è difficile portare sulla pagina la realtà

Matteo Marchesini

La ristampa delle opere di Nello Risi, poeta serio e beffardo che piacque a Montale

Si può portare sulla pagina la realtà, con tutto il suo peso inerte e spigoloso? Si possono scrivere romanzi o poesie in grado di esercitare un influsso diretto sugli assetti sociali? Domande da far arrossire. Eppure negli ultimi due secoli hanno continuato a tornare a galla con imbarazzante insistenza; e ognuno, rispondendo, ha rivelato le sue ingenuità. Perché se appaiono ingenui l’engagement e la pretesa di oggettività naturalista, non lo è di meno l’oggettivismo degli avanguardisti, che vorrebbe far sparire l’uomo per dare voce alle cose, o alludere alla scena pubblica in forme cifrate. Le elegie tribunizie sui migranti sono insopportabilmente retoriche, ma mai quanto i testi che filtrano un naufragio nel Mediterraneo attraverso lenti sanguinetiane. Nei rari casi in cui la letteratura “politica” sembra credibile, come in Brecht, la sua apparenza di discorso semplice e immediato si fonda di solito su uno straniamento preventivo, dialettico, ironico: cioè su un procedimento che sottrae alla realtà il suo peso e che la schematizza irrealmente. Difficile, specie da metà Novecento, è invece imbattersi in autori veri e raffinati che mostrino di seguire la via diretta come lo farebbe uno scrivente candido, con una decisione che ha la nettezza delle esperienze primarie o dei giuramenti.

 

E’ il caso di Nelo Risi (1920-2015), di cui oggi Mondadori stampa “Tutte le poesie” con un’introduzione di Maurizio Cucchi e un’intervista alla moglie Edith Bruck. Il milanese Risi, che da giovane affrontò la tragica campagna di Russia, ha evitato la carriera di medico per la letteratura (e in parte, come il fratello Dino, per il cinema). Formatosi sul Novecento più squisito, ne ha presto abbandonato le suggestive stratificazioni simboliche in nome di un’acre univocità, scegliendo la lettera contro la metafora. Nella sua prima raccolta organica del 1956, “Polso teso”, di quella formazione restano ancora le atmosfere struggenti e incantate, come testimonia ad esempio la bella “I meli i meli i meli”, che ricorda certo Fortini del “Foglio di via”. Ma già in “Dentro la sostanza”, un decennio più tardi, l’autore ostenta l’esposizione piatta di un “contenuto” da cui vuole che la mente del lettore non si distragga: “I padri conciliari che non credono / più alle streghe tanto meno / alle fatture / che hanno confinato diavolo / e miracoli a livello / del folclore per i frati / umili e le suore / guardano con imbarazzo al bimbo / focomelico che batte / le manine vedendoli passare”. Ecco il poeta serio e beffardo che piacque a Montale, e che dopo avere imparato da lui, come ha notato Mengaldo, forse insegnò a sua volta qualcosa al vegliardo di “Satura”, uscito quasi contemporaneamente a quel “Di certe cose” (1970) il cui sottotitolo suona significativamente “che dette in versi suonano meglio che in prosa”. Risi è stato subito ascritto alla linea lombarda; e ne è forse il denominatore comune, come Moretti lo fu del crepuscolarismo. I suoi esordi, che risentono della lezione ermetica, si caratterizzano per una vena epigrammatica esile, da Sinisgalli nordico; poi durante il boom la poesia si dilata in un tessuto di anafore, calembour e associazioni foniche quasi zanzottiane, inglobando i gerghi tecno-burocratici e mescolandoli all’inserto classico o gnomico, allo scavo sentimentale, nonché a un sempre vigile giudizio etico.

 

Più eclettico dei compagni lombardi, Risi rinuncia a nobilitare liricamente la materia bruta come Sereni, ma rifiuta anche le fantasie rarefatte con cui Erba evita la resistenza sorda del reale. La sua satura non è nemmeno montalianamente sorniona: a scriverla è infatti un “arrabbiato”, sebbene amaramente leopardiano. Risi oscilla in perpetuo tra progressismo e umore apocalittico, mediati da un’ironia che è “nelle cose”. I suoi testi, come vide Raboni, somigliano a selci o amigdale: sono opere d’arte, ma non hanno perso l’irregolarità e le scheggiature che ne denunciano l’antica funzione. Questo Parini passato attraverso il surrealismo, di cui la moglie ricorda gli “occhi da scimmia erudita”, mette la sua dottrina al servizio dei dati “elementari” e “animali” che homo sapiens non può mai trascendere. E’ la sua via diretta, e sconcertante. Ma in realtà nessuno, se la pratica davvero, può sfuggire all’alibi della letteratura. Sulla pagina tutto si vede doppio: anche l’atto col quale ci si spoglia delle metafore presuppone uno straniamento. Però in Risi non è mai una decisione teorica presa una volta per sempre. Qui sta la forza pragmatica di un poeta che usa i versi come strumenti ma li rispetta, e che scommette sulla loro duttilità rischiando a ogni passo di confondersi con la “prosa” di cui trattano.

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