Le vittime dei poeti

Mariarosa Mancuso

Gli italiani si sono innamorati dell’apparenza. Il risultato sono inutili assembramenti fuori dalle librerie

“Bisogna riflettere fino in fondo”, dice un tizio in televisione. Neanche il più scarso tra i politici, i virologi, i post pandemiologi (quelli che spiegano il terrificante mutamento antropologico occorso alla popolazione italica: lo scorso Ferragosto si accalcava sulle spiagge e questo Ferragosto si accalca sulle spiagge). Ebbene, no. La riflessione è un’attività di superficie, come insegnano gli specchi e Jean Cocteau, quando ammonisce: “Gli specchi dovrebbero riflettere un momento, prima di riflettere le immagini”.

 

Siccome si è sparsa la voce (del tutto incontrollata, colpa dello sciagurato romanticismo) che la profondità sia il bene, e che la superficialità invece sia il male, ecco spiegato il pasticcio. E l’orrore che le personcine colte provano nei confronti delle apparenze. Qui il maestro è Groucho Marx: “Quest’uomo ha la faccia da cretino, parla come un cretino, ebbene Vostro Onore, è un cretino”. Se vi sembra indegna la citazione di Marx dopo Cocteau, sappiate che uno tra i più grandiosi incontri letterari conosciuti ebbe luogo tra Groucho e T. S. Eliot, il poeta de “La terra desolata”. Il comico aveva riletto il poema, per avere argomenti di conversazione. Il poeta voleva parlare solo dei film dei fratelli Marx, ripetendo battute che neppure Groucho ricordava.

 

La profondità è sopravvalutata. Ecco perché ogni tanto arriva il poeta del giorno a mietere vittime, trasformando una popolazione che già legge poco in una popolazione convinta di aver toccato le Vette della Poesia, quindi non vuole guastarsi il palato leggendo dell’altro. Durante la fase acuta del coronavirus abbiamo avuto Mariangela Gualtieri, con “Nove marzo duemilaventi”, poesia d’occasione se mai ve ne fu una.

 

Scrive “ci dovevamo fermare”, come qualsiasi complottista voglioso di decrescita (i complottisti, anche nella forma casalinga dei dietrologi che hanno saputo la vera verità dal cugino, sono figli della pessima fama che ha la superficie). “Era desiderio tacito comune / come un inconscio volere / forse la specie nostra ha ubbidito / slacciato le catene che tengono blindato / il nostro seme”. Forse anche no, “un inconscio volere” sarà sembrato alla poetessa. Leggete esattamente quel che c’è scritto, e verrà voglia anche a voi di un sonetto fatto come si deve (non quello di Beppe Grillo su Virginia Raggi, che non era sonetto bensì una stornellata, e guardate com’è andata a finire).

 

Dopo la fase acuta, arriva “La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica” di Franco Arminio (Bompiani). “Paesologo”, si definisce tra altri mestieri letterari, e nelle serate pubbliche invita gli astanti a visitare paesini minuscoli, meglio se abbandonati. L’estetica del piccolo & sfigato è naturalmente gemellata con l’idea che la poesia offra “un ingrandimento per guardarsi dentro”. Noi superficiali per convinzione, già alla parola “borghi” – anche pronunciata da un architetto come Stefano Boeri, che gli alberi finora li preferiva sui grattacieli e non allo stato brado – proviamo un leggero malessere. Figuriamoci con il paesello. Le città sono meravigliosi luoghi di divertimento. Se affollate, meglio. Del resto, Franco Arminio vanta il numeroso pubblico che accorre alle sue letture, e dichiara diecimila copie già vendute (per l’editoria italiana mille sono già un successo). Gli assembramenti sbagliati o sciocchi sono sempre quelli degli altri. I poeti scarsi con le rime comprano il libro e sperano che la prossima volta toccherà a loro.

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