Mettevi scomodi col MeToo

Per vedere “The Morning Show” te la devi conquistare. Però ne vale la pena

Per vedere “The Morning Show” te la devi conquistare. La nuova serie che ha come protagonista il MeToo e la caccia al molestatore in un immaginario grande programma tv americano arriva sulla nuova piattaforma di streaming Apple Tv+, che sembra la caricatura di una Netflix targata Apple come la farebbero in una puntata dei Simpson o di Boris. Il product placement selvaggio prevede che in ogni inquadratura ci siano almeno tre Macbook più vari iBook e iPad, e tutti i personaggi hanno l’ultimo iPhone, che squilla ossessivamente fin dai titoli di testa. La “user experience”, come dicono gli esperti, fa poi rimpiangere SkyGo: quando hai visto un episodio, in inglese, e vorresti vedere il successivo, non c’è verso che un algoritmo pietoso ti ci porti, ma dopo molto armeggiare riesci se va bene a tornare all’indice, dove la piattaforma ti ripropone ossessivamente il primo episodio, naturalmente in italiano. L’obiettivo forse è di fartelo imparare a memoria.

 

Se però, dopo una ventina di minuti, sei riuscito dall’episodio uno a passare al due, e dal due al tre e così via, ne vale veramente la pena. È abbastanza la serie più rivoluzionaria vista negli ultimi anni, la prima a parlare del MeToo in termini “post”, anche con molti cortocircuiti: nello specifico la co-protagonista e co-presentatrice e forse complice dello zozzone (Jennifer Aniston) vede il suo matrimonio andare in pezzi perché in fondo si comporta come un uomo, cioè dedica il 90 per cento del suo tempo alla carriera, ma quello che a un uomo verrebbe perdonato, a lei viene imputato come segnale di stronzaggine e forse pazzia. C’è il protagonista, presentatore ricco e famoso che sì, tradisce molto la moglie anche con diverse stagiste, ma non si arrende al fatto che debba essere crocifisso per questo; ci sono donne che sanno tutto e che hanno insabbiato, ci sono donne che sono state pur tra le perplessità a letto col capo, ne hanno tratto dei vantaggi, però adesso ci stanno male; ci sono predate che talvolta diventano predatrici; ci sono donne che vanno fiduciose all’ufficio del personale a denunciarsi perché pensano che non ci sia nulla di male ad avere una storia col collega di lavoro, e lì vengono interrogate tipo Gestapo; insomma un gran garbuglio, com’è poi nella vita reale (non solo delle donne).

 

La serie ha anche il merito di abolire il culto del pargolo, con la figlia della protagonista, bambinona molesta che ovviamente sta dalla parte del papà, e a un certo punto viene mandata a quel paese. Insomma, tutto molto coraggioso anche considerando che il manufatto proviene dalla Apple, cioè l’epicentro della California culla del politicamente corretto più pernicioso (quello americano estremo, per intenderci, che arriva dopo vari decenni di lotte, e forse con eccessi ti preclude oggi carriere soprattutto artistiche se non sei almeno trans albino); non quello, a scanso di equivoci, di importazione, che fa infuriare i più sensibili italici tra maschi e femmine alfa, privati del diritto fondamentale di dire negri e froci.

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