I No vax a La7? Ce li manda la Lega. Intervista ad Andrea Salerno

Salvatore Merlo

Talk-show, Draghi, vaccini e mattoidi. “Guardate che non invitiamo la Donato per danneggiare Salvini. Sono i leghisti che la vogliono”. Parla il direttore di La7

“Guardi che Francesca Donato è un problema della Lega, mica di La7”, dice Andrea Salerno, che di La7 è il direttore. “Ce la mandano loro”, aggiunge in tono eloquente. E infatti l’altra sera era proprio lì da Giovanni Floris, l’eurodeputata no vax della Lega. Diceva che i vaccini sono “sperimentali”. E dibatteva con l’epidemiologa Stefania Salmaso, offrendo un’immagine bislacca di quello che (forse) è ancora il primo partito italiano. “Guardi, glielo ripeto: è la Lega che vuole farsi rappresentare dalla Donato. Mica la scegliamo noi per danneggiare Salvini”. Ecco il punto: fanno la figura dei baluba. Ma perché? “Andrebbe chiesto a loro. Evidentemente preferiscono non presentarsi come una forza responsabile e di governo. Diciamo che razzolano bene e predicano male”. Che vuol dire? “Che la Lombardia di Attilio Fontana è la regione che vaccina più di tutte, che Luca Zaia in Veneto ha fatto una campagna serissima, che i ministri della Lega hanno approvato il green pass”. Poi in tv però non c’è Fontana ma la Donato. Viene da pensare che alla sinistra, e a un autore televisivo malizioso, alla fine faccia piacere così. I leghisti si autoriducono a macchiette, non vanno nemmeno agitati prima dell’uso. A proposito: la guarda Rete 4? “Certo”. E per essere fuori dal coro è necessario urlare come degli invasati contro la dittatura sanitaria? “Diciamo solo che mi piace essere il direttore di La7, non di Rete 4”. 


Quando gli si dice che i talk, anche quelli di La7 talvolta mettono sullo stesso piano gli epidemiologi con i No vax, come fossero posizioni parimenti legittime, Andrea Salerno scuote la testa. “Se queste sono le posizioni manifestate dalla politica, o da una parte di essa, noi che dovremmo fare?”. Fedele Confalonieri ha detto proprio qui sul Foglio che i no vax servono alla sceneggiatura del talk-show. Fanno casino. Sono utili. “E’ evidente che il talk ha bisogno della contrapposizione. Serve. Ma poi è altrettanto evidente che il vaccino è la scienza, mentre i no vax sono la stregoneria. In Italia i vaccinati sono circa il 70 per cento della popolazione, e allora o la tv è ininfluente, o se al contrario è vero che la tv ha un effetto sugli spettatori potremmo dire che l’effetto è positivo. Visti i dati. Detto questo, vorrei fare un’osservazione più generale”. Prego. “Abbiamo a che fare con politici che nel dibattito pubblico giocano a fare gli influencer. Usando, nel migliore dei casi, il linguaggio della Ferragni. Se questa è la grammatica della politica, non possiamo lamentarci che il livello del dibattito sia scadente. Il talk-show fotografa quello che c’è. I politici campano attraverso i social, vivono sulla contrapposizione personale. Ed ecco che questa inevitabilmente si trasferisce anche in tv. Con il paradosso, però, che poi questi stessi leader che alimentano la contrapposizione personale,  si rifiutano di partecipare a dei confronti pubblici e televisivi che li mettano di fronte gli uni con gli altri”. Salvini vs Letta. Ci provate? “Certo che ci proviamo. Non vogliono venire”. E perché? “Perché magari in questa fase si scoprirebbe che sono d’accordo su tutto, o quasi. E se sono d’accordo su tutto come fanno poi a tenere sulla corda della mobilitazione permanente i loro elettori? Come la alimentano la bestia? Più facile fare della sparate solitarie sui social”.


Guardando la televisione non sembra che sia cambiato niente rispetto all’epoca pre Draghi. “Eppure è cambiato tutto. Draghi non vale uno. E’ finita la scatoletta di tonno. Si è conclusa la stagione della ‘corrida’. Di fronte alla pandemia quella classe politica per fortuna ha abdicato. La stagione del populismo è stata messa da parte con il Covid”. Forse dovunque, ma non in televisione. Parrebbe. Cosa che lascia intuire squarci inquietanti di futuro: si torna al passato, manca poco. Ritornano quelli di prima. Con il linguaggio di prima.  “Non so. Se c’è un’emergenza non ti affidi all’esorcista, ma a quello bravo. I soldi del Recovery arrivano solo se si fanno le riforme e se ci si mantiene sulla strada degli investimenti utili. Per l’Italia è questione di vita o di morte. Senza quei soldi salta il paese. La prossima legislatura sarà decisiva. Perché non può restare ancora Draghi? Vedremo se il richiamo alla competenza avrà avuto successo o se torneremo alle scie chimiche e alle corna vichinghe. Non credo”. Salerno dice così. Ottimista. Chissà. 


Che novità ci saranno su La7? “Intanto stiamo rimettendo il pubblico in studio, poco alla volta. Con il green pass che in azienda abbiamo adottato immediatamente”. Anche per i dipendenti? “Per quello attendiamo l’accordo tra governo e sindacati. E personalmente tifo per l’obbligo vaccinale, subito”. Altre novità? “I conduttori usciranno molto più spesso dagli studi, andranno in giro. Ieri sera Formigli ha fatto un servizio da una fabbrica in Toscana. Uscirà anche Giletti. Diego Bianchi...”. Travaglio? “Ci sarà”. C’è chi pensa che siete stati un po’ corrivi con i 5 stelle e con Giuseppe Conte. “Ho sentito dire che siamo grillini, poi leghisti, comunisti... a me tutte queste cose confermano solo che lavoriamo bene. Non voglio esagerare, ma molto spesso, e su molti argomenti, noi abbiamo fatto il vero servizio pubblico in questo paese. E abbiamo uno dei pochissimi editori puri che ci sono in Italia. Non è poca cosa”. A proposito di servizio pubblico, il direttore di La7 ha un consiglio per il nuovo amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes? “Siamo nel campo dei consigli non richiesti, ma gli direi di guardare al prodotto non solo ai conti. La tv è quello che manda in onda. Conosco un po’ la Rai, ci ho lavorato. Arrivai lì con Enzo Siciliano, fummo catapultati al settimo piano di Viale Mazzini, quello fantozziano dei dirigenti. Anni dopo ho capito che mentre eravamo lì non avevamo contezza dei veri problemi dell’azienda. Ed è stato così anche per tutti gli ultimi dg e amministratori delegati, anche quelli che dovevano fare la rivoluzione. Lì non fai in tempo a capire come girano le cose, che te ne devi andare. Ecco questo a Fuortes non lo auguro”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.