Non esiste un bipolarismo sui vaccini. Sfida per il ritorno dei talk-show

Claudio Cerasa

Per essere fuori dal coro, oggi, non occorre urlare come degli invasati contro la dittatura sanitaria, ma occorre fare un piccolo sforzo creativo per evitare di essere complici fino in fondo del nuovo cretinismo collettivo

E’ possibile che nelle prossime ore il popolo del no green pass, che tende sinistramente a somigliare al popolo no vax, torni a far parlare di sé attraverso qualche atto di disobbedienza in alcune delle principali stazioni ferroviarie italiane, dove dal primo settembre non sarà più possibile prendere un treno senza avere la certificazione verde, ovverosia una vaccinazione completa o un tampone fatto nelle quarantotto ore precedenti.

E’ possibile che le scene orrende che abbiamo visto in questi giorni, con i giornalisti malmenati, con i virologi minacciati, con i politici intimiditi, possano tornare a ripetersi nei prossimi giorni e la notizia appresa ieri dal Foglio della “tutela”, ovvero della scorta, improvvisamente resasi necessaria per il ministro della Salute Roberto Speranza a seguito di ripetute minacce dovrebbe suggerire una maggiore cautela a tutti quei politici che con molta disinvoltura tendono a giustificare gli estremismi no vax. E’ possibile dunque che nelle prossime ore la piccola e pericolosa minoranza del paese che considera le regole per governare il Covid-19 più pericolose dello stesso virus torni a far parlare di sé. Ma una volta che verranno governate le prossime ore molto delicate, speriamo con una fermezza migliore rispetto a quella vista ai rave di Viterbo, ci sarà un test molto importante per misurare la capacità del nostro paese di governare con fermezza le bufale no vax e per verificare se un pezzo di classe dirigente italiana riuscirà o no a resistere alla tentazione di offrire una poderosa cassa di risonanza alla minoranza no vax e no green pass.

Il test, neanche a dirlo, coincide con il ritorno in prima serata della nuova stagione dei talk show e nei prossimi giorni i piccoli e grandi conduttori italiani dovranno compiere una scelta non secondaria: far diventare più grandi di quello che sono i nuovi professionisti del complottismo, come è probabile che facciano tutti i principali talk show di Mediaset, o offrire loro solo un piccolo diritto di tribuna evitando con attenzione di dare alle opinioni no vax la stessa dignità delle opinioni sì vax creando un bipolarismo che non c'è e provando in tutti i modi a valorizzare non tanto le storie che veicolano sfascio quanto le storie che veicolano speranza. E le storie da raccontare, in fondo, ci sarebbero. Storie formidabili come quella di un ragazzo romano di nome Francesco, conosciuto come Capitan Banana, che insieme ad altre 150 persone ha messo in campo una strategia di attacco per sabotare le chat telegram in cui si sparano fregnacce no vax, entrando nelle chat, fingendosi no vax e poi infine facendo chiudere le suddette chat. Storie bellissime come quelle di Matteo, un diciassettenne fiorentino figlio di genitori no vax, che ha vinto una causa contro i genitori ed è riuscito a vaccinarsi senza il loro consenso.

Storie rincuoranti come quella di Paolo Viviano, operatore sanitario no vax che dopo aver visto in rianimazione persone di 40-45 anni in pericolo di vita ha deciso di rinnegare tutto e di diventare un ambasciatore sì vax. Storie spassose come quella di Valentina Nappi, la pornostar italiana più famosa del mondo, che da settimane, a costo di farsi insultare, combatte sui social una battaglia per espellere i no vax dai set dei film porno. Storie significative come quella di Ludovica Bizzaglia, attrice italiana, che pur avendo riscontrato un effetto collaterale subito dopo il vaccino, una pericardite per fortuna risolta, ha detto che, tornasse indietro, rifarebbe il vaccino “un altro milione di volte”. Per essere fuori dal coro, oggi, non occorre urlare come degli invasati contro la dittatura sanitaria, ma occorre fare un piccolo sforzo creativo per evitare di essere complici fino in fondo del nuovo cretinismo collettivo che considera le regole per governare il virus più pericoloso dello stesso virus. Chissà che non ci siano sorprese.  

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.