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Caro X Factor, lascia stare De André e fatti i cantautori tuoi

Nel terzo live due ventiseienni mitomani in tuta che fanno a brandelli “Le acciughe fanno il pallone”. Dov’è finito il nontocchismo italiano, quell’animale che ci portiamo dentro e non ci fa vivere felici mai?

8 Novembre 2019 alle 09:33

Povera patria, schiacciata da: discettazioni su come e quanto fare di Giorgia Meloni un meme contribuisca a incrementarne il consenso; Giorgia Meloni in generale; Michele Emiliano che dice di voler sostenere “la sfida della decarbonizzazione annunciata dal presidente Conte”; Michele Emiliano in generale; i sottoumani che mentre viene data la scorta a Liliana Segre riprendono a ritornellare “e allora le foibe?”; i sottoumani in generale; gli osanna dei giudici di X-Factor a Giordana Petralia, l’unica arpista sgraziata dell’universo.

 

È il terzo live, tutto scorre e niente accade, come se non fossimo un paese devastato dal dolore, provato da tutto, consunto, annientato, un paese che avrebbe il diritto di sedersi sul divano, al giovedì sera, e non dover ascoltare due ventiseienni mitomani in tuta che fanno a brandelli “Le acciughe fanno il pallone” di De André innestandoci sopra i loro versetti satanici. E invece.

 

E siccome non basta mai, Samuel, che di questi due qua è il capitano tutore, nel presentare l’abominio dice: “Avete un compito difficile, il rispetto” e nel commentarlo si complimenta perché oltre al rispetto ritiene che ci abbiano messo anche l’onore. Certo, come no. Vuoi mettere “ogni tre ami c’è una stella marina amo per amo c’è una stella che trema” (De André) con “la musica calma, è terapia” (Sierra).

 

A parte la paura dei 50 di Samuel, che usa questi qua per la manutenzione della sua vecchiaia, non si capisce la ragione per cui il cantautorato italiano debba essere stuprato dagli immeritevoli, ma pure dai meritevoli. Visto che “la loro forza sono le penne”, lasciamo che cantino i pezzi loro, pezzi vergine, e non che riscrivano Fabrizio De André. Dov’è finito il nontocchismo italiano, quell’animale che ci portiamo dentro e non ci fa vivere felici mai e ci fa ancora sdegnare quando passiamo davanti al museo dell’Ara Pacis e pensare che quel Richard Meier che ha progettato quella teca così bianca e così contemporanea ha offeso per sempre la classicità romana? Arretra, il nontocchismo, soltanto davanti ai rapper scarsi? Non merita, De André, uno scudo misoneista, immobilista, decrescista e, naturalmente, anche uno scudo penale? E già che ci siamo variamo una legge, facile e breve: è proibito riprodurre, in pubblico, “Vedrai, vedrai”, a meno che chi lo fa non dimostri di essere la reincarnazione di Luigi Tenco, documenti olografi alla mano”. Non siete d’accordo? Vogliamo iniziare a raccogliere le firme? Bravi i Seawards, per carità, ma “Vedrai vedrai” non l’hanno capita, non la possono capire.

 

“Ce l’avevo lì davanti a me la mia mamma” ha detto la cantante, con una specie di orgoglio, con tutto il suo ghiaccio bollente, quando Sfera ha raccontato di aver appena appreso, da Mara Maionchi, che Tenco scrisse “Vedrai vedrai” per sua madre (ieri il giudice riccopersempre ha confessato, anche lui con una specie di orgoglio, di non saperlo, di non conoscere la versione di “Baby I love you” dei Ramones e di non aver mai ascoltato “Why’d You Only Call Me When You’re High?” degli Arctic Monkeys – e decidete voi cosa sia, quest’ignoranza, se metafora, prova o portato dello stato presente dei costumi degli italiani).

 

Veniamo ai bravi. Booda: eccezionali, un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più. Sofia: strepitosa, accoccolata su una palla rotante ha cantato “C’est la vie” di Achille Lauro e ora tutte le volte che vedremo una enorme sfera rotante non penseremo soltanto a Miley Cyrus che la lecca e ci monta sopra nel video di “Wrecking Ball”, ma anche a questa deliziosa piccola già grande, che canta con la voce dei suoi diciassette anni, e del cielo in una stanza che è la sua età. “Tutto quello che fai diventa seta” le ha detto Malika Ayane, ieri sera vestita da Morticia Addams che declina il girl power (e infatti ha litigato con Sfera tutto il tempo, come una moglie risvegliata al femminismo).

 

Eugenio ha cantato un suo inedito, “Corn Flakes”, e ha dimostrato che questo deve fare: il suo. Cioè, le sue canzoni, specie se sono tutte come questa: era dai tempi di Alex Britti quando era Alex Britti che non ascoltavamo un pezzo tanto perfetto sul fatto che la reciprocità è una cosa semplice – “Volevo fà na canzone su quanto è bello stare insieme, mica dobbiamo sempre fà canzoni tristi”. “Quando è notte e ti scrivo ohi e tu rispondi ehi” è la linea di condotta dell’anno, la scena iniziale della serie tv che vorremmo vedere, la prima cosa bella che abbiamo fatto appena siamo andate a dormire, ieri sera: abbiamo scritto a quello che amiamo, “ehi” (lui ha risposto “uè”, ma noi non lo abbiamo corretto, c’è ancora tempo prima che Eugenio diventi primo in classifica e tutti, pure nostra mamma, sapranno conversare con noi citando i suoi versi).

 

Veniamo al male.

 

Giordana. Era vestita da Dothraki a una serata ritual. Serve aggiungere altro? Non serve. Però dicevano i saggi la cui civiltà è stata offesa per sempre da Richard Meier che repetita iuvant e quindi ribadiamo la posizione assunta dall’inizio: cantare non è urlare, dire non è parlare e raccontare non è dire. Dietro la sua fuffa, al centro del suo fritto strafritto, non c’è niente. E neppure davanti. È tremenda e basta, non salvabile. E rischia di vincere.

 

Vincono sempre le Pausini travestite, ahinoi, mica le Sofia che quando cantano, anche se solo sussurrano, trasformano le pareti in alberi, alberi infiniti.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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