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X Factor, finisci presto, dobbiamo portarti in tribunale prima che la prescrizione venga abolita

Eugenio porta acqua al mulino del sindaco di Milano, i Sierra diventano venerati maestri, Giordana va incontro al suo futuro vestita da prof di Educazione fisica

29 Novembre 2019 alle 10:38

Ahi, serva Italia di democrazia diretta ostello, quante te ne fanno.

Nella stessa settimana in cui Giuseppe Conte ha detto con ferrea convinzione che abolire la prescrizione è giusto, ci farà bene e accorcerà i processi, apprendiamo con piacere da questo sfascio chiamato X Factor che il pubblico fa l’artista. Tre giudici su quattro ieri sera hanno fatto ricorso a questo principio antiestetico per eliminare Giordana, quella che se Scilla e Cariddi cantassero avrebbero la sua voce, dando la colpa al fastidio che lei suscita negli italiani, e un giudice su tre, Sfera, ha eliminato Davide Rossi perché “la classifica la fa da padrona” e il ragazzo effettivamente, nell’ultima settimana, è stato il meno ascoltato su Spotify eccetera.

 

Via Giordana, che ieri era vestita peggio del solito, sembrava una professoressa di educazione fisica al ricevimento dei genitori dei suoi alunni, cioè l’unica volta all’anno in cui si leva la tuta. Avrebbe meritato qualcosa di più di tre adulti che campano di musica e, anziché spiegarle cosa sbaglia e perché, le hanno detto che il pubblico non la capisce, e quindi arrivederci e grazie. Il pubblico oggi non capirebbe neanche Mick Jagger, e ieri non ha capito Luigi Tenco, impegnato com’era a capire Gianni Morandi: siamo sicuri di volercene fidare al punto da stabilire che quando un artista, specie se in erba, non lo conquista, significa che non vale? Certo, i cercatori dell’X non si sono spinti a dire tanto, anzi: a Giordana hanno pure ammesso che loro sanno quanto vale, ma ahimè quel valore non conquista le case dalle finestre che ridono, e talvolta annuiscono, guardando Mario Giordano. Invece, almeno vista da qui, Giordana al pubblico arriva eccome, e infatti è amata oppure odiata: altri sono i suoi problemi. L’eccesso di enfasi, innanzitutto.

 

Enfasi che, invece, ai Sierra è valsa il primo posto: è il loro il singolo più ascoltato della settimana - “Enfasi”, appunto. Non capita soltanto con le canzoni di Sanremo: ce ne sono alcune che al primo ascolto risultano orribili, e anche al secondo e al decimo, e al ventesimo; poi però al ventunesimo qualcosa cambia, un varco si apre, la luce deflagra e quel pezzo ti inonda, acquisisce senso, bellezza, insomma si compie, e vibra, e non se ne può più fare a meno. I Sierra ci erano sembrati ragazzini con nulla o poco da dire, destrorsi avendone l’aria ma non il costrutto, romani senza averne l’irruenza, insomma un nulla mischiato col niente. E invece.

 

  

Invece “Enfasi” è probabilmente l’inedito migliore (non che se la batta con una concorrenza spietata, intendiamoci, ma fa molto bene il suo lavoro in assoluto), e ci dispiace per gli altri.

 

E su quello che Samuel* li ha costretti a fare su musica di Ennio Morricone stendiamo un oceano di silenzio (*ehilà, eterno ragazzo nostro, va bene che per sentirsi vivo ha bisogno di tutti i suoi sbagli, ma si ricordi che al giovedì sera noi da casa abbiamo diritto a non assistere a più di un vilipendio, e in una trasmissione dove a Nicola Cavallaro viene consentito di trasformare “The sound of silence” di Simon & Garfunkel in un peana di Polifemo, lei capisce che sentire rime fesse su Morricone non è sostenibile neppure se si ha lo stomaco molto allenato alle ingiustizie, neppure se si è cittadini argentini).

 

Dispiace molto per Eugenio, che ieri sera era bello non come una piazza in fiamme ma come quello brillo al tavolo accanto al tuo a un matrimonio noioso, e però ha sbagliato così tanto tutto che siamo costretti a derubricarlo da giovane promessa a ennesimo Tommaso Paradiso. Ha cantato “Cosa mi manchi a fare” di Calcutta in un modo così odioso, artefatto, insistito, che s’è pure lasciato sfuggire un “cosa cazzo mi manchi a fare” – e chissà Calcutta come l’ha presa, magari adesso deciderà di non uscire mai più in tuta e si riempirà l’armadio di gessati pur di mettere in testa ai ragazzini che tra lui e loro c’è una distanza, ed è incolmabile. Sembrava noi che da giovani dicevamo alla professoressa che non avevamo potuto fare i compiti perché nonna era morta per la sesta volta. Sembrava noi che da non più giovani chiediamo un mutuo alla banca che però ce lo rifiuta anche se lavoriamo e siamo persone perbene e facciamo la raccolta differenziata e mangiamo persino frutta bio, che pesa sul nostro bilancio quanto la psicoterapia – e allora dicci, Unicredit amica del nostro futuro, cosa cazzo lavoriamo a fare?

 

Samuel, che ieri sera s’è ricordato che il suo compito non è insufflare autostima nei polmoni di tutti i concorrenti bensì valutarli, lo ha rimproverato, gli ha detto che l’interpretazione era inautentica ed Eugenio, per tutta risposta, ha detto “Sono molto stanco”. Visto che l’elenco dei pro e contro di Milano e Roma è sempre aperto, una macchina sempre in funzione come la Veneranda Fabbrica del Duomo, andiamo subito a segnare questa scena tra i contro della Capitale, perché – scusate – ma giusto a un wannabe cantautore indie romano può venire in mente di dirsi stanco nel pieno di un programma nel quale gli è richiesto di fare quello che sogna di fare, e cioè il musicista, da un paio di mesi a questa parte. E su. Ma stanco come? Stanco di cosa? Stanco perché? Vuole del multicentrum?

 

Obituaries. I Booda sono finiti, è doloroso ammetterlo ma prima lo facciamo e meno soffriremo. A uscire dal loro reticolato non ce la fanno, perché costringerli?

Nicola Cavallaro è fuori, dopo Giordana, e non ci mancherà niente di lui, neanche il testosterone (che comunque aveva preso a mitragliare lui stesso con le sue dichiarazioni da guerriero della vita, superstite romantico delle avversità). Bacioni.

È stato tanto noioso e tremendo che abbiamo ripensato a Di Muro, il leghista che ieri in Parlamento ha chiesto alla sua donna di sposarlo. E quasi ci è parsa una cosetta carina. Viva, almeno.

Se continua così, il nostro presidente del consiglio sarà Davide Rossi, uno col nome che la tua maestra delle elementari dava al protagonista dei problemi di aritmetica, quello che ogni giorno andava a comprare un tot di mele, e un tot ne mangiava, e tu dovevi calcolare quante gliene rimanevano. Signor Rossi, che palle, mai una volta che sia andato al cinema.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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