X Factor è l'#OcsePisa ma non si applica

Microstoria della sopravvalutazione degli adolescenti, e di come ce ne fingiamo amici. Da Davide Rossi e Sofia è tutta una delusione che non ammettiamo. Fuori Eugenio, peccato, era il solo candidato a diventare padre di buone idee

Simonetta Sciandivasci

C’è una poesia di Vincenzo Cardarelli, “Amicizia”, che parla di due che non potrebbero né dovrebbero amarsi più e invece lo fanno eccome, ancora, e forse per sempre, e di certo pazzamente, però agiscono come se così non fosse. Dice a un certo punto: “Ci siamo rispettati al passo, bestie caute, cacciatori affinati, a sostenere faticosamente la nostra parte di estranei”. È una storia di tutti, in cui tutti ci troviamo dentro fino al collo quelle venti o trenta volte nella vita, e (almeno) una volta su venti andiamo a finire male, cioè non finiamo mai, restiamo appesi a quell’amore, dipendenti, intossicati, e sosteniamo la parte di estranei per sempre. Di quella volta parla “Toxic” di Britney Spears e ieri sera Malika Ayane, che è pazza, l’ha fatta cantare a Davide Rossi, uno che (lo si vede dalla faccia, e per calcolo probabilistico e statistico lo si deduce dall’età) non ha minimamente idea di cosa significhi restare feriti a morte da un amore finito ma inconcluso, impossibile. Uno che non sarà disperato mai, né scisso, e anche questo lo si vede dalla faccia (scusate la concessione lombrosiana). E beato lui. Tutti i giudici, a parte la sua tutor Ayane, che ne è invaghita, gli hanno detto la stessa cosa: amico nostro, tu sei bravo, ma che cosa vuoi fare, che cosa vuoi dire, chi sei, dove vai, chissà dove sarai tra cinque anni, finalmente risolto o forse già innamorato, ancora una volta? Perché era evidente, più del solito, che lui recitava e basta, che ci ha messo nient’altro che tecnica e impegno, in una canzone di lacerazione e dannazione, che per farla bene si dev’essere un bimbominkia e pure un invalido di guerra. Davide Rossi canterebbe alla perfezione l’elenco telefonico di Campobasso del 1985 e, con pari trasporto, “Skinny Love” di Bon Iver. Ma restiamo a fatti: “Toxic” l’ha cantata come fosse una “Happy Birthday”. Ha ragione Ayane quando lo difende e dice che lui sta facendo un percorso coerente, solo che sbaglia traccia: lei è convinta che lui si muova sulla linea di Gershwin e del soul, e invece lui non si sposta dall’animazione dei compleanni di diciotto anni in limousine. Eppure, è stato lui a uscire vincente dal ballottaggio con Eugenio, al quale non sono state perdonate le seguenti cose: la spocchia, l’Aniene, l’indie pop (che vale doppio, forse quadruplo), l’indolenza, il bullismo innocuo (una cosa che un tempo avremmo chiamato “strafottenza”), l’essere un artista e non un esecutore. Questo qua è l’X Factor degli esecutori di ordini, bravissimi, perfetti, studiosi, primi della scuola mica solo della classe, che non hanno da dire e non ispirano che “Oh”, e mai un “wow”, mai e poi mai. La sola eccezione sono i Sierra (La Sierra, in verità, ma a noi piace di più chiamarli i Sierra), che ieri hanno quasi superato la grandezza del loro inedito, “Enfasi”, riscrivendo “Born Slippy” degli Underworld e riportandola sulla terra, dall’orbita spaziale in cui, eterna e meravigliosa, gravita. Vinceranno, si spera, perché altrimenti saremo costretti a scendere in piazza come sardine (forse anche con le sardine). Vinceranno e, se così davvero sarà, speriamo non s’annacquino come s’è annacquato Anastasio, quello che dai versi sulla demolizione della Cappella Sistina, s’è ridotto a scrivere di madri sole di periferia che crescono figli ostili.

 

 

Va in finale anche Sofia, che ieri sera ha cantato i Queen, e anche lei lo ha fatto alla perfezione, ma con più anima di Rossi. Tuttavia, lei che ci era sembrata la migliore, da tre puntate un po’ annoia (quanto dispiace dirlo, quanto, quanto, quanto). Non è colpa sua, però. Quante cose può avere da raccontare, e dire, con o senza enfasi, una persona che è al mondo da sedici anni o più, o meno? Poche? Va bene, poche. Ma non conta la quantità. Né la qualità. Conta la reiterazione e, quindi, l’abitudine. Noi microfoniamo (e pubblichiamo, e interpelliamo, e santifichiamo) un paio di adolescenti prodigio a settimana, e lo facciamo sostenendo la parte di amici, mentre siamo estranei, irrimediabilmente estranei, fingiamo interesse, esageriamo, rileviamo in loro codici di aperture alari che però non sono universali e valgono per voli che sono soltanto tratte, passaggi, e portano sempre negli stessi posti. Non è colpa loro, ma nostra: i ragazzini che esaltiamo sono tutti uguali perché li stremiamo, li forziamo, li pompiamo e, così facendo, li inflazioniamo. Scusa, Sofia, ma la tua magia è finita. Non è colpa tua se canti i Queen nello stesso identico modo in cui canti Jacko: è colpa nostra, e del culto del portare sé stessi in qualunque cosa, specie se non è nostra, nel quale fingiamo di credere (noi invece non crediamo a niente, in niente).

 

Salvi anche i Booda, che hanno smesso di incantare da un mese, e come il 75 per cento degli artisti italiani nati dopo il 1977, campano di un’intuizione e di quello che Samuel (poverino, dai, poverino) ha definito “il look artistico”. Il look artistico? E dove siamo, in “Sono pazzo di Iris Blond”, dai Romeo mettiti gli occhiali anche se ci vedi perché senza non sei credibile?

 

Sui Booda, poi, segnaliamo il tweet dell’account ufficiale del programma. Questo: “Boodalicious, boodesque, boodosa, boodino… come si dice quando senti na figata fatta dai Booda e vuoi muovere il culo?”. Che classe, che stile, che compostezza, che poesia. Chissà in quale dei molti tipi di analfabetismo che l’#OcsePisa ha tirato fuori si colloca un social media manager che scrive così. Noialtri che lo leggiamo, però, uh, come vorremmo trovarci in quel 23 per cento che non capisce cosa legge, e non avere così contezza del sottolivello a cui si trovano i benstipendiati dei nuovi mestieri, quelli che Vincenzo De Luca un tempo non troppo lontano definiva modi creativi per dire “nullafacenti”.

 

Ps. Tiziano Ferro deve smetterla di cantare canzoni che ci fanno a pezzi. Deve smetterla. Fermiamolo, lui e la sua sfacciata felicità autoimmune di sposato per amore, che peraltro l’ha fatto anche ingrassare.

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