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Finalmente si vede un talento a X Factor. Date tutto a Sofia o votiamo Meloni

Come smontare il teorema Maionchi sull'erotismo in musica. Il tormentone “racconta la tua storia”, le coreografie imbarazzanti e le apparenze che fanno sostanza

1 Novembre 2019 alle 10:11

Gentili Alti Fattori (giuria, pubblico telesocialtiktokvotante, Sky, autori, Dio, Culo), amate Sofia o facciamo un casino. Votiamo Meloni. Mandiamo in tutte le case degli italiani un giornalista del Financial Times. Commissariamo tutto. Vi leviamo il vino.

 

Avevamo perso le speranze di ascoltare qualcuno che cantasse davvero, e invece è sbocciata lei, bella come un tondo, grande come il mondo, lei come la fortuna, lei così opportuna, mentre ci allontanavamo è stata con noi for ever. Non che non si fosse fatta notare già, ma era sempre stata, fino a ieri, soltanto parecchio brava. Ieri, invece, cantando “Fix you” dei Coldplay, ha chiarito che è nata per fare quello che fa, e che non potrebbe farlo diversamente perché è vero quello che le ha detto il suo giudice, Sfera: ha una voce. Inconfondibile. Forte. Lucente. Così lucente che è riuscita nell’ardua impresa di mettere in ombra la ridicola coreografia da riadattamento del “Racconto dell’Ancella” in un liceo campano che le hanno ambientato intorno (al secondo posto della classifica provvisoria delle cose peggiori di X Factor ci sono le coreografie). L’ha cantata senza sesso, senza l’erotismo che, a inizio di puntata, Mara Maionchi ha richiamato i Booda a ricordarsi di infondere sempre perché “senza erotismo non c’è successo”. E noi si stava ancora annuendo, dal nostro antro novecentesco, quando è arrivata Sofia e ha dimostrato che non è vero, che il sesso non ci deve entrare per forza, che esistono anche le cariche siderali, e che sono altrettanto carnali di quelle erotiche, e anche più durature, più dense. Siamo o non siamo figli delle stelle?

   

Una smentita (meglio: un’eccezione che sconfessa la regola) al teorema Maionchi l’ha servita su un piatto di ‘nduja l’inspiegabilmente ancora salva Giordana, quella che la volta scorsa s’è presa della vecchia da Mika e stavolta della fané da Mara (Sfera le ha chiesto cosa volesse dire e lei gli ha risposto di andare a studiare – nell’antro novecentesco abbiamo annuito con una certa foga). Ha cantato “Summertime Sandness” di Lana Del Rey al pianoforte, per la prima volta niente arpa, inguainata in un tailleurino di pelle che la faceva sembrare la titolare di un sexy shop di quelli di periferia con l’insegna luminosa quasi del tutto fulminata, che continua a lampeggiare solamente su HOP. Lei, che non è dotata del senso della misura e canta come in Calabria si cucina, e cioè rifriggendo il fritto, non avendo capito niente né di Lana Del Rey né di “Summertime Sadness”, l’ha buttata sul sensuale strillato e via, senza paura. I giudici le hanno detto che è una cantante eccezionale, e vedete che cosa succede quando si vive nella Repubblica delle Pausini rifondata durante un Vaffa day: una voce si giudica da quanti muri del suono riesce a sfondare. That’s All Folks.

   

A proposito di apparenze che fanno sostanza: Malika Ayane non ha un guardaroba, ma un disturbo della personalità multipla e quindi ogni sera indossa un personaggio, non un abito. Ieri era Gwen Stefani, venerdì prossimo chi lo sa, moriamo dalla voglia di scoprirlo, entro dicembre ci aspettiamo almeno un Ayane-Evita.

  

Passando agli epifenomeni: il ternano Lorenzo Rinaldi ha cantato “La Notte” di Arisa come se fosse una barzelletta scema del Cucciolone musicata dal catechista e ci è preso un colpo - ma a quale imperativo categorico risponde, questo ragazzo, al puffare sempre?

  

I Sierra hanno rappato un testo che, stringi stringi, significava: “Dio, ricordati degli amici” – Kanye West, venga qui, e pianga con noi sui terribili cascami del tuo ultimo disco.

   

Quota indicibilità assegnata a Eugenio (ex Comete) che ha cantato un pezzo meraviglioso di Giovanni Truppi, “Scomparire”, e siccome lo ha dedicato a una persona a lui cara che soffre dello stesso male di cui parla il pezzo, ammettere che l’ha scempiato è sconveniente. E chi siamo noi per sconvenire.

  

Il tormentone dei giudici è ancora “racconta la tua storia”: ne rifilano uno a chiunque, Samuel è quello che ne rifila di più (Sfera è troppo impegnato a elargire i suoi “Spacca/Spaccate/Spaccherete/Prima o poi li spaccherà”), forse perché è il più anziano dentro e quindi, come per un paio d’anni hanno fatto certi politici, ritiene che parlare di storytelling ringiovanisca. L’effetto è più o meno quello che vi fa vostra zia quando pronuncia “Magnum” con l’accento sulla u. Cattelan ha invitato tutti i concorrenti a sentirsi liberi di portare sul palco le loro canzoni, ovvero a “raccontare la vostra storia” e noi, che nel frattempo ci siamo arrampicate sugli alberi, speriamo che nessuno lo prenda sul serio.

 

È X Factor, mica la scuola Holden.

  

Ps. Bravo Davide Rossi, un minorenne vintage senza essere fané. Veramente bravo. Merita un cognome che non sia una vignetta di Giannelli. Nicola Cavallaro era un po’ fuori forma, ma lo perdoniamo, dev’essere stata colpa del depotenziamento del testosterone che capita sempre durante la notte delle streghe, per ragioni ultraterrene che non staremo a spiegare qui ora.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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