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È l'X Factor dei Bravi senz'Anima, chiamiamo Mario Draghi

Nel primo live la giovinezza non è stata il forte della serata, che aveva un forse voluto esprite nostalgique, di modo che fosse chiara la restaurazione del quadriumvirato dei giudici

25 Ottobre 2019 alle 09:38

Ha detto una volta Drake (il rapper, non Nick; ciao Nick, ovunque tu sia): “Per meditare ho bisogno dell’heavy metal, non del silenzio. Tutta quella pace e quell’unità, tutta quella merda debole mi rovinerà”. Lo ha riportato Rob Brezsny nell’oroscopo del leone di ieri, consigliando ai leoni di fare l’opposto, prendersi cura di sé, niente vodka e vino, meglio una pinta di argilla ventilata. Mika, che leone è, e che ieri è stato ospite d’onore e giudice per un voto del primo Live di X Factor di questa tredicentesima edizione, ha fatto l’opposto, magari ha letto male, ha capito male, prima o poi la traduzione doveva difettargli – e vedete, sciocchi, che cosa succede a non obbedire a un oroscopo? È salito sul palco, con la sua solita faccia da Jim Carrey in “Scemo più Scemo”, posseduto dal solito demone del buon umore, ha fatto un medley di pezzi con solita ambientazione Live Aid, e poi ha detto ai giudici: “Dentro le vostre orecchiette ci sono delle vocine, buttate fuori questi pezzi di merda e ascoltate il vostro cuore!”. E dove siamo, all’esame di maturità di Cesare Cremonini? Vocine! E dove siamo, a Non è la rai? Pezzi di merda! E dove siamo, al Forte Prenestino? E però, da casa, abbiamo apprezzato (i modi, non la sostanza: seguire il cuore va bene a sedici anni, oppure a settantotto). Mika, let’s rock. E il bello doveva ancora venire, ed è arrivato quando è stato chiamato a esprimere il suo voto e ha insultato senza volerlo la Joanna Newsom di Costa Crociere, Giordana Petralia, dandole della vecchia per ben due volte, la prima reagendo alla notizia che la ragazza è minorenne con lo stupore infelice dell’eiaculazione precoce; la seconda dicendo che era vestita da vecchia – da casa abbiamo aggiunto: damigella zitella a un matrimonio siciliano del 1958. Su Sfera nutriamo ancora grandi speranze, sebbene dica a chiunque “hai spaccato”, anche quando non è vero, e specie quando bastona, ed è per questo che gli perdoniamo l’appunto mosso durante questo grande capolavoro democratico di Mika, che mettendo a posto Giordana ha dato voce agli italiani più delle ultime dieci elezioni amministrative. Ha detto Sfera: “Parliamo di musica”. Gli ha risposto Mika: “Ha a che fare con la musica se lei non mantiene la sua freschezza”. Che estasi, che liberazione. E però poi che fa? La tiene. La salva. Liberare nos a Giordana toccherà a qualcun altro, e speriamo accada presto, e non perché sia anziana dentro, ma perché strilla senza grazia, e rinforza e rafforza ed è stucchevole, una fatica per occhi e orecchie, un primo romanzo di esordiente italiano trasferito in musica.

  

La giovinezza non è stata il forte della serata, che aveva un forse voluto esprite nostalgique, di modo che fosse chiara la restaurazione del quadriumvirato dei giudici dopo il fulmineo governo Cattelan di Boot Camp e Home Visit. Malika Ayane era vestita e pettinata da Piaf, ha appioppato un Gershwin a un nato nel 1998 e pur mantenendo il suo eloquio tra la supercazzola e la lectio magistralis di filologia romanza, a un certo punto, ha sbracato e s’è lasciata andare a un “Non mi sei arrivato”, storica espressione che a X Factor portò in auge Simona Ventura.

 

Ma parliamo di musica.

 

Niente, nessuno: talenti quest’anno non ce ne sono (i Booda sono l’unica eccezione, tuttavia con riserva).

 

È l’X Factor dei bravi e volenterosi, degli intelligenti che si applicano, e infatti tutti i giudizi sono sproni, raccomandazioni, rassicurazioni. Malika Ayane, in veste di direttrice di Vanity Fair per un giorno (editoria, portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi morire) ha scritto un editoriale nel quale sosteneva la solita solfa del talento che vale 10 e del lavoro che vale 90. Non che sia una balla, per carità, soltanto che andrebbero riviste le percentuali, magari adesso che è più libero ne parleremo con Draghi, e prima ancora con sua moglie – ieri, durante la sua ultima conferenza da presidente della Bce ha detto che non sa cosa farà in futuro e “chiedete a mia moglie” (che uomo meraviglioso).

 

L’enfasi sul sudore è giusta, ed è anche l’hype di queste settimane (Giuseppe Conte e Matteo Salvini continuano a dire che “dobbiamo studiare”, e Renzi alla Leopolda l’ha ripetuto per dieci minuti), ma quando è così insistita è anche perché di X c’è poco e niente: ricordate discorsi di prammatica artistica quando c’era Anastasio? Uh, quanto ci manca Anastasio imperatore dell’universo, speriamo stia bene, dal suo Instagram risulta essere in Islanda a scrivere canzoni. A proposito di Grande Nord, ieri Samuel ha usato uno Shakespeare – “ghiaccio bollente” – per definire i Seawards, che sono bravi, e hanno fatto una “Pyro” dei King of Leon soft as snow but warm inside (la ricordate la canzone dei My Bloody Valentine, vero?) dove effettivamente si sentivano l’Artide e l’equatore, Shackleton e Sandokan. Peccato per l’abbigliamento da evasa da un manicomio del 1840 della cantante, ma come dice Sfera l’abito non fa il musicista (infatti i suoi tatuaggi in faccia sono genetici).

 

Molto bravo Nicola Cavallaro, che noi amiamo per ragioni ormonali e anche di difesa della razza eterosessuale, ma che nonostante questo non credevamo capace di saltare il recinto del rock acido, e invece ieri ha fatto un Childish Gambino eccezionale – tanto che ha spazzato via l’imbarazzante prequel con lui che diceva cose come “il mio non è un grido di rabbia ma di aiuto” e “preferisco morire matto facendo quello che voglio fare” (autori, ma questi montati con le velleità dei candidati sono proprio necessari? Non è che potreste evitarceli, per piacere? C’è tutto un mondo intorno che ci sbatte in faccia la propria psicoterapia ogni giorno, almeno al giovedì sera vorremmo essere risparmiati, grazie).

 

In finale di partita è accaduta un’irreparabile ingiustizia: è stata mandata via Mariam, eccezione tra le brave senz’anima di quest’anno: non solo è brava, ma ha molto spirito, molto da dire, e che peccato non poterla ascoltare più. Mariam, tesoro, non ti preoccupare, presto verranno a cercarti come se ti dovessero dei soldi, ché sei bella assai.

 

Al suo posto è stato salvato Lorenzo Rinaldi, un sessantacinque chili di Terni che qualcuno ha osato accostare a Jim Morrison (no, signori, il ragazzo assomiglia al massimo alla signora Leonida) e che ha cantato “Don’t Look Back in Anger” vestito di rosso, con una camicia di raso, e la voce di Justin Bieber e l’inconsapevolezza di tutto dei Gazosa.

 

Stupendo Marco Saltari in “Sugar man”. Tagliategli i rasta di notte, speditelo a lavorare in banca per sei mesi e avrete un Lenny Kravitz senza l’erotomania, un Gianmaria Testa più burlone, ma comunque intensissimo.

 

Insomma fate qualcosa. Per lui, per noi, per tutti.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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