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Il giusto finale di una bella edizione di MasterChef

Niente da dire sul verdetto finale di uno show godibile rigenerato dalle innovazioni introdotte quest'anno. Ottimo l'acquisto di Locatelli, superlativa la scelta di non indagare la psicologia degli aspiranti chef

Mahatma

5 Aprile 2019 alle 08:33

Il giusto finale di una bella edizione di MasterChef

foto Sky

Niente da dire, ha vinto chi era tra i favoriti fin dalle puntate iniziali di questa ottava edizione di MasterChef (ogni giovedì alle 21.15 su SkyUno). Valeria ha avuto un percorso lineare, è stata l’unica a vincere Mystery, Invention ed esterna in una stessa puntata, conquistando la famosa "tripletta". Ha equilibrato la tradizione con l’innovazione, non ha commesso grossi passi falsi e ha sempre portato a casa il risultato. In finale se l’è cavata come meglio non avrebbe potuto fare, con un secondo ardito che ha “spaccato” – non male anche lo spaghetto con ricci e cocco, accoppiamento azzardato ma vincente. Congratulazioni vivissime a lei e alla famiglia. Sul podio salgono Gloria e Gilberto, due che hanno diviso fin dal principio la pletora di aficionados twittaroli: il ventitreenne veronese, soprattutto, è stato detestato per il suo ego smisurato – “A chi dedico il primo libro di ricette? A me” – che gli ha creato più nemici che amici. A Gloria è mancato sempre qualcosa per raggiungere l’eccellenza, e la finalissima è stata il compendio di questo percorso: ottimo il cervo ma ci voleva il frutto di bosco, dolce straordinario ma l’impiattamento era un po’ rozzo. I cjarsons friulani eccellenti ma mancava un po’ di sale nell’acqua. Si era capito subito, fin dalla entrée, che non avrebbe potuto ambire alla consacrazione. Perché poi MasterChef, non dimentichiamolo mai, è anche un gioco di sapiente montaggio.E i commenti dei quattro giudici comodamente seduti dietro al tavolo da sempre fanno percepire il risultato finale. Basta seguire con attenzione ogni mossa della testa di Barbieri, ogni espressione di Cannavacciuolo e Bastianich, ogni sguardo di Locatelli.

 
 
E’ stata, in fin dei conti, una bella edizione. Dopo sette anni di liturgia intoccabile serviva una scossa, che c’è stata. Giorgio Locatelli è l'acquisto super: elegante, essenziale, simpatico quando serve, poco spazio alla chiacchiera e alla tragedia teatrale. Ottimo. Buone anche le varie innovazioni introdotte nelle varie prove, pur preservando il sacro codice di MasterChef che non vuole stravolgimenti. Niente sbrodolamenti psicologici con eterni racconti delle proprie esistenze complesse: a noi interessa vedere spadellare, comporre, pensare. Non sapere che da ragazzi si voleva studiare Ingegneria termodinamica e si è finiti a fare i fiorai. E’ MasterChef, dopotutto. All’ottava edizione, dopo una certa stanchezza percepita nelle ultime due annate, gli autori l’hanno capito. Bravi. E' la prova che si può innovare restando se stessi, anche se i giudici cambiano e il regolamento non è più un totem come lo era otto anni fa. 

Mahatma

Mahatma

E' nato al nord (non serve dire dove né quando, anche perché sono informazioni buone per necrologi e che poco interessano il lettore più o meno interessato). Si considera maturo quanto a età, meno a dotazione intellettuale. Non se ne cruccia, sapendo che la capacità d'elaborazione mentale in codesto mondo non deve essere per forza alta (d'altronde Hegel e Kafka non sono più bestseller da qualche decennio). Segue lo sport in generale a eccezione delle bocce, del sumo e del golf, che considera una delle più grandi sciagure capitate all'umanità, quasi quanto lo sport trasmesso sulle reti Rai. (ne parla sovente su questo giornale) Appassionato di cucina televisiva, ama le pentole che si vedono a MasterChef (delle cui puntate cura periodicamente le recensioni sempre su questo giornale) e soprattutto la relativa dispensa. Ricorda con rimpianto la tv del cane di Paolo Limiti, Floradora.

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