Che canaglia, la tecnologia

Gery Palazzotto

Dalla deperibilità dell’hardware all’invadenza dell’algoritmo. Fino ai social che generano mostri

Questa storia inizia nel 1870 quando le cartiere decidono di eliminare la carta in cotone per introdurre la pasta di legno. Le pagine dei giornali diventano più leggere, fragili, si ingialliscono con facilità. Cinquant’anni dopo la Kodak s’inventa la soluzione del microfilm che fissa su pochi centimetri di pellicola fotografica il contenuto di un giornale, salvandone la memoria. Da lì si passa a intere biblioteche che in questo modo cercano di rendere eterni, volumi malconci o decrepiti. Col tempo il progresso della miniaturizzazione consente di immagazzinare sempre più dati in arnesi sempre più piccoli e trova il suo trionfo nell’avvento del digitale, quando un’intera enciclopedia viene accolta comodamente in un supporto che sta nel taschino di una giacca. E’ umano, quindi ontologicamente erroneo, gridare al miracolo.

Oggi, nell’anno di grazia 2018, sappiamo che i nuovi documenti digitali si rovinano, o addirittura si distruggono, ancora più rapidamente di quelli di carta e che la tecnologia che doveva essere salvifica si è rivelata in molti casi canaglia.

 

Nel nostro secolo sono sempre di più le informazioni che nascono digitali e che quindi non hanno una paternità analogica. Ciò le condanna sin dal primo vagito a rimanere appese a un server, a un’unità di memoria, alla sopravvivenza di un linguaggio informatico, a un maldestro aggiornamento software. O a una pen-drive. Come sa bene Antonello Montante, ex icona

Oggi sappiamo che i nuovi documenti digitali si rovinano, o addirittura si distruggono, ancora più rapidamente di quelli di carta

dell’antimafia siciliana arrestato qualche settimana fa per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, che con i poliziotti alla porta ha avuto un solo pensiero: pestare sotto i piedi 24 pen-drive zeppe di appunti o chissà che. Un tempo c’erano i pizzini da stracciare, bruciare o al limite ingoiare pezzo per pezzo. Nel 2007 fece scalpore il caso del boss gelese Daniele Emanuello che durante la fuga dal suo covo inghiottì, per distruggerli, alcuni pizzini. Ma un agente sparò e il mafioso morì col suo carico di segreti in corpo, più precisamente nello stomaco: ebbene l’autopsia consentì di recuperare i foglietti, alcuni dei quali erano ancora leggibili.

Tornando a Montante, è evidente come l’evanescenza delle informazioni in epoca moderna gli sia stata utile. Un chip si scassa, a fatica ma si scassa. E dopo non resta nulla, nel bene e nel male.

 

Oggi nella biblioteca nazionale di Honolulu è conservata, microfilmata, la collezione di un antico giornale che non esiste più, l’Honolulu Advertiser. In una pagina del numero del 13 agosto 1961 c’è un piccolo annuncio che riguarda la nascita, nove giorni prima, del figlio del signor Barack H. Obama e di Ann Dunham. Rispetto a un file, il microfilm ha un vantaggio (o uno svantaggio, a seconda delle intenzioni): è difficilmente falsificabile. Senza quel pezzetto di pellicola, Donald Trump avrebbe potuto continuare all’infinito con la sua valanga di insinuazioni sui natali in Kenia dell’ex presidente Barack Obama. E probabilmente, come sappiamo/temiamo, la menzogna avrebbe potuto assurgere al rango di verità rivelata.

 

L’aspetto relativo ad hardware e supporti computerizzati è solo la minima parte della grande enciclopedia del canaglismo della tecnologia. Gli effetti più devastanti e probabilmente di lunga durata, tipo onda di petrolio sulla costa di un’isola tropicale, sono quelli prodotti dalla mutazione culturale. Mutazione e non cambiamento giacché le ripercussioni, come si sta dimostrando nell’ultimo decennio, sono nel Dna della società, nel tessuto connettivo delle generazioni.

 

La politica del like è l’esempio più evocativo. Matteo Salvini affida a Facebook la sua delusione per la frana politica di cui è egli stesso pietra e fumo. Scrive: “Sono molto arrabbiato”. Il dibattito politico, già rarefatto di suo per ruolo e valenza dei

Oggi sappiamo che i nuovi documenti digitali si rovinano, o addirittura si distruggono, ancora più rapidamente di quelli di carta

protagonisti, si sublima nella pressione di un dito di Luigi Di Maio che fissa l’attimo della storia (anzi della Storia) che avrebbe dovuto scrivere a vantaggio del popolo italiano e dei follower che verranno, e accende l’icona blu: “Mi piace”, dice senza dire. La politica del like è un cimitero sterminato: di argomenti, perché l’estrema sintesi per emoticons in certi casi è il parossismo dell’incultura; di democrazia, perché i clic non sono voti; di mestieri, perché gli addetti stampa non servono più, molto meglio un telefonino di nuova generazione che costa quanto lo stipendio mensile di un giornalista e te lo puoi portare pure a letto, tanto non russa, al limite vibra.

 

Una delle tombe più grandi è quella delle scelte. La televisione inglese Channel 4 News ha dimostrato l’invadenza dell’algoritmo nelle nostre vite. E ha evidenziato un caso incredibile su Amazon: a chi acquistava la termite (una miscela pirotecnica usata per la saldatura dei metalli), il sito di e-commerce suggeriva in automatico altri due materiali. Per fare cosa? Per costruire una bomba: prezzo, poco più di 26 euro.

 

Ecco, il grande paradosso della politica del like è che vorrebbe essere più accessibile e smart, ma è tragicamente soggetta a condizionamenti esterni e alle opacità imposte da algoritmi di cui non sappiamo nulla. Insomma Salvini tuona sui social e crede di comiziare a una platea sterminata e libera, ma non tiene conto che il pubblico non è scelto da lui e che il suo verbo è costantemente affiancato a messaggi di cui non ha il controllo. Insomma se usa parole esplosive, il detonatore glielo offre il web affiancandogli la pubblicità giusta.

 

In questo panorama s’inserisce il dramma di una stampa che, dall’America di Trump all’Italia dei grillini, rischia di rimanere intrappolata in quella che Jay Rosen dell’Istituto di giornalismo Arthur L. Carter (New York University) ha definito view from nowhere, cioè – per dirla con Giovanni De Mauro di Internazionale – “il tentativo di affermare la propria autorevolezza attraverso una falsa neutralità che consiste nel mettere a confronto versioni opposte di una storia come se fossero sullo stesso piano, anche se una delle due è evidentemente falsa”. Come è purtroppo noto il fact-checking non intacca la credibilità del potente mentitore di turno dal momento che il suo pubblico è refrattario agli stimoli esterni e che il mancato effetto di correzione scoraggia anche gli oppositori. Così quando Di Maio accusa il capo dello stato dicendo aver fatto “nomi alternativi a Savona, come Bagnai o Siri”, nulla sposta nell’elettorato grillino la smentita ufficiale e lapidaria del Quirinale (“Non corrisponde a verità”), verbali degli incontri alla mano. Le echo chambers dei social sono impenetrabili ed è lì che il nuovo ordine del mondo sfoggia il suo potente e temibile disordine.

 

Nella settimana che si è appena conclusa, la partita per il nuovo governo, tra colpi di scena e colpi di testa, si è trasformata nella caccia alle carni di Sergio Mattarella. I nuovi barbari, col volto tecnologicamente travisato, hanno fiutato il sangue e al comando cruciale (“impeachment!”) sono partiti coi loro mouse chiodati. In un moderno Colosseo mediatico hanno inscenato una sorta di televoto come una domanda che non ha opzioni di risposta, che quindi è pressappoco una carognata: volete morto Mattarella, sì o no? C’è chi si è spinto più in là, ironizzando atrocemente sulla fine del fratello Piersanti per mano mafiosa: si è mossa la Procura di Palermo, ma la moltiplicazione delle canaglie teme la giustizia ordinaria infinitamente meno di una connessione assente.

 

L’intelligenza artificiale potrebbe risentire di un mood sempre più in linea con i tempi e quindi con i disastri collegati alla cretinocrazia

Ruggire, azzannare, abboccare all’esca del populismo e gustarla come se fosse un inizio mentre, come qualunque pesce sul piatto insegna, è solo la fine. Nelle ore della grottesca figuraccia di un mancato governo giallo-verde, le frange più agguerrite del famigerato popolo del web non sono state in grado neanche di digitare (o addirittura di leggere sui siti d’informazione) la parola giusta: “impingement” ha cercato la maggioranza di loro su Google. Rimarrà la battuta di Renzi: “Con questi dovevamo essere nella Terza Repubblica, invece ci hanno portato in terza media”.

Lo strafalcione in un mondo in cui lo scarabocchio supera per veridicità la parola corretta ci riconduce all’inizio di questa storia, a quel lontano 1870 in cui le cartiere decisero di fare pagine più leggere. L’innovazione ha in sé un bagaglio di praticità che risponde più al presente che al futuro. Quando arrivarono i primi telefonini cellulari in pochi si curarono degli effetti nefasti annunciati sul cervello, con un insensato ottimismo che pare archeologia.

 

Oggi la tecnologia canaglia ha dato fiato al sentimento opposto, quello degli odiatori. C’è un caso da manuale di un tale che in Sicilia è stato condannato per truffa a quasi sette anni di galera. In un mondo non perfetto ma almeno così così, il tizio in questione dopo aver scontato la pena avrebbe cercato un pretesto per farsi dimenticare dalla cronaca. Invece il diavolo moltiplicatore del canaglismo ci ha messo la coda. Tornato in libertà, il pregiudicato si è fatto un blog tutto suo e si è imbarcato nella sua nuova missione: attaccare e diffamare chi aveva osato raccontare i suoi misfatti, cronisti e direttore di testata per primi. Nella mimesi di una giustizia storta, il truffatore si è inventato la favola del vendicatore che non ha una vera ragione di vendetta, a parte quella contro se stesso cioè il rimorso di aver commesso un reato, ma deve comunque esserci, sparando alla cieca.

 

Le “echo chambers” dei social sono impenetrabili ed è lì che il nuovo ordine del mondo sfoggia il suo potente e temibile disordine

Nell’èra della cretinocrazia l’allarme per la stupidità dilagante è molto più grave di quanto si possa pensare. E il problema non è solo quello di una politica il cui teatrino vede una folta schiera di personaggi sbattersi più per le poltrone che per il palcoscenico, ma anche quello del moltiplicarsi dei fattori di rischio. Il quoziente d’intelligenza umano arriva a 160. Quello dell’intelligenza artificiale arriva a 10.000. Ma l’intelligenza artificiale è alimentata da tutti noi, ogni giorno involontariamente attraverso i motori di ricerca. Questi sistemi si nutrono dei nostri dati personali poiché sanno tutto di cosa digitiamo, desideriamo, odiamo, nascondiamo. Infatti a uguali domande di persone diverse non corrispondono uguali risposte, come dovrebbe essere. Perché il motore di ricerca si nutre del pasto di parole che ciascuno di noi gli fornisce e dà un risultato ben lontano dalla neutralità. Moltiplicando quest’azione per miliardi e miliardi di volte è plausibile pensare che l’intelligenza artificiale possa risentire di un mood sempre più in linea coi tempi e, nel caso della cretinocrazia, coi disastri a essa collegati.

 

Siamo invecchiati a forza di illusioni. Uno dei primi moderni arnesi tecnologici coi quali la maggioranza delle famiglie si è trovata a combattere è stato il decoder della tv. Ogni tanto, prevalentemente in coincidenza con una finale dei mondiali di calcio o con la prima di un film particolarmente atteso, quello si piantava. E l’unica speranza era chiamare il centro di assistenza telefonico. Fu allora che si diffuse la barzelletta dell’auto in panne. A bordo ci sono quattro ingegneri specializzati, uno in chimica, uno in meccanica, uno in idraulica e uno in informatica. Il chimico sentenzia: “Dev’esserci qualche impurità nel carburante”. L’esperto in meccanica ribatte: “Macché, sicuramente è un guaio all’albero motore”. L’ingegnere idraulico non ci sta: “Ma che dite? Si è guastata la pompa dell’olio”. Alla fine interviene l’informatico: “Sentite, facciamo così: scendiamo tutti e poi risaliamo, vedrete che parte”.

Era il trucco dello “spegni e riaccendi”. Che dal decoder al telefonino, dal computer al tablet ci ha dato l’illusione di poter davvero dominare la tecnologia con poco. In realtà il problema di tutta questa storia è che il progresso ci ha fatto diventare bravissimi a indovinare cosa sarà importante nel futuro, ma non a capire cosa non lo sarà.