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Contro il mito della purezza. Intervista a Jonathan Franzen

Lui è l’autore americano più celebrato della sua generazione: appartato in California, scrive romanzi e guarda gli uccelli. Odia i social network e il dominio dell’io. Non gli piace Weinstein né la caccia alle streghe. Michele Masneri è andato a trovarlo

19 Marzo 2018 alle 14:36

Contro il mito della purezza

Jonathan Franzen (foto LaPresse)

Jonathan Franzen abita a Santa Cruz, capitale del surf. Per arrivarci si scende da San Francisco, un paio d’ore di macchina, poi si comincia a intravedere la costa drammatica, quella del Big Sur, dei surfisti in acqua in lontananza, con le mute nere, che qui son state inventate. A Santa Cruz ci sono solo negozi di surf e centri di abbronzatura e dentisti e massaggiatori. Lui però abita all’interno, su una collina, in un quartiere vagamente residenziale, tipo Parioli, anzi Monteverde Vecchio per surfisti, con casette di legno a due piani e una vista mare mediata da una sfilza di alberi giganteschi. Fuori, delle Prius, vicini sessantenni, fricchettoni pacificati. Ma cosa farà, con chi parlerà questo massimo scrittore americano in questo borgo, lontano da New York e da Los Angeles e da qualunque capitale morale o immorale? I maligni sostengono che da quando si è trasferito qui, con l’ossessione del bird watching, non ha più nulla da dire. Lui è notoriamente precisissimo, in attesa di bussare alla fatale porta alle 16.30, sfruculiando sul wi-fi, ci appare una Rete che si chiama “aggravation”, e sembra un perfetto titolo franzeniano. Apre, e ha sempre la faccia da ragazzo un po’ lupesca, un po’ somigliante a Stephen King col tempo che passa, ha i jeans, una camicia blu e dei calzini bruttissimi grigi bicolori. “Son tre anni che sto qui”, dice in questa casa silenziosissima e un po’ anonima, libri neanche tanti, salotto luminoso con tende, niente design, qualche ciaffo. “New York no, non mi manca. Ci ho abitato venticinque anni e adesso le poche volte che ci torno non riconosco niente, ci sono stato due anni fa, non riconoscevo più niente, certo sì, tutta quell’energia, quelle sensazioni, ma non fa più per me. Ci sono solo banche al posto dei miei ristoranti preferiti”.

 

Abita a Santa Cruz, capitale del surf, in un quartiere con casette di legno a due piani e una vista mare mediata da alberi giganteschi

Sembra lo Zuckerman di Il fantasma esce di scena, il Philip Roth minore che torna a New York dopo l’esilio. “Mi mancano gli amici, ecco, quello sì”. E qui che fa? Ci sediamo sul divano. “Oh, una vita pigra. Non che prima fossi molto più produttivo. Mi sveglio alle sette, vado in ufficio”. Ha questo ufficio all’Università di Santa Cruz, anche se non insegna. “Sto lì cinque-sei ore poi torno a casa”. Non scrive mai a casa, tranne proprio nei casi rarissimi in cui è nel mezzo di un romanzo che non lo fa dormire, e allora ci lavora giorno e notte, dice. Dedica un’ora alle mail. “Rispondo sempre lo stesso giorno!” dice entusiasta, è una cosa di cui è molto orgoglioso. “Torno a casa dall’ufficio e faccio un’ora di email, tutti i giorni anche la domenica. Sai perché? Perché se rispondo subito posso scrivere una mail breve , tipo sì, no, grazie, altrimenti se passano i giorni poi devo scrivere una vera e propria lettera” (infatti risponde lui personalmente, gentilissimo e ossessivo: “Avrei tempo fra tre mesi dalle 16.30 alle 17.30”, benissimo).

 

Qui a Santa Cruz è venuto per stare con la compagna, Kathryn Chetkovich, anche lei scrittrice. Lei ha una mamma anziana e malata e le sta vicino. “La mamma di Kathy ha novantotto anni. E’ strano perché ci ho messo così tanto a convincerla a venire a vivere a New York, e poi quando sua madre si è ammalata, lei ha cominciato a tornare qui e poi mi sono piazzato anch’io”. Chetkovich scrisse qualche anno fa un racconto intitolato Invidia. La storia di un ragazzo e una ragazza che si conoscono, entrambi scrittori, e uno poi ha un successo pazzesco. E l’altra no. “Questa è la storia di due scrittori. Cioè, in poche parole, è una storia di invidia”, è l’incipit. L’invidia ha un posto importante nelle emozioni franzeniane. O forse è il suo modo di essere sempre troppo sincero. E’ un sentimento socialmente poco accettato, quindi lui ci si tuffa. “Invidia? Oh, divertente no?”. Beh, sì, diciamo che i libri delle mogli degli scrittori sono sempre interessanti, come quello della moglie di Philip Roth. “Veramente c’è anche quello di John Bayley, il marito di Iris Murdoch. Anche i libri dei mariti sono interessanti!”. E’ stato imbarazzante leggere il racconto della tua fidanzata? “Oh, no, per nulla, era molto divertente” (pausa). “Oddio, poi io scrivo di tutti, tiro in ballo tutti, come potrei criticarla”.

 

Non gli manca New York. Vive con la compagna Kathryn Chetkovich, anche lei scrittrice. Un suo racconto s’intitola “Invidia”

Ci sono pochi libri in casa. “Oh, da quando non scrivo più recensioni e blurb, non me ne mandano più. Tranne quelli sugli uccelli. Quelli me ne arrivano a decine, ogni giorno, di qualunque tipo. Da quando si è sparsa la voce”. Della sua mania. Noi si è giurato a noi stessi di non fargli mai la domanda sugli uccelli, anche se lui continua a parlare di uccelli. E che ne fai di questi libri? “Li vendo al negozio dell’usato, qui sotto”.

 

Hai mai trovato un tuo libro con dedica nell’usato? Succede in certe librerie, dediche affettuose di celebri scrittori e poi i dedicati che corrono a vendere il libro. “Normalmente non cerco mai i miei romanzi in libreria, perché se qualcuno mi vedesse sarebbe imbarazzante”, dice. “Una volta a Philadelphia però ho trovato un mio libro che avevo dedicato a un giornalista di un giornale locale. Mi aveva fatto una recensione stupenda tra l’altro. Ma poi mi dopo mi chiese di fargli una lettera di presentazione per una borsa di studio, e io non gliel’ho fatta, così si dev’essere incazzato e ha venduto la sua copia con la mia dedica. Così almeno ho ricostruito”.

 

“Ah, sai chi va sempre a guardare tra i suoi libri invece? Rick Moody. Lui sì. E’ anche un grande collezionista. Io invece non ne ho tanti, come vedi: alcune prime edizioni di DeLillo, una prima edizione di Augie March, dei Flannery O’Connor, molta Alice Munro. Ma il grosso è a New York”. 

  

 

Fa ricerche per prossimi romanzi? “Ah, no, non mi piace, non lo faccio mai, e poi non scrivo romanzi storici che lo richiedano. Fare ricerche è pericoloso poi, perché a un certo punto ti convinci che stai lavorando, mentre non stai veramente lavorando. E poi tutti possono fare ricerche, quella è la parte facile. Addirittura può capitare che ti diano qualcuno che le fa gratis per te. Io ho questi studenti dell’Hunter College che lo fanno per me. Così ho un bellissimo file sugli aspetti legali della lotta all’amianto in America dagli anni Sessanta a oggi, stupendo proprio, anche se non so che farmene. Ma vanno tenuti impegnati, questi ricercatori”.

 

E poi che fa? “Gioco a tennis. E poi naturalmente il bird watching, gli uccelli, che sono la mia passione” (ancora). Fa dei reportage, con questi viaggi bestiali per andare a osservare specie protette o moribonde in giro per il mondo. Nel 2017 ne ha stanate 1.286, suo record stagionale. “Sono stato anche in Italia, c’è un grossissimo problema di uccisione illegale di uccelli”. Diciamo che non è il nostro problema principale, al momento. “Oh, sì, vero, le elezioni. Benvenuti nel club”.

 

Va bene, ok, tocca farla la domanda. Ma questa passione per gli uccelli? Sobbalza. Si alza proprio: “No dai, mi stai facendo davvero questa domanda? Va bene, buuuhhh, prendi cinque minuti e leggi questo, e mi dà un numero del National Geographic con un suo pezzo. Devo leggerlo davvero? “Oh, no, sono solo duemila parole. Dovresti leggere quello da ventimila intitolato Il mio problema con gli uccelli, che è contenuto in Zona disagio”. Certo, non mancheremo. “Odio questa domanda”, ribadisce accasciandosi sul divano. Sì, ho capito, ma sei tu che hai nominato gli uccelli venti volte finora (lo fa chiaramente apposta).

 

“Se io dico che c’è un problema coi gatti in America, cinque milioni di fans dei gatti non aspettano altro che di odiarmi, ma io non dico cose strane… “Uccidono un miliardo di uccelli l’anno!”

Non avendo letto le ventimila parole, ci sembra che gli uccelli per Franzen siano una specie di filtro attraverso cui legge e contesta la realtà attuale. Sono come le lucciole di Pasolini: Franzen, antimoderno come Pasolini, odia Internet, odia Twitter, odia i social network, vorrebbe tornare al telefono a disco. Ed è ossessionato dagli uccelli. Tra le polemiche che lo rendono irresistibile c’è quella sugli uccelli e sui gatti e sul cambiamento climatico. “Se io dico che c’è un problema coi gatti in America, cinque milioni di fans dei gatti non aspettano altro che di odiarmi, ma io non dico cose strane”, scatta. Insomma. Non direi che gatti-che-mangiano-uccelli sia tra i primi dieci problemi d’America. “Per la conservazione del pianeta sì, assolutamente, è tra i primi dieci”, dice lui sostenuto ma rassegnato. “Uccidono un miliardo di uccelli l’anno!”. Ma sei ossessionato da questi gatti. Gatti e uccelli. In Freedom c’è tutta la parte sui gatti che uccidono gli uccelli (“ma doveva essere educational” ha detto al Guardian, perché Franzen è un narratore ottocentesco e la letteratura deve spiegare, anzi Freedom è un trattatello anti-felino).

 

Odia i gatti e odia Twitter. “Ma chi lo ama, Twitter? Chi?”, esala lui. “Come si fa ad amare Twitter oggi? Perché bisogna amare Twitter?” Perché è un uccello. In fondo è una nemesi pazzesca, l’uccellone azzurro di Twitter è lo stesso che campeggia nella copertina del suo Freedom. Non risponde alla provocazione. Riproviamo: secondo la LA Review of Books, Franzen, insieme a Kanye West, è l’artista che è più facile detestare in America. Te la prendi con tutti. Adesso anche contro il climate change. E’ riuscito infatti ad attaccare – da sinistra – gli ecologisti, che gli hanno subito imbruttito. Li chiama “i professionisti del climate change”, e quelli si sono imbufaliti. “Ho scritto un pezzo sul New Yorker tre anni fa e proprio mi hanno ricoperto d’odio”, dice soddisfatto. Era un pezzo contro la Audubon Society, un’associazione ambientalista, secondo cui il cambiamento climatico è la più grande minaccia per gli uccelli. “Non che voglia negare il climate change, ma non vedo perché dovremmo tutti sottostare a questa posizione”, ha scritto Franzen. “Avevo appena letto che il nuovo stadio dei Vikings a Minneapolis con le sue pareti di vetro avrebbe causato la morte di migliaia di uccelli, ma non gliene fregava niente a nessuno. Nello stesso momento esce questo report della Audubon Society secondo cui nel 2080 gli uccelli saranno sterminati a causa del cambiamento climatico, e io ho pensato, perché ci concentriamo sul 2080 e non facciamo qualcosa ora? Sarà che sono nato protestante e poi convertito all’ambientalismo, ma questa mistica ecologica del futuro non la capisco. Restano solo dieci anni per salvare il pianeta, è un altro mantra. Ma lo dicevano anche nel 2005 e nel 1995”. “Il risultato fu che sono stato bollato – dice – come un negazionista, bombardato da un attacco balistico dal lanciarazzi liberal”.

 

“Adesso invece ho scritto le stesse cose sul Guardian e non mi ha filato nessuno. Credo che fondamentalmente non gliene freghi più niente alla sinistra di combattere il cambiamento climatico, se non per dare addosso a Trump. Questo è proprio strano perché in realtà sta andando tutto peggio sempre più velocemente, i ghiacci si stanno sciogliendo più rapidamente, le temperature si alzano, ma non gliene frega più niente a nessuno”. Insomma, adesso che la sinistra non si ostina più sul climate change, adesso tu diventi un paladino del climate change. “No, no, però io continuo a dire che magari potremmo destinare un po’ di risorse ad altre cose che non siano il climate change”.

 

“Se un signor James Smith fa un post in cui dice: io sono d’accordo con Hillary ma certe cose che dice Trump mi trovano favorevole, avrà due like pietosi da parte dei parenti, ma se mette una foto la più assurda possibile di Trump, avrà migliaia di interazioni. Ecco la democrazia diretta, che meraviglia”

Insomma, non c’è verso, vuoi proprio che ti odino, non ce la fai a essere semplicemente un grande scrittore americano amato da tutti e con vista-mare. Masochismo? Timore degli Dei? “No-no-no-no, assolutamente, però ci troverei qualcosa di strano, di sbagliato, ecco, ad essere amato da tutti, specialmente quando mi occupo di questioni anche politiche. Se fossi amato da tutti vorrebbe dire che i miei argomenti sono così blandi, sarei fallito come scrittore”. Si alza e va ad alzare il riscaldamento perché ha freddo.

 

Ma senza Facebook che fa tutto il giorno a Santa Cruz?

 

“Perché dovrei averlo?” dice drammaticamente. Perché tutti ce l’abbiamo. “Non tutti, non tutti”. Dicono che aggiusteranno Facebook. Aggiusteranno Twitter. “Non possono, è il loro business model. L’obiettivo di Twitter è di essere ritwittati, e di avere molti followers, e per fare questo non lo fai grazie alla tua sensibilità, lo fai scrivendo cose più polemiche possibili. Non c’è neanche bisogno di parlare delle fake news, è proprio il modello di business di Internet che punta a vendere delle cose, e non produce niente di buono nel discorso pubblico. Certo, c’è la partecipazione, che bello. Ma che partecipazione è? Se un signor James Smith di Des Moines, Iowa, fa un post in cui dice: io sono d’accordo con Hillary ma certe cose che dice Trump mi trovano favorevole, avrà due like pietosi dei parenti, ma se lo stesso signor Smith mette una foto la più assurda possibile di Trump con una caption violenta o ridicola sui suoi capelli, avrà migliaia di interazioni. Ecco la democrazia diretta, ecco la partecipazione, che meraviglia”.

 

Fa surf? “No, per carità, anche se certo, qui tutti i vicini sono surfisti. Ma è una cosa che credo devi iniziare a dieci anni, adesso mi farei malissimo, mi viene il colpo della strega di sicuro”. L’anno scorso si era venuti qui a Santa Cruz per il funerale di O’Neill, l’inventore della muta termica. “Eh, beh, qui il surf è una cosa seria. La mattina ascolto ogni tanto il surf report, le previsioni del tempo specifiche. Ma no, è troppo pericoloso, so già che taglierei la strada a qualcuno, poi cadrei dalla tavola rompendomi la schiena, no, no, per carità”. Il tennis invece gli piace proprio. “Ho cominciato sul lago di Como, qualche anno fa. Ero lì per un seminario a Bellagio alla fondazione Rockefeller e mi annoiavo talmente ed ero così infelice che ho preso una racchetta e ho cominciato a tirare palle a caso. Poi qualche anno dopo col mio amico David Means abbiamo cominciato a giocare a Central park, poi ho preso un po’ di lezioni”.

 

“Mentre Kathy gioca da quando è bambina. Dei venti momenti (lui enumera spesso) in cui ti rendi conto che sei innamorato di una persona, uno è quando l’ho vista giocare con la sua gonnellina bianca a Central Park, era la seconda volta che ci vedevamo”. “Qui a Santa Cruz giochiamo in doppio qui con degli amici, anche se preferisco da singolo. Mi piace fare cose compulsivamente, e in doppio ci sono dei momenti vuoti, devi aspettare, e questo non è perfetto”. Naturalmente viene in mente David Foster Wallace, il suo amico che s’è ammazzato. “Lui era bravo sul serio a tennis. Ma alla fine non giocava più, odiava il contatto con la gente, si inventava che gli facevano male le ginocchia, però con me giocava, lo faceva per gentilezza”. Franzen ha detto più volte di odiare il santino in cui DFW è stato trasformato dopo la morte.

 

“Sì. Mi dà fastidio”. Pausa interminabile. Lui fa sempre delle pause lunghissime così uno gli fa la domanda successiva e poi lui risponde e dopo un po’ dice “ma vorrei tornare alla domanda precedente”. Alberi che vibrano fuori dalla finestra. Sono le famose sequoie californiane? “No, sono eucalipti. Ma vorrei tornare alla domanda precedente”. “Non era mai stato neanche nominato per nessun premio importante. Mai neanche in una finale. E poi all’improvviso quando è morto è diventato un genio, capisci?”. Ma a te piace il suo lavoro? Rileggendo oggi le sue cose sembrano così datate. “Alcuni lo considerano manierato, e sì, ancora oggi alcuni ventenni dicono, sai, sto leggendo Infinite Jest, è un po’ una posa… Però forse sai cosa? lui forse non ha mai trovato il modo di scrivere da adulto per adulti. O non ne ha avuto il tempo. O forse sei tu che stai diventando vecchio”, mi dice. “E’ come Salinger, quando lo leggevo a vent’anni era fantastico, adesso a parte un paio di racconti non è più cosa. C’è tutto quel sentimentalismo, e il sentimentalismo è una cosa da ragazzi”.

 

Insomma non ti deprimi qui. Già la vita dello scrittore è deprimente, stare sempre da soli. “Ma io adoro stare da solo! Andare in zone della memoria sgradevoli, ricordi che non bisognerebbe cincischiare, è il mio lavoro, certo” (è entusiasta).

 

“Cosa ho mai detto sui neri? Ah, che non ho nessun amico nero. E non ho avuto nessuna fidanzata nera, certo. Cosa dovrei dire? E’ la verità.

Ho letto che scrivere dei tuoi genitori è particolarmente penoso. “Sì, è sempre triste. Mio padre è abbastanza identico a Alfred nelle Correzioni, mia mamma era una donna più complessa, è spalmata su vari personaggi, in Enid ma anche in Patty di Libertà, nella mamma di Pip. Purity è un libro sulle mamme. Io ero l’ultimo di tre fratelli, non è che ci fosse un dialogo, odiavo dire ai miei che mi sarei sposato, odiavo dirgli che volevo fare lo scrittore”. Ti vergognavi di voler fare lo scrittore? “Non mi vergognavo, no, ma sapevo che non l’avrebbero capito. Lei era super critica, sempre stata, poi negli ultimi anni è cambiata. Lei non mi è mai piaciuta molto, e non credo di essere stato mai un ottimo figlio. Non che sia stato un cattivo figlio. Gli scrivevo, li chiamavo una volta alla settimana, ma più per senso del dovere. Erano al trentesimo posto nella mia lista delle persone da chiamare (altra enumerazione). Poi mio padre si è ammalato. Ma anche quando si è ammalato (ha avuto l’alzheimer, Franzen ci ha scritto su un saggio, My Father’s brain) era chiaro che mi amava. Se n’è andato quando avevo 35 anni, e mia madre dopo la sua morte è cambiata molto, ha smesso di giudicare, e se n’è andata dopo quattro anni. Dopo la loro morte sono stato finalmente libero di scrivere quello che mi pareva sulla mia famiglia”. Le correzioni l’aveva iniziato che sua madre era ancora viva, “e ha fatto in tempo a vedere il primo capitolo, pubblicato sul New Yorker. Cioè, non l’ha letto, perché mia zia Margo, sua sorella, le telefonò subito dicendo: Irene, non ti piacerà quello che c’è sul New Yorker. Lei mi convoca, molto preoccupata. Così mi sono messo lì con lei col New Yorker e le ho riassunto paragrafo per paragrafo il primo capitolo delle Correzioni, e alla fine lei ha detto: bene, grazie, non avevo motivo di preoccuparmi di questo libro. Una settimana dopo era morta”.

 

“Ero completamente liberato come scrittore”, dice. “Adesso capisco che mi hanno dato così tanto, e non chiedevano molto, in fondo. E poi mi hanno fatto questo grande regalo di morire giovani. Ma adesso non è che mi senta in colpa, però mi dispiace (Franzen ha questa cosa che cerca sempre di essere onesto, anche troppo). “Erano poveri, vivevano una vita di risparmi, non solo economici ma anche intellettuali, tutto era per i figli. Mio padre non ha fatto in tempo a vedermi sulla copertina del Times Magazine (dedicata al “grande romanzo americano” nel 2010), che avrebbe significato così tanto per lui. Mi mancano, ecco. Vivono nella mia testa, come oggetti mentali. Non se ne vanno. Kathy per esempio ora c’è, ma un giorno potremmo lasciarci. Loro no, loro ci saranno per sempre. Ha un po’ senso quello che dico? Boh, non so… Ma vorrei continuare sui miei genitori. Una vita da perfetta middle class… quando Freedom è uscito, ho fatto più soldi in due settimane di tutto quello che loro ci hanno lasciato in eredità. Mia madre amava viaggiare, e un po’ l’ha fatto, ma adesso a me mi invitano da tutte le parti, lei l’avrebbe amato molto, le piacevano le feste (viene in mente la Enid delle Correzioni, che descrive le torte e i gamberetti dei party dei vicini di casa).

 

Franzen ha due fratelli molto più grandi, vivono a Seattle e Portland, sono entrambi in pensione, dice, il più grande faceva il medico, al pronto soccorso, l’altro faceva l’artista e poi aveva messo su un’impresa edile, lui ha nipoti e pronipoti, il primo nipote è nato quando Franzen era al college; mette tenerezza pensare allo zio Jonathan che viene su da Santa Cruz a trovare i nipotini “ma questo non può interessare i tuoi lettori” (si alza e riaggiusta una finestra, “non riesco a trovare l’angolazione giusta”).

 

Wikipedia con un’eterogenesi dei fini stupenda colloca Franzen nel movimento della “new sincerity” e del “realismo sociale”. Nel primo caso non si sa cosa voglia dire, ma calza perfettamente. Il secondo è un movimento pittorico, era nella Russia staliniana. Lui ride. “Io mi considero piuttosto uno scrittore ironico. Sì, sono ironico”. Eppure tutti ti considerano un malmostoso. Dovresti aprire una pagina Facebook (per la bestemmia, si aziona improvvisamente e magicamente il motore di un frigorifero rumorosissimo). “Non mi importa niente neanche di Wikipedia. Solo se pensi che l’esistenza online abbia un senso ti puoi interessare di questa cosa. “Ma il realismo sociale non erano quei pittori di Stalin? Sono un pittore e non lo sapevo!” (si alza e va ad alzare di nuovo il riscaldamento, almeno un paio di gradi). Però anche come esponente della new sincerity te le vai un po’ a cercare, come con la questione dei neri. Cosa ho mai detto sui neri? “Ah, che non ho nessun amico nero. E non ho avuto nessuna fidanzata nera, certo. Cosa dovrei dire? E’ la verità. E non perché non consideri le questioni razziali un grosso problema in questo paese. Lo sono. Bisognerebbe parlarne di più. Credo si sottovaluti il problema. E però, confermo, non ho mai avuto una fidanzata nera. Che posso fare?”. Sulla questione dei neri hanno detto che è un razzista in quanto privilegiato-maschio-bianco. Sul #MeToo che ne pensi? “Certo il mondo è un posto migliore senza un Harvey Weinstein. Va benissimo. C’è solo questo problemino”… Oddio, adesso si rimette nei guai. “C’è un po’ di caccia alle streghe. Ma che ci posso fare. Sono un liberal fatto e finito! Sono di sinistra certificato. Ma non posso avere una sfumatura di critica all’ortodossia liberal attuale? “Ma forse è solo un problema mio” (si accascia), “che semplicemente sto sulle palle a tutti, e del resto è sempre stato così, alle elementari, le medie, sono cresciuto proprio con la consapevolezza di stare sulle palle alla gente”. E’ triste, sul serio. Ma forse ti piace questa cosa. “Non mi piace”, quasi urla. “La odio!”. E poi ride un po’.

  

Ma Franzen non è Pasolini, è più Mark Twain, uno scrittore appartato che ridendo castigat mores. Così, la sua persona non può essere che la terza

E poi: “Ma se mi chiedono perché non ho mai un personaggio nero in un mio libro rispondo la verità, che bisogna stare molto attenti se sei uno scrittore bianco, a descrivere un personaggio nero oggi, in questo momento storico. Forse se avessi un amico o una fidanzata nera allora potrei fidarmi dei miei poteri empatici e proverei a fare un personaggio nero”.

  

Aggravation è il nome del tuo wi-fi? Niente, va avanti. “Mi criticano per non avere nessun amico nero. Ma che devo fare! Dovrei uscire di casa e dire, ehi, ci sono dei neri con cui posso diventare amico?”. Dai, andiamo giù in città a fare amicizia con dei neri. Oppure affittalo. Affitta dei finti amici neri. “Molto divertente”, dice lui. “Già mi hanno accusato di affittare dei giovani”. Come dei giovani? “Sì, avevo detto che volevo capire meglio i giovani e a un certo punto pensavo di adottare un bambino iracheno, quando il mio editor disse che era meglio se affittavo dei giovani, per scherzo, e l’ho detto in un’intervista e naturalmente per questa battuta i social media mi hanno massacrato”.

 

Franzen combatte dalla sua monofamiliare vista mare una battaglia tenera e impossibile: come ha scritto sul Guardian, siamo in una specie di epoca d’oro del sestessismo. L’epoca del saggio personale su “a che festa sei stato venerdì sera, come sei stato trattato da un’hostess, che ne pensi della polemica politica del giorno: la presunzione dei social media è che anche la più insignificante micronarrazione meriti non solo una notazione privata come un diario, ma addirittura di esser condivisa con altre persone”. “Anche luoghi tradizionali come il New York Times hanno allentato le maglie e consentono oggi la prima persona, IO, con la sua voce e le sue opinioni e impressioni” (questo articolo sarà in una raccolta di saggi che uscirà l’anno prossimo per Einaudi, tradotta da Silvia Pareschi).

 

Ma Franzen non è Pasolini, è più Mark Twain, uno scrittore ottocentesco appartato che ridendo castigat mores. Così, la sua persona, quella con cui scrive tutti i romanzi, non può che essere la terza. “Ah, io amo la terza persona!” scatta su. Oh sì, ho sempre provato, in prima. Non funziona mai. E’ così limitante”. Già, ma la terza persona, col narratore onnisciente e tutto, non suona un po’ artificiale? “Artificiale? Ma tutto è artificiale” (si indigna). I romanzi mica nascono sugli alberi. Tutto è convenzione. Semmai è proprio in tanti romanzi scritti in prima persona che senti l’artificio. A chi sta parlando il narratore? E poi tutti questi narratori-protagonisti che magari sono un metalmeccanico o una casalinga del midwest e hanno questo linguaggio così sofisticato, mah. Come usano bene la punteggiatura, mah. Chi l’ha scritto? Ah, naturalmente Internet…”. Oddio, mo’ è colpa di Internet pure sulla fine della terza persona. Per Franzen la prima persona è la finzione suprema, nella sua pretesa di soggettività.

 

E la tv, la guarda? “Oh, sì, guardiamo un sacco di serie. Stiamo aspettando la nuova stagione di Silicon Valley, non vedo l’ora che ricominci, e Better Call Saul, e il bello di ogni volta che si guarda una serie è che mi vado a rivedere la stagione precedente”. Riflettiamo sul cliché supremo, le serie come nuovi romanzi popolari. “Ah, sarebbe davvero difficile per un romanzo oggi ricreare un universo con la stessa precisione. Un singolo individuo non è in grado di ricreare quel mondo, con quella precisione di dettaglio. Hai una squadra di scrittori, una squadra di ricercatori, una squadra di consulenti”. E non sarebbe più divertente, meno deprimente, anche scrivere i romanzi così? In squadra? “Oh, noooooo”, sospira, e fa delle facce schifate. “Io ho il controllo totale sul mio lavoro quando scrivo, ci penso giorno e notte, e non voglio condividere questa cosa con nessuno”. Come tutti, ha avuto disavventure televisive.

 

“Delle Correzioni si doveva fare una serie ma non se n’è fatto niente, tranne una puntata pilota orribile”. Ma tu sei uno di quegli scrittori che vende i diritti e si disinteressa oppure sei della scuola che vuole essere coinvolto? “Oh, no, sono stato molto più coinvolto di quanto volessi in entrambi in casi”. Le correzioni è stato maledetto fin dall’inizio, dovevo fare una trattamento e ne ho scritti otto. Ufficialmente della squadra ero quello che non aveva mai fatto tv, ma presto ho capito che nessuno di questi, registi, sceneggiatori, aveva mai visto un film o una serie di qualità, insomma ero l’unico che ne capiva qualcosa: ma non avevo il coraggio di dirlo perché ero intimidito”. Tra le maledizioni, anche una cena a New York con Philip Roth, che voleva conoscere il giovane autore del momento, ma il regista della improbabile serie trattiene Franzen alla interminabile riunione (“chi se ne frega di questo Roth, qui si fa la televisione”), lui corre, arriva all’appuntamento in ritardo e sudato come il Chip delle Correzioni. Sarà la prima e ultima cena con Roth.

 

“La seconda volta però per Purity non mi sono fatto intimidire, e questa volta ci siamo divertiti molto col regista Scott Rudin e Daniel Craig a immaginare le diverse puntate. Lavoravamo un sacco, sette-otto ore al giorno. Avevamo il miglior regista, i migliori attori, e davvero la sceneggiatura era perfetta, tutto perfetto, nessun risparmio, io dicevo, serve questo palazzo a Berlino nella Ddr, loro pronti lo rifacevano in realtà virtuale, cinquecentomila dollari di lavoro per una inquadratura di due secondi. Però no, ecco, un romanzo scritto in squadra, no, mai proprio”.

 

Maestro, ma insomma questo wi-fi Aggravation è il suo? “Sì, certo”, ride. E questa California? Davvero le piace qui? “Non pensavo che ci fossero tutti questi lettori, sai. E’ lo stato con più lettori d’America. E anche Santa Cruz: ci abitano un sacco di scrittori, ci abita George Saunders, Elizabeth McKenzie vive qui, c’è una grande libreria, e tutti quelli che conosco leggono libri, non pensavo. Io mi immaginavo la California un posto in cui tutti hanno una jacuzzi sul terrazzo, invece non sono mai stato in una jacuzzi finora qui”. Nessun cliché confermato? Ci pensa su. “Beh, Kathy è così razionale, logica, ha una testa completamente scientifica. Eppure fa l’agopuntura. E poi il rolfing”. Ma che è il rolfing? “E’ un massaggio profondo, qui lo fanno tutti, tutti vanno dai loro rolfers… torni a casa tutto unto, ma come si fa”.

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