Siamo tutti figli della tv

Andrea Minuz

L’illusione grillina della partecipazione attiva come nel televoto. Il governo Lega-Movimento 5 stelle non nasce per caso. Ha radici televisive lontane. Cominciò Tortora con “L’altra campana”

Venerdì della scorsa settimana, lanciando la votazione online del contratto di governo, Di Maio ha detto che eravamo di fronte a un “momento storico”. Come nel più classico dei copioni della commedia all’italiana, “Rousseau” è andato in tilt dopo pochi

Un errore pensare che la televisione influenzi il dibattito politico solo con i format che parlano di politica

click, ma non per questo si dirà che “Giggino” stava esagerando. Dopo la storia come tragedia e come farsa c’è la storia come democrazia diretta. “Se voi deciderete che è la strada giusta da percorrere”, spiegava Di Maio, “allora firmerò per far finalmente partire questo governo del cambiamento”. Tutto nuovo, eppure tutto così familiare. Mancavano solo lo “stop al televoto”, gli sponsor, l’annuncio delle nomination: scegli chi vuoi eliminare tra “acqua pubblica” e “alleanza con Putin”, dopo la pubblicità Mattarella ospite in studio e tutta la verità sul curriculum di Giuseppe Conte. L’illusione della partecipazione attiva, il populismo, il mito della democrazia diretta si comprendono meglio se collocati dentro la storia della televisione che in quella politica. Per quanto sia condivisa l’idea di una “responsabilità dell’informazione nell’ascesa dei populismi”, insieme ovviamente alla crisi dei partiti, alla crisi economica e alle paure della globalizzazione, le cose sono un po’ più complesse. Il governo Lega-M5s-La7 non nasce per caso, ma non è solo il frutto dei talk-show anticasta, delle litanie sui vitalizi, delle “Iene”, di “Quinta colonna” o di trent’anni di “Striscia la notizia”. Anche le sue radici televisive sono profonde e vengono da lontano.

 

Uno degli errori classici quando si affrontano i rapporti tra media e democrazia è pensare che la televisione influenzi il dibattito politico solo con i format che parlano di politica. Niente di più distante dal vero. L’influenza della tv sulla metamorfosi della nostra democrazia si è esercitata semmai in due campi distinti ma destinati fatalmente a convergere: da un lato, il lungo training del coinvolgimento “immediato” con il televoto che alimentava simbolicamente la favola della democrazia diretta; dall’altro, la progressiva riduzione della complessità politica allo schema del “popolo” soggiogato dalla “casta”. Quando Matteo Salvini liquida l’esperienza del centrodestra dicendo che “il punto ormai è popolo contro élite, non più destra contro sinistra”, ammette implicitamente che a una visione del mondo costruita sulla teoria politica, i libri, i manifesti di partito, se n’è sostituita una fondata sul linguaggio televisivo a tinte forti dei talk, dei reality, dei talent. Una “dinamica politica elementare”, come scrivono Ilvo Diamanti e Marc Lazar in “Popolocrazia”: “il popolo contro le élite, quelli in basso contro quelli in altro, i buoni contro i cattivi”, come cantava Vasco nella sigla dell’“Arena” di Giletti.

 

In una formidabile chiacchierata con Playboy, pubblicata nel 1969, Marshall McLuahn si lasciava andare a una serie di previsioni sul futuro dei rapporti tra media e democrazia: “La tv sta rivoluzionando ogni sistema politico nel mondo occidentale”, diceva, “sta creando un tipo totalmente nuovo di leader nazionale, un uomo che ha molto di più del capo tribale che del politico, un uomo che governa la nazione attraverso la partecipazione di massa a un dialogo e a un feedback televisivo, dando al popolo l’esperienza di essere direttamente e intimamente coinvolto nelle decisioni”. Anni dopo l’avremmo chiamata “personalizzazione della politica”. L’intervista di Playboy andrebbe riletta oggi sia perché il guru di “medium is the

McLuhan nel 1969: “La tv sta creando un tipo nuovo di leader, più un capo tribale che un politico. La cabina elettorale è obsoleta”

message” traduceva in un linguaggio accessibile alcuni concetti un po’ oscuri della sua teoria, sia perché brillava di intuizioni che oseremmo definire “profetiche”, se da noi lo spazio della profezia non fosse già interamente occupato dall’opera omnia di Pasolini: “Il tempo della democrazia politica come la conosciamo è finito”, proclama McLuhan dalle pagine di Playboy, “la libertà individuale non sarà sommersa dalla società tribale ma acquisirà dimensioni differenti e più complesse. La cabina elettorale, in quanto prodotto della cultura occidentale alfabetica, è obsoleta. La volontà tribale viene espressa consensualmente, attraverso l’interazione simultanea di tutti i membri di una comunità profondamente interrelata e coinvolta che considererebbe l’espressione di un voto privato in una cabina elettorale protetta come un anacronismo”. “L’elezione come la conosciamo oggi”, concludeva McLuahn, “non avrà alcun senso nella società del futuro”. Addio cabina elettorale, benvenuto “Rousseau”. Quando Antonio Tajani e il Parlamento di Bruxelles ammoniscono Mark Zuckerberg dicendo che “la democrazia non deve e non può essere trasformata in un’operazione di marketing”, sappiamo benissimo che il problema non si esaurisce con Facebook, le fake news, i big data.

 

Dentro la storia recente della tv ci sono la crisi della rappresentazione politica per delega elettorale, l’avvento della tirannia della trasparenza, i processi di disintermediazione, il coinvolgimento comunitario, spontaneo, immediato in ogni area decisionale. A partire dagli anni Ottanta, conoscere le opinioni della gente comune e trasformarle in spettacolo o dati utili per la pubblicità o entrambe le cose diventa l’obiettivo principale della televisione. E’ in quel decennio che la tv diventa un formidabile laboratorio di modelli, valori, linguaggi che hanno radicalmente trasformato le logiche della rappresentanza politica nella direzione intravista da McLuhan. Nella tv italiana, la prima prova di tele-democrazia (come la chiama Edoardo Novelli in “La democrazia dei talk-show”) la offre un programma ideato e condotto da Enzo Tortora. E’ il 1980, forte del grande successo di “Portobello” Tortora decide di sperimentare un nuovo format, sempre con l’idea di portare alla ribalta il cuore dell’Italia profonda, la provincia, la gente comune. La trasmissione si intitola “L’altra campana” ed è strutturata come un talk-show, con rubriche, collegamenti nelle piazze, dibattiti in studio, momenti di varietà. La sua caratteristica principale però è il coinvolgimento diretto del pubblico da casa per costruire “un nuovo spazio dove far sentire la propria voce ai politici e alle istituzioni”.

 

Rispetto alla “Tribuna politica” o al salotto di “Bontà loro” condotto da Costanzo, che pure in quegli anni sta trasformando le forme del discorso politico in tv, “L’altra campana” assume un punto di vista “partecipato”, dal basso, assembleare. Come proclama Tortora presentando il programma: “Il pubblico da casa ora diventa elettore”. Il meccanismo era un po’ complicato, ma vale la pena tornarci. C’era il pubblico nello Studio Fiera 2 di Milano che, con una tastiera collocata sul bracciolo

La tv ha ceduto ai social media l’illusione di una partecipazione attiva, ma ha iniziato a raccontare il pessimismo, lo sfascio permanente

della poltrona, poteva esprimere in diretta il proprio voto sulle proposte o i temi dibattuti nella puntata. C’erano cittadini scelti attraverso un sondaggio, riuniti nella piazza principale del paese come a “Quinta colonna”, chiamati a “esprimersi sul quesito della puntata facendo suonare le campane del paese a festa o a martello”. Infine, c’era il telespettatore da casa, invitato a prendere la parola accendendo le luci di casa, “aumentando il consumo di energia elettrica, registrato e comunicato dall’Enel alla Rai nell’arco di pochi minuti”. La novità dell’“Altra campana”, scrive Novelli, consisteva proprio in “questo sondaggio casalingo, nell’invenzione di una sorta di democrazia plebiscitaria dell’interruttore che promuove il protagonismo dei telespettatori, riducendo ogni complessità in un semplice click”.

 

“L’Altra campana” va in onda per tredici puntate, dando voce agli appelli più disparati, causa civiche e ovviamente invettive generalizzate e indistinte contro la classe politica. E’ una prova rudimentale di democrazia diretta che legittima, seppur timidamente, l’idea di un intervento senza filtri. Il servizio pubblico passa “dall’educazione alla cittadinanza e alla politica, alla raccolta delle opinioni e alla rappresentanza della protesta con un occhio all’intrattenimento”. “Noi mica vogliamo sostituirci al Parlamento”, diceva Tortora, “questa è inchiesta spettacolo, ovvero spettacolo con inchiesta, ma è una cosa seria, ve lo garantisco”. D’altro canto, il programma era stato preceduto da un’inchiesta condotta dallo stesso Tortora e raccontata sulle pagine del Radiocorriere Tv con il conduttore che entrava nelle case degli abbonati (vincitori di un concorso che li premiava con una tv a colori) per “raccogliere fedelmente le critiche, le osservazioni, i mugugni, i commenti e le proposte, come in un sondaggio d’opinioni”. Come scriveva Tortora: “Questo è il primo tentativo di far votare la gente da casa”, perché, “tra vent’anni le elezioni si terranno via televisore”.

 

Trent’anni dopo, “Rousseau” materializza le fantasie plebiscitarie della televisione trasferendo nella politica dell’indignazione il linguaggio del marketing: “Questa è la piattaforma dove puoi esprimere le tue idee e sostenere le sfide in cui credi, proponendo disegni di legge, votando le leggi proposte dagli altri utenti che ritieni più utili o urgenti, e portando tematiche di interesse collettivo all’attenzione dei nostri Portavoce. Il cambiamento è anche nelle tue mani, a partire da qui”. Se le prime sperimentazioni di televoto partono negli anni Novanta (il caso più celebre è l’“Eurovision song contest”) è solo con i reality degli anni Duemila che la formula diventa parte integrante della scrittura dei format. Votare da casa o per sms non è solo un momento decisivo dello show ma il meccanismo che struttura l’andamento delle puntate, la costruzione narrativa del programma, la vittoria dei concorrenti, nutrendo l’illusione di una comunicazione diretta tra spettatori e attori. In quegli anni, un’intera linea di ricerca sociale, da Eco e Ulrich Beck, da Bauman a Antony Giddens, individua nel successo dei reality la chiave di volta del ripiego nel privato, l’approdo ultimo del narcisismo occidentale, la vita delle gente comune trasformata in biografia pubblica. Ma dietro la trasformazione del voto in entertainment c’era anche una limpida metafora della democrazia diretta, dei processi di disintermediazione, del bisogno di partecipazione ai meccanismi decisionali nel modo più immediato possibile, insomma la favola del “governo eletto dal popolo”.

 

In un volume di qualche anno fa che raccontava le trasformazioni dei rapporti tra politica, media, democrazia Kristina Riegert, docente di giornalismo all’Università di Stoccolma, proponeva un neologismo impronunciabile ma a suo modo efficace: “politicotainment”. Mentre la politica si trasformava in un format interpretato, negoziato, rappresentato esclusivamente dall’entertainment televisivo, dai talk-show, dalla fiction, dai reality, la televisione si trasformava in una “industria del plebiscito”, ovvero in un “conglomerato di media, provider, agenzie di rating, marketing e pubblicità il cui core business è la trasformazione del nostro desiderio di votare nel principale format di entertainment”. Oggi, va da sé, la tv ha in

Dagli anni 80, conoscere le opinioni della gente e trasformarle in spettacolo o dati per la pubblicità diventa l’obiettivo principale

gran parte ceduto a Internet e ai social media l’illusione di una partecipazione attiva. Ma a quel punto ha iniziato a fare una cosa non meno fondamentale per la causa populista, tanto più in un paese come l’Italia dove il modello di televisione generalista è ancora molto forte: raccontare lo sfascio permanente, il pessimismo, l’odio sociale, la paura, il No a tutto, anche quando i conti non tornano (per il 2018 l’Istat conferma la previsione di una crescita del pil dell’1,4 per cento sostenuta dall’andamento positivo della domanda interna, ma raccontare questo dato in tv significa ormai fare il gioco delle élite, dei poteri forti, non sentire il grido di dolore delle diseguaglianze). La rappresentazione televisiva dell’indignazione si fonde quindi con l’illusione della partecipazione diretta e la democrazia dei “like”. Un matrimonio concreto fotografato dai numeri: lo scorso anno, oltre il 70 per cento degli americani ha guardato la televisione utilizzando nel frattempo internet e in particolare i social. Eppure, proprio dalla nuova tv nell’epoca di Internet potrebbe venire una qualche speranza. Sempre più persone in futuro saranno disposte a pagare per avere contenuti migliori, informazione e entertainment di qualità e meno pubblicità. Il populismo è probabilmente “il confine estremo della democrazia rappresentativa”, come oggi scrivono in molti, ma anche un passaggio inevitabile nella storia dei media in quell’intervallo compreso tra la “neotelevisione”, i reality e la diffusione dei social network. Dal loro riassetto dipende in gran parte la politica di domani.