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Essere Ibra

E’ il migliore, perché sa di esserlo. In un calcio di ragazzi imbronciati. Ciò che per altri sarebbe boria, per lui è ironia

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

8 Luglio 2020 alle 17:59

"Non posso che compiacermi di quanto sono perfetto". E’ uno degli aforismi preferiti di Zlatan Ibrahimovic. E si creda o no al concetto di perfezione, lui è uno dei pochi, nel suo sport, che possa permettersi di dirlo. Tutti gli altri no. Okay, non ha mai vinto la Champions né il Pallone d’oro. Ma la prima è kabala che sovrasta i destini degli umani, il secondo è una nota di merito. Come Don Andrés. Ha una certa ossessione per Dio, e la considera parte del suo fardello sovrumano. Si è fatto una foto dal terrazzo di Milano: “Dio è tornato e vi osserva dall’alto”. Poi di notte davanti al duomo: “La casa del Signore”.

 

Superiori si nasce da piccoli, quando si trattava di sfangarla nelle strade di Rosengård, e già scafati a vent’anni, quando incontrò un mito del calcio ridotto ad allenatore in stampelle e gli disse: “Sei van Basten, fammi vedere cosa sai fare”. A 38 anni suonati gioca quasi da fermo, ma basta a far paura agli avversari. Lui lo sa. Osannato da tutte le squadre che ha fatto vincere, lo ritiene parte del contratto. Nessun tifoso ha la sua immagine tatuata sul cuore, e lui lo sa. Perché non è di nessuna squadra, è Ibra. “Il calcio sono io”. Ibra si nasce e poi si diventa. E lui lo sa.

 

E’ un professionista maniacale, in allenamento e nel resto dei suoi business. E della comunicazione di cui è un re, mentre i suoi parigrado sono soltanto degli attori. “Il mio ruolo? Non saprei. Ne ho undici”. Se fosse un altro, sarebbe uno sbruffone da ricovero coatto. Invece Ibra lo fa col senso dello spettacolo e una dose graffiante di ironia, che è la dote in assoluto meno diffusa in un calcio in cui anche i big quando perdono mettono il broncio. Viene dall’intelligenza, forse dalle sue radici bosgnacche. E da un insospettabile essere in pace con se stesso, così raro nello showbiz dei ragazzi viziati. Lui lo sa. Ama la pesca, i cavalli, la natura. Vita quasi monastica. Con la maglia del Diavolo ha suonato la Vecchia Signora. Poi ha detto: “Al Milan sono presidente, allenatore e giocatore. Purtroppo mi pagano solo da giocatore”. Giulio Cesare non sarebbe stato più sintetico. E’ il migliore, perché sa di esserlo.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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