Quando Pelé fece l’americano

L’America, i New York Cosmos, il soccer e gli anni dell’alba di una nuova èra calcistica. L'ultimo spettacolo di Pelé, stasera su Sky Arte HD

20 Maggio 2018 alle 06:24

Quando Pelé fece l’americano

Foto tratta da Wikipedia

Pelé sono quattro lettere, due sillabe, un'immagine. Quella che tutti ricordano perché tutti hanno visto, quella che descrive ciò che il calciatore brasiliano poteva fare, ossia tutto, anche saltare altissimo, rimanere in aria per un sproposito, colpire di testa e segnare. Era la finale del Mondiale 1970, era Brasile-Italia. La partita dopo la partita del secolo, Italia-Germania 4-3, quella tra la Seleçao del primo quadrato magico, il Jairzinho-Tostao-Pelé-Rivelinho, una filastrocca, e l'Italia dell'alternanza Mazzola-Rivera, che ai residui della Grande Inter di Herrera, affiancava i rampolli del Grande Cagliari di Manlio Scopigno che, qualche mese prima della trasferta messicana, aveva vinto il suo primo e unico scudetto. Era il diciottesimo minuto allo stadio Azteca di Città del Messico, i verdeoro effettuano un rimessa laterale, la palla rimbalza, Rivelino allunga la gamba, crossa al centro. Un cross a palombella, non forte, ma preciso. Un cross che spiove al centro dell'area di rigore dove il numero 10 brasiliano salta, rimane a mezz'aria secondi che sembrano minuti, colpisce di testa nonostante Tarciso Burgnich avesse provato a ostacolarlo pure con il braccio, segna: 1-0 per il Brasile. Un gol divenuto cartolina, immortalato ovunque, da qualsiasi angolazione. Un gol che è Pelé, nonostante non sia il gol più bello di Pelé. Ma ne è diventato immagine, esposizione globale.

 

Quella è la foto che fece conoscere il calciatore brasiliano in tutto il mondo. E anche se c'era Tarciso Burgnich con lui, a contrastarlo, era come se non ci fosse davvero, era rumore di fondo. Un colpo di testa che diventa icona. E così un gesto spesso ignorato, perché si applaude altro, il dribbling, il tiro, la rovesciata, diventa un lasciapassare globale, segno di riconoscimento. Quello è Pelé, non ci sono dubbi.

 

Il 1970 sarà l'ultimo anno che il numero dieci della nazionale brasiliana sarà sulle sue spalle, l'ultimo, forse, del miglior Pelé. Fu soprattutto l'avvio di un progetto che si realizzerà solo cinque anni dopo. E questo progetto è forse il primo di un nuovo calcio, di una nuova èra fatta di calciatori che superano gli stadi e la stampa sportiva e diventano altro, un po' divi, un po' uomini di spettacolo. Quello dell'America (e del suo immaginario vastissimo) che entra nel pallone, che regala a New York il meglio che c'è stato per vent'anni, ossia Pelé, ossia mister oltre mille gol in carriera. E' una maglia bianca bordata di verde, un numero 10 sulla schiena, il solito, quello dello stadio Azteca, ma più di quello dello stadio Azteca. E' l'ultimo spettacolo di Pelé, la sua esistenza americana, la vetrina più grande in uno dei campionati, almeno allora (e forse ancora oggi), più scalcagnati al mondo. E "L'ultimo spettacolo di Pelé" è un docufilm che di questo mondo parla, che si vedrà su Sky Arte domenica 20 maggio alle 21,15, che è narrato dall'attore Giuseppe Cederna e che è stato scritto e diretto, da Emanuela Audisio e Matteo Patrono.

 

Dal 1975 al 1977 l'America inizia a conoscere Pelé, affolla stadi prima di allora deserti, si impratichisce di soccer, perché negli States il football è altro, è americano, è un insieme di omoni che rendono spettacolo la palla ovale.

 

Pelé nel 1975 si considerava già un ex calciatore, aveva 35 anni, aveva voglia di rilassarsi, ma non aveva soldi per farlo. Glieli avevano in un modo o nell'altro fregati tutti i procuratori, i restanti c'aveva pensato lui stesso a sperperarli. Steve Ross, fondatore della Warner Communication e finanziatore dei New York Cosmos, il club fondato dai fratelli Ertegün nel 1970, era dai mondiali messicani che pensava a come riuscire a tesserare il numero 10 della nazionale brasiliana, a come riprodurre ogni settimana Pelé nei campi da calcio americani. C'era però da convincere il calciatore, e per quello servirono 6 milioni di dollari in tre anni, allora una cifra mostruosa. C'era soprattutto da convincere il governo del Brasile, perché il capitano della Seleçao era considerato un patrimonio della nazione e lo stato non avrebbe mai permesso la sua esportazione. Le trattative furono lunghe e difficili, ma quando il 15 giugno 1975 O Rei calcò per la prima volta un campo da calcio americano, Pelé divenne, per la prima volta, un patrimonio internazionale. E non solo per il calcio.

 

Nel docufilm la voce di Cederna, intervallata da quelle di compagni di squadra, come Shep Messing, Bobby Smith, Werner Roth, degli avversari, come Tim Jeggins, Jimmy McAlister, o di chi lo ha visto più o meno da vicino, come Tarciso Burgnich e Walter Sabatini, racconta tutto questo, la trasformazione di uno sport per sfigati in uno che riuscì ad abbracciare una nazione intera. Racconta di memorabilia che ora valgono una fortuna, della Grande Mela di Mick Jagger e Andy Warhol, Robert Redford e Dustin Hoffmann. Racconta un pezzo di storia americana, quella dei New York Cosmos, la squadra che fu di Giorgio Chinaglia e di Carlos Alberto, di Franz Beckenbauer e di Dave Clements, soprattutto, e su tutti, di Pelé.

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