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C’era un volta un Pelé bianco finito nel gulag

Storia di Eduard Streltsov, il fenomeno dell'Urss degli anni Cinquanta, che invece di andare al Mondiali del 1958 finì in Siberia

1 Luglio 2018 alle 06:09

Eduard Streltsov, c’era un volta un Pelé bianco finito nel gulag: Eduard Streltsov

Foto LaPresse

La nazionale russa oggi incontrerà negli ottavi di finale la Spagna. A Mosca non è piaciuta la battuta di un giornalista spagnolo che avrebbe detto che i giocatori della Russia devono stare tranquilli, perché anche se usciranno non ci saranno i gulag ad attenderli. Di seguito raccontiamo la storia di Eduard Streltsov. Una storia di calcio e gulag. 

 


 

Se l'erano ritrovato in fabbrica a sistemare motori. Era un giovanotto, quindici anni appena, con lo sguardo sveglio e i modi un po' da spaccone. La scuola l'aveva lasciata presto ché era meglio faticare alla Zavod Imeni Stalina (ZIS) per il pane e una moto, che farlo sui libri per qualche buon voto. Guidare sulle due ruote era la sua passione, l'aria tra i capelli, la velocità, gli sguardi delle donne. Quanto gli piacevano quegli sguardi. Quando staccava dal lavoro se ne andava a guardare le moto e sognava di guidarne una, di rapire il cuore di mille ragazze. Non gli mancava l'immaginazione, non gli mancavano che pochi rubli e avrebbe iniziato a rendere realtà i suoi sogni. E quando non si intratteneva a immaginarsi il futuro, se ne andava al campo della fabbrica con quattro amici, due calci al pallone, l'idea per gli altri di avere davanti un fenomeno, lui, Eduard Streltsov, per tutti Edik.

 


Eduard Streltsov


  

Le voci girano e in poco tempo raggiungono l'allenatore della squadra della fabbrica, che lo chiama, gli chiede di giocare per loro. Gli offrono pure due rubli in più. Accetta. È l'inizio di tutto. Perché il ragazzo ha talento e la Torpedo Mosca gli mette subito gli occhi addosso, lo chiama, lui tentenna, gli offre una moto, firma per il club.

 

È il 1953, Stalin è morto da poco e il calcio russo tira un sospiro di sollievo, lo spettro delle purghe che si allontana. Ché l'Unione sovietica doveva vincere e vincere dominando. Ne sapeva qualcosa la Nazionale olimpica che aveva perso al secondo turno del torneo contro la Jugoslavia titina nonostante avesse recuperato 4 gol in quindici minuti. Finì 5-5 la prima partita, terminò 3-1 la ripetizione (all'epoca non c'erano supplementari o rigori e le partite finite in parità si rigiocavano). Molti degli atleti in campo non rivestirono più la maglia rossa dell'Urss.

 

Streltsov debutta nel 1954 con la maglia della Torpedo Mosca, che fu Proletarskaja Kuznica, che era squadra proletaria, quella delle rappresentanze sindacali aziendali della ZIS, ma non abbastanza proletaria per essere simpatica a tutti. Mica come lo Spartak, la squadra del popolo per davvero, quella in mano al sindacato centrale. Una squadra che è sempre stata orgogliosa, combattiva, ma anni luce lontana dalla potenza economica e politica della Cska, la formazione dell'Armata Rossa, della Dinamo, controllata dal ministero dell'Interno, della Lokomotiv, di proprietà del ministero per i Trasporti.

 

Streltsov non ha neppure diciassette anni ma col pallone sa fare cose straordinarie, cose di cui in pochi sono capaci. Aleksej Dujiliv, cronista sportivo della Komsomol'skaja Pravda racconta di un carro armato che “riceve il pallone al limite dell'area, supera con potenza il proprio marcatore, evita con grazia un'intervento virile di un secondo avversario e dopo aver fintato il tiro e sbilanciato il portiere, appoggia con destrezza il pallone in rete”. Ma non basta, c'è altro, di meglio. Perché Streltsov “aspetta il pallone al centro dell'area di rigore e si libra nell'aria colpendolo con forza al volo. Una dimostrazione di bravura contro la quale il portiere non può fare assolutamente nulla”. È la quinta partita che l'attaccante gioca nella massima divisione del campionato di calcio sovietico, la sua prima doppietta.

 

Streltsov era alto e potente, ma dotato di grazia nei movimenti, di un tiro fortissimo e di “una eccezionale capacità di saltare con una finta il proprio marcatore”. Un talento straordinario che si esprimeva in dribbling e colpi di tacco. Come quello alle Olimpiadi australiane del 1956 contro la Bulgaria, una magia che non solo ribalta una partita, ma diventa antonomasia (da quel giorno in Russia il colpo di tacco viene ribattezzato “Streltsov”). Una partita infinita quella: nessuno segna per novanta minuti e di gran calcio non se ne vede. Di calci sì invece. E tanti. Uno addirittura rompe la clavicola al terzino sovietico Nikolay Tyschenko. L'Urss è in dieci uomini (le sostituzioni non erano ancora permesse), la Bulgaria attacca e sfonda al 95esimo minuto: gol di Ivan Kolev. E l'Urss perde un altro uomo, Valentin Koz'mič Ivanov, il compagno di attacco di Streltsov alla Torpedo, si fa male a una gamba, non riesce a correre, non riesce a calciare, resta in campo ma praticamente senza poter far nulla che guardare i colleghi. Però si avvicina a Edik e gli dice: “Solo tu puoi evitare a tutti problemi al rientro a Mosca”. Streltsov lo guarda e gli dice che non ci sono problemi. Al 112esimo minuto recupera palla, la passa all'ala, si fionda in area di rigore. Il cross è forte, a mezz'altezza. Lui salta, il suo ciuffo biondo si scompone mentre il suo tacco colpisce il pallone e lo mette alle spalle del portiere bulgaro: 1-1, faccia salva, ma non basta. Per evitare la ripetizione ne serve un altro. Quattro minuti e l'Urss ridà palla a Streltsov, che supera due uomini e con l'esterno serve Boris Tatušin che fa 2-1. Vittoria e accesso alla finale. Tutti aspettano Edik, ma Ivanov non recupera ed Edik si accomoda in panchina. Colpa del diktat del tecnico Gavriil Kachalin, che voleva una coppia d'attacco affiatata, una che giocasse insieme anche nei club. La scelta non inficia sul risultato. L'Urss batte la Jugoslavia e vince l'oro. Ci sono undici medaglie però, solo per chi ha giocato. Nikita Simonyan, il suo sostituto gli offre la propria. Sa benissimo che se la nazionale è arrivata in finale è merito di Edik. Lui rifiuta, “ne vincerò un'altra, non preoccuparti”, gli dice. Non sa che non sarà così.

 

 

Aleksej Dujiliv racconta il ritorno della Nazionale a Mosca. “Un coro unico che inneggiava ai campioni. È Eduard Streltsov il più applaudito, a lui vanno i baci lanciati da giovani compagne innamorate del suo ciuffo biondo e della maestria sovietica di esaltare il pallone come il socialismo esalta l'Unione”. C'è enfasi in Dujiliv. Quella di tutta l'Unione sovietica per la vittoria, quella di un giornalista che con Edik ha un rapporto speciale, non di tifo, di vita. Aleksej è un bel ragazzo, ha sette anni in più di Streltsov e la stessa passione per la bella vita. Escono spesso assieme, vanno nei locali e alle feste. Con lui divide molte notti, diverse donne. Una gli sarà fatale. Alla fine del 1956 lo arrestano. Dopo una serata in un locale del centro di Mosca, torna a casa con una ragazza. La stessa che troveranno annegata nella Moscova due giorni dopo. Non si sa cosa avesse fatto in quei due giorni, in ogni caso Dujiliv se ne finì in Siberia.

 

La caduta di Edik invece finisce dopo ma inizia prima. La delegazione olimpica viene invitata al Cremlino. La vodka scorre nei bicchieri, i brindisi sono ripetuti. Yekaterina Furtseva, membro di spicco del Comitato Centrale del partito, nonché prediletta di Krusciov, stringe la mano a Streltsov, gli dice che sua figlia è una sua grande fan e che lei non si opporrebbe a un loro matrimonio. Edik è stupito, sa benissimo chi è sua figlia, l'aveva vista sui giornali. Davanti a lei dice che non gli sembra il caso, che la ragazza è molto giovane. Davanti a un dirigente della Federazione fa invece sapere che “non avrebbe mai sposato quella scimmia”. Le sue parole arrivano alla Furtseva e poi alla stampa. Succede un putiferio, ma i gol in Nazionale lo salvano dal linciaggio mediatico. Tutto si ricompone. Ma nemmeno poi tanto.

 

Alla fine del campionato sovietico del 1957 la Torpedo è seconda alle spalle della Dinamo Mosca. Streltsov è nominato miglior calciatore del torneo. E sia la Dinamo che la Cska lo vogliono. Lui però rifiuta. Non vuole essere arruolato né in polizia né tantomeno nell'esercito. “Rimango alla Torpedo, sono legato a questi colori, non li cambierei per nulla al mondo”. Le bandiere tanto rimpiante oggi, nell'Unione sovietica di allora valevano molto meno. O almeno quelle delle squadre minori. Polizia ed esercito non gradiscono le dichiarazioni, Krusciov è ancora infastidito per il caos del caso Furtseva. Ci si mette poi una fuga dal ritiro della Nazionale che sta preparando il Mondiale del 1958. Dicono per raggiungere la moglie di un alto dirigente. L'allenatore gli dice di stare attento, che tira brutta aria. Lui se ne frega. È il più bravo, la stella della Nazionale. È quello che chiameranno il “Pelé bianco”. L'ultima fuga dal ritiro gli sarà fatale. Se ne va dal locale con due donne. Il mattino dopo nel suo albergo lo raggiungerà la polizia. L'accusa è di stupro. Lui non ricorda cos'è successo quella notte. Troppo ubriaco. La ragazza invece descrive pure i dettagli. La polizia gli dice che se firma un foglio in cui si dichiara colpevole, lo lasciano libero di giocare i Mondiali. Lo fa. Finisce sette anni in un gulag in Siberia. Dovevano essere dodici, la buona condotta gliene abbonò cinque.

 

Per molti fu un complotto, per altri la giusta fine di un verme. Chissà. Quello che è sicuro è che quando tornò il tempo del “più grande talento che l'Unione sovietica abbia mai avuto” (come disse il grande allenatore Valeri Lobanovski), era finito.

 

Non fu l'unico Streltsov a finire così. Ci passò Nikolaj Starostin ala degli anni Trenta a causa di qualche tunnel di troppo al futuro capo della polizia segreta Lavrentij Beria. Ci passò Boris Yelcnol, portiere della Dinamo Leningrado, colpevole di aver mandato a quel paese e messo le mani addosso a un avversario. Era il fratello di un generale dell'Armata russa. In Siberia rimase sedici anni.

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