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Pelè e Maradona hanno fatto pace. E chissenefrega

Quando si è stato unico e non si può più tornare ad esserlo, è saggio ritirarsi a vita privata, fare come Greta Garbo o Maria Callas. Si può accettare semmai il ritorno a un ruolo pubblico solo in quanto prova di coraggio di fronte a una malattia. Come per l’appunto è la vanità. 

12 Giugno 2016 alle 06:00

Pelè e Maradona hanno fatto pace. E chissenefrega

foto LaPresse

Pelé e Maradona si sono rappacificati. E 'sti cazzi, direbbe Sabina Guzzanti in tailleur nero versione Giorgia Meloni.
Di Edson Arantes do Nascimento detto Pelé ricordiamo con una fitta il goal segnato contro l’Italia a Messico ‘70, con malinconia il giorno in cui smise di giocare, ma da allora piano piano ne perdemmo le tracce, fino a non sentirne più nostalgia né bisogno e di certo non contribuirono a restituirgli un posto nell’immaginario le lacrimose campagne promozionali per conto della Fifa. Troppo lontano il periodo del suo massimo fulgore, troppo rapidi e feroci i mutamenti nel calcio e maligna la sensazione che a questi ritmi avrebbe faticato non poco ad essere re. Poi troppo esotico quel suo giocare solo in Brasile e Stati Uniti, che abbia segnato mille gol in carriera non mi ha mai fatto impazzire più di tanto, vai a sapere chi lo marcava e cosa accadeva in periferia nelle terre del dio nero e del diavolo biondo.

 

Di Diego Armando Maradona il ricordo invece è altro, poter vedere da vicino quel suo modo unico di tenere la palla incollata al piede sinistro è stato un privilegio. Un incantamento. Ma anche lui se n’è iuto, è passato. Un po’ alla volta. Mediocremente come allenatore, sgranava il rosario mentre vedeva affondare la sua Argentina. Male come cauzione morale di quel fior di regime liberale e libertario che è Cuba e amico personale di Fidel Castro. Malissimo come denunciatore di scandali e ruberie, con variegate opinioni attorno al nulla.

 

Venerdì sera dunque era a Parigi per l’apertura dell’Europeo e ha abbracciato Pelé mettendo termine a una questione tanto annosa quanto inutile su chi dei due fosse il più grande: siamo grandi uguali ha detto e insieme lavoreranno accanto a Infantino,  l’avvocato svizzero che incarna la Fifa del dopo Blatter e che sembra un clone di Corrado Passera. Programma semplice, calcio pulito, leale e mondo buono.  

Gian Luca Di Marzio, l’informatissimo signor Mercato di Sky Sport, si trova, diciamo, a passar di lì. E siccome è il figliolo di quel Gianni Di Marzio che Maradona l’ebbe a battesimo da giovane e gli fu sempre amico, gli concede un’intervista commossa al volo: nello studio di Ilaria D’Amico è tutto una tempesta ormonale per lo scoop, ammesso che possa ancora essere considerato tale l’intervista con uno che parla di tutto da venti anni. Per più di cinque minuti Ilaria, Di Marzio, Gianluca Vialli e Billi Costacurta si sdilinquiscono in complimenti che Maradona accarezza, vivifica e rispedisce come una volta il pallone.

Di Marzio a notte fonda invia un tweet in cui fa sapere che ancora non riesce a prendere sonno per l’emozione, a sua volta uno spettatore twitta che dopo quell’intervista per quel che lo riguarda l’Europeo può anche finire lì ma non si è capito bene cosa intendesse dire.

Non è bene lasciarsi irretire dalle spire del passato. L’uomo appesantito, imbolsito, lamentoso che come un ragazzino ancora divide il mondo tra chi è stato gentile con lui e chi gli ha fatto del male, il moralista prolisso che tiene banco per un tempo che è parso infinito persino a quelli dello studio, ha in comune con colui che fece sognare il mondo intero solo il nome. Non la faccia, non il corpo.

Quando si è stato unico e non si può più tornare ad esserlo, è saggio ritirarsi a vita privata, fare come Greta Garbo o Maria Callas. Si può accettare semmai il ritorno a un ruolo pubblico solo in quanto prova di coraggio di fronte a una malattia. Come per l’appunto è la vanità. 

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