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Perché nessuno dice che il reddito delle famiglie è tornato ai livelli pre Covid

Lorenzo Borga

Nonostante dati incoraggianti, in economia le convinzioni diffuse spesso si auto-avverano: se pensiamo di esserci impoveriti spenderemo e investiremo meno, e presto lo saremo per davvero

Se fermi una persona per strada ti dirà che il caffè costa ormai 1 euro e 30 e che con 60 euro non riempie più tre sacchetti della spesa come faceva prima. Se sfogli un giornale o accendi la tv ti diranno che l’Italia è in crisi economica. Eppure il mercato del lavoro continua a correre. Solo nel 2023 456 mila persone in più percepiscono uno stipendio in Italia; se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 24 mesi il saldo positivo raddoppia a 885 mila lavoratori in più.

Questa dissonanza cognitiva si nota anche dai dati Istat sulla fiducia economica. L’indice sul clima economico è in ripresa ma rimane sotto i livelli 2021 e anche rispetto al lustro tra il 2014 e il 2019. Non è una dinamica solo italiana. Negli Stati Uniti la percezione dei cittadini (ed elettori) rispetto all’economia è un vero e proprio oggetto di studio: l’economia americana continua a battere ogni attesa, è stata l’unica ad accelerare rispetto al ritmo di crescita pre pandemia e non smette di creare posti di lavoro. Eppure la fiducia economica degli americani non segue la congiuntura, appesantita soprattutto da giudizi ipercritici dell’elettorale repubblicano (è la polarizzazione, bellezza).

La crescita italiana è decisamente meno lusinghiera. Dopo i fasti del 2021 e 2022 siamo rapidamente tornati allo zero-virgola. Non è una sorpresa per chi è consapevole dei gravi ritardi del nostro paese. Ma ciò non basta a definirci in crisi economica, come invece fanno molti.

Il sospetto è che sulla percezione degli italiani pesi l’inflazione. Quella sgradevole sensazione di vedere aggredito il potere di acquisto senza riuscire ad aumentare il proprio reddito l’abbiamo provata (quasi) tutti, e per qualcuno è diventata un assillo. D’altronde gli italiani, grazie all’euro, si erano ormai dimenticati l’impoverimento portato dall’inflazione (non è un caso che oggi nessuno proponga più l’uscita dall’euro e la conseguente svalutazione). I dati Istat sulle retribuzioni lorde mostrano in effetti che i salari sono ancora ben distanti dal recuperare il potere d’acquisto perduto con il rincaro dei prezzi, nonostante le preoccupazioni della Bce. Dati che hanno trovato molto spazio su alcuni giornali che hanno scelto di mettere in secondo piano le buone notizie, che eppure ci sono. Se infatti guardiamo al reddito lordo disponibile delle famiglie, piuttosto che alle retribuzioni dei singoli lavoratori, ci troviamo di fronte una sorpresa. Le famiglie italiane a fine 2023 hanno infatti recuperato il potere d’acquisto precedente alla pandemia: in sostanza il loro reddito in termini reali – che cioè tiene conto dell’inflazione – è tornato sui livelli di fine 2019. Smentendo quindi i timori di impoverimento e i proclami di sventura. Ma come è stato possibile se ancora i salari non hanno recuperato il rincaro dei prezzi e oltre il 50 per cento dei lavoratori dipendenti aspetta il rinnovo del contratto collettivo ormai scaduto? L’aiuto è arrivato dall’aumento dell’occupazione.

L’economista Riccardo Trezzi la spiega così al Foglio: “Immaginiamo l’Italia come una famiglia: fino a un anno fa era composta da papà, mamma e due figli, uno studente e l’altro disoccupato. Oggi i due genitori continuano a lavorare allo stesso stipendio: presi singolarmente quindi il loro salario si è svalutato. Ma nel frattempo uno dei due figli ha finalmente trovato un impiego part-time, contribuendo al reddito famigliare. Ecco quindi come il potere d’acquisto è rimasto stabile, nonostante l’inflazione”. E tutto questo senza considerare due fattori che i numeri non evidenziano. Primo, la popolazione continua a calare: la torta del reddito famigliare è rimasta immutata ma va divisa in meno fette più grandi. Secondo, negli ultimi due anni i diversi governi hanno introdotto supporti pubblici, primo fra tutti la decontribuzione per i lavoratori dipendenti per circa 10 miliardi di euro all’anno. I dati Istat sul reddito lordo non ne tengono conto, ma l’effetto per le famiglie a reddito medio-basso non sono certo trascurabili.

Eppure continuiamo a essere sommersi da una marea di pessimismo. Da cosa sia dovuta – visti i numeri – nessuno lo sa. L’incertezza data dagli eventi internazionali? Il fatto che con i prezzi alti dobbiamo farci i conti tutti ogni giorno mentre dal 2021 ad aver trovato un’occupazione sono stati in 2 ogni 100 persone in età da lavoro? Ciò che è certo è che in economia le convinzioni diffuse spesso si auto-avverano: se pensiamo di esserci impoveriti spenderemo e investiremo meno, e presto lo saremo per davvero.

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