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Perché le statistiche disfattiste sull'economia europea sono sbagliate

Lorenzo Borga

Rispetto agli Stati Uniti le prospettive economiche dell'Europa non sono preoccupanti. Ma sulla competitività l'Ue deve recuperare terreno 

Non sono solo gli italiani a covare un certo pessimismo sullo stato della propria economia. Lo scetticismo appare semmai diffuso in tutto il Continente. E’ vero, ci sono ragioni per essere preoccupati per le prospettive di crescita dell’Europa che, come ogni economia matura, deve spingere sull’acceleratore dell’innovazione per non cadere nella stagnazione. Ma da qualche mese alcuni media, anche tra i più blasonati, hanno iniziato a diffondere statistiche disfattiste sul passo dell’economia europea. Anzi, proprio sbagliate.
L’errore è arrivato proprio da chi non ti aspetteresti. Nel novembre scorso il Financial Times pubblicò un articolo che scatenò il panico in Europa. Rileggiamone la frase clou: “L’economia europea oggi vale in dollari il 65 per cento di quella americana. Nel 2013 era pari al 91 per cento” (numeri simili sono stati recentemente riportati anche da giornali italiani). Due dati che convincerebbero in molti a programmare l’espatrio. Peccato che la realtà sia differente. I giornalisti londinesi a dire il vero lo scrivono: il confronto è stato fatto “in dollari odierni”. Un’unità di misura che può essere utile per confrontare i dati economici sul momento, ma che nel tempo perde ogni utilità. La ragione è il tasso di cambio: in questi dieci anni il dollaro si è rafforzato di oltre il 15 per cento nei confronti dell’euro. Ecco spiegato perché quindi i 12 mila miliardi di euro di pil europeo del 2013 oggi valgono molti meno dollari che dieci anni fa. Se confrontassimo i pesi delle due economie in dollari correnti dovremmo peraltro trovare una spiegazione all’apparente miracolo economico europeo avvenuto all’inizio del nuovo Millennio, quando l’Ue avrebbe recuperato 30 punti percentuali di differenza in meno di un decennio arrivando a spodestare gli Usa dalla posizione di più grande economia del mondo nel 2008.

Ma così non è. Come scrive il think tank Bruegel, non c’è stato alcun miracolo economico europeo nei primi anni Duemila come oggi non siamo di fronte a un tracollo. Per comprendere veramente chi sta vincendo la corsa economica tra le due sponde dell’Atlantico bisogna invece tener conto sia del tasso di cambio che dell’inflazione. Detto fatto: dieci anni americani ed europei guadagnavano sostanzialmente lo stesso, mentre oggi la differenza si è leggermente allargata a favore degli Usa di un misero 4 per cento. Altro che disfatta europea.

Anche confrontando il reddito medio pro-capite di americani ed europei non si notano divergenze: i due blocchi sono cresciuti sostanzialmente allo stesso passo nel corso degli ultimi decenni. E lo scarto tra i redditi degli americani e quello degli europei appare sostanzialmente dovuto alle più numerose ore lavorate negli Stati Uniti (gli europei tendono a fare più ferie e avere orari di lavoro più corti, ma hanno anche dei difetti).

Ma nelle preoccupazioni continentali sulla perdita di competitività resta della verità. La vita digitale dei cittadini europei è scandita dall’utilizzo dei servizi digitali americani installati sui ogni device (anche quelli spesso made in Usa, o in Asia). Tra le oltre 1200 start-up unicorno al mondo – vale a dire valutate oltre 1 miliardo di dollari – solo un centinaio sono state fondate in paesi europei (meno che in Cina e un sesto di quanto accaduto al di là dell’Atlantico). Anche nella corsa per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa oggi ancora non c’è un leader europeo. Nell’industria che ha invece da sempre contraddistinto la manifattura europea – quella dell’automotive – gli stati europei hanno tardato a investire sulla transizione elettrica e ora rischiano non solo di perdere mercati di esportazione ma pure un’ondata di vendite di auto cinesi nei concessionari europei. I costi energetici a cui devono far fronte le imprese in Europa sono probabilmente tra i più elevati al mondo, di certo più che negli Stati Uniti, in Russia, in Cina e nei paesi del Golfo. E guardando ai servizi il settore finanziario europeo non può ancora competere con quello americano in termini di redditività, efficienza e innovazione.

L’Europa è probabilmente la regione che più tutela le libertà dell’individuo. E questo anche grazie a un livello di regolamentazione che è considerato tra i migliori al mondo, e spesso è un modello per gli altri blocchi (come è accaduto per il clima, su cui l’Unione Europea ha fatto da apripista alle svolte di Stati Uniti e Cina, come anche per la concorrenza). Ma il continente non può permettersi il lusso di rimanere il principale regolatore del mondo senza coltivare un tessuto industriale e di servizi in grado di competere con il resto del mondo.
 

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