La Brexit è realtà. Ma per valutarne le conseguenze ci vorranno anni

Lorenzo Borga

Il post referendum ha prodotto risultati negativi su crescita e investimenti, mentre il mercato del lavoro è migliorato. Ora per la Gran Bretagna inizia una nuova partita nell'economia mondiale, più sola ma con maggior margine d'azione

La Brexit è realtà da qualche giorno, e ancora non sembra vero ai critici dell’Unione Europea e a chi vorrebbe vederla sgretolarsi. Sono stati anni in cui si è detto di tutto sulla scelta del popolo inglese, partendo spesso da pregiudizi e punti di vista di politica interna o europea. Gran parte degli europeisti hanno ritenuto che un secondo referendum avrebbe cambiato la decisione del 2016, e così non è stato (se consideriamo le ultime elezioni parlamentari alla stregua di un nuovo voto sulla Brexit). Ma è sull’economia che – come purtroppo spesso accade – le parti si sono fronteggiate, anche con le armi della disinformazione. Oggi sono in molti a sottolineare gli errori delle previsioni economiche precedenti al referendum. Un report governativo dell’epoca stimava nel giro di due anni, in caso di voto per il Leave, l’avvento della recessione, 520mila disoccupati e una perdita di 3,6 punti percentuali di Pil e di 2,8 punti sui salari reali. Questi risultati non si sono verificati, e lo studio – insieme agli altri simili, della banca centrale inglese e dell’Ocse – sono stati aspramente criticati da altri economisti.

 

Lasciamo stare le previsioni, sempre soggette a margini di errore e a ipotesi che potrebbero rivelarsi infondate. Prendiamo invece i dati reali di ciò che è accaduto tra il 2016 e oggi. Sulla base di questi risultati è davvero possibile, come fanno i sovranisti italiani, affermare che la Brexit non abbia provocato alcun effetto negativo, o addirittura sia stata benefica per l’economia britannica? In questa rubrica ci eravamo già occupati del tema, riportando uno studio del Centre for Economic Performance (Costa, Dhingra, Machin - 2019) che aveva dimostrato come per la Brexit il potere d’acquisto dei cittadini inglesi si sia contratto per via dell’aumento del costo dell’importazione dei beni intermedi. Cioè i beni acquistati dall’estero e destinati a essere nuovamente trasformati e utilizzati nelle catene di produzione. L’aumento del prezzo di queste importazioni, soprattutto dagli Stati Uniti e dal Giappone (nei confronti dei quali la sterlina si è svalutata di più), ha portato le aziende colpite a ridurre i salari reali dei propri dipendenti, per rimanere sul mercato.

 

Maledetto Pil

 

Il voto del 2016 sembra aver prodotto un effetto anche sulla crescita del Pil della Gran Bretagna. È molto complesso stimare il risultato, perché non sappiamo come sarebbero andate le cose senza il referendum. Il controfattuale è una delle basi dell’economia: per comprendere l’effetto di un fattore dobbiamo stimare cosa sarebbe successo senza, per isolarne il risultato dal resto delle variabili. Questo è un compito ancora più arduo quando si tratta di studiare l’economia di un paese interno, che può essere influenzata da un’infinita di fattori, interni ed esterni. Alcuni economisti ci hanno provato (Born et al. 2019) e i risultati sembrano chiari: la Brexit, al primo trimestre 2019, avrebbe prodotto una perdita di Pil di 350 milioni di sterline alla settimana. Cioè? Il 2,1 per cento del prodotto interno lordo, tra le 1.300 e le 2.000 sterline a famiglia. D’altronde, se nel 2016 il regno di sua maestà la Regina cresceva economicamente a un ritmo maggiore a quello degli altri paesi del G7, all’inizio del 2018 si è consumato il sorpasso.

 

Brexit quanto mi costi

 

La sterlina fece un bel balzo quel 23 giugno 2016. La moneta si svalutò di circa il 10 per cento immediatamente dopo il voto (e ancora non ha recuperato, nonostante una risalita negli ultimi mesi). Si trattò della più ampia svalutazione giornaliera dagli anni ’70. Per quanto con l’Euro non siamo più abituati a fluttuazioni monetarie così ampie, una perdita di valore tanto marcata non può che produrre effetti. Certo, l’export e gli investimenti esteri potrebbero in principio crescere. Ma le importazioni non possono che risultare più costose. Dal 2016 i salari reali degli inglesi sono rimasti più o meno stabili fino al 2018 per poi tornare a crescere, ma secondo uno studio di quattro economisti il maggior prezzo dei beni importati ha causato una perdita del potere d’acquisto. In due anni i prezzi sono aumentati per i consumatori di quasi il 3 per cento, che equivale in media a quasi 900 sterline all’anno a famiglia. E non tutti hanno potuto beneficiare di un equivalente aumento del proprio salario. Fortunatamente negli ultimi anni, a partire dal 2018, i prezzi al consumo e l’inflazione risultano invece in calo.

 

Se le importazioni sono costate alle tasche dei consumatori inglesi, le esportazioni non sono cresciute quanto avrebbero potuto. Nel 2018 si è verificato un calo vistoso dell’export inglese, e ancora una volta rispetto ad altri paesi del G7 il Regno Unito ha perso terreno. Se fino al 2016 l’export inglese era cresciuto con lo stesso ritmo degli altri partner occidentali, a partire da pochi mesi prima del referendum ha smarrito quell’andamento. Nella prima metà del 2019 aveva perso 15 punti percentuali rispetto a Italia, Francia, Germania, Giappone e Stati Uniti, a partire dal 2012. Questo è il risultato della chiacchierata “global value chain”, la catena del valore globale. I beni esportati dal Regno Unito per essere prodotti infatti richiedono spesso materiale e beni intermedi. Per esempio gli inglesi esportano 45 miliardi di sterline di automobili all’estero, ma per produrle importano alcune componenti dei veicoli. Come avviene tra Italia e Germania. Perciò se il costo dei beni importati cresce, potrebbe crescere anche il costo delle esportazioni dei prodotti assemblati con i beni importati. E l’effetto benefico della sterlina svalutata si potrebbe perdere. Così è accaduto, secondo lo studio di Costa, Dhingra e Machin. Non a caso a fine del 2019 l’ufficio statistico inglese aveva certificato un peggioramento del deficit commerciale del Regno Unito, passato in 12 mesi da 19 a 51,6 miliardi di sterline.

 

E il lavoro?

 

Il mercato del lavoro è l’ultima catena dell’economia a percepire gli effetti degli eventi. È un mercato più rigido degli altri: assumere e licenziare lavoratori richiede più tempo che comprare e vendere un’azione o un prodotto. Dal 2016 la disoccupazione è diminuita di quasi un punto, dal 4,9 per cento al 3,8. E il tasso di occupazione è cresciuto, mentre gli inattivi sono diminuiti. Si sono ridotti anche i lavoratori a tempo determinato che non riescono a trovare un contratto permanente, come i part-time involontari (fonte: istituto statistico inglese). Il mercato del lavoro sembra essere stato sempre in salute, nonostante la Brexit.

 

Mamma che paura

 

L’effetto più evidente dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, specialmente durante i travagliati negoziati, è stata l’incertezza su ciò che sarebbe accaduto. Nel giugno 2016 per il 40 per cento delle aziende la Brexit rappresentava una tra le prime tre maggiori ragioni di incertezza. Lo stesso dato era salito al 60 per cento un anno fa e ancora ad agosto del 2019 risultava a livelli simili. Questo era vero soprattutto, comprensibilmente, per le attività economiche più legate all’Unione Europea. Chi commercia con l’Ue, impiega lavoratori comunitari e investe rispettando regolamenti europei se l’è davvero fatta sotto (in termini più formali, presenta livelli di incertezza considerevolmente più alti delle altre aziende). E quando si ha paura non si investe più. Secondo uno studio (Bloom et al. 2019) si sarebbero persi in tre anni l’11 per cento degli investimenti dopo il referendum. Mentre per un’altra ricerca (Breinlich et al. 2019) molte aziende inglesi hanno deciso allo stesso tempo di investire in Unione Europea: il voto per il Leave avrebbe spinto a un aumento del 17 per cento di questi progetti di spesa. Lo stesso effetto non si sarebbe verificato invece per paesi al di fuori dell’Unione.

 

Cosa c’è di falso

 

La Brexit è un fenomeno principalmente politico, e così va letto. C’entrano l’identità, la paura per la globalizzazione, il persistente distacco britannico dall’integrazione europea, la divergenza tra centri urbani e periferie. Ma ogni scelta ha i suoi effetti economici. E non sempre basta leggere i bollettini dei principali dati economici per comprenderli. Soprattutto, per di più, se nei dati si cerca sempre di trovare la propria “verità”. La Brexit, finalmente arrivata al termine del suo processo, ha prodotto per ora effetti generalmente negativi sull’economia inglese, comunque ben lontani dall’essere “catastrofici”. Più colpiti sono stati la crescita del Pil, il commercio estero e gli investimenti. Il mercato del lavoro è invece continuato a migliorare. Nei primi due anni dal voto le cose sono andate peggio, mentre dal 2018 alcuni indicatori economici sono tornati a migliorare. Ma ora incomincia una nuova partita, in cui la Gran Bretagna dovrà giocarsi le sue carte nell’economia mondiale. Più sola, come ha voluto il suo popolo, ma con maggiore margine di azione. E solo fra qualche anno potremo davvero comprendere l’impatto storico della Brexit. Come sempre, con cautela.

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